Michele Donati – «Il paesaggio nuovo»

nel mare di grano
uomini subtropicali
vanno come fantasmi
le buste di plastica in mano

la valle è una gola vasta
percorsa dall’elettricità
non può che parlare
……………………………….. infinite lingue



*



la rosa di gesso parla
pochi sono in grado di capirla

un esempio la formazione
del linguaggio

questa rosa è stata argilla
ora è una rosa
è una rosa
…………………. per così dire
che era argilla
……………………… domani cosa
sarà la rosa?



*



VIII

i lampioni si chinano sui corpi
assiderati dei santi
li accolgono nel paradiso
sostenibile
……………….. fotovoltaico

un muro mi domanda
…………………………………… e questa
è vita?
le facciate degli edifici
hanno tutte una bestemmia
……………………………………………… un grido

di rivolta o amore
……………………………. e sigle
su sigle
…………… scritte in colori acidi
per la notte sovraesposta
che attraversiamo senza volto
scritte per riconoscerci
nella lontananza degli anni

la luce langue
………………………. il neon
accende
……………. spegne
………………………….. accende
i profili incisi sui marciapiedi
dà loro il bacio gelido
dell’alba
……………… si spegne


Michele Donati (Faenza, 1994) si è laureato in Italianistica all’Università di Bologna con una tesi in Poesia italiana del ‘900 su Clemente Rebora e la musica: un estratto è stato pubblicato su Smerilliana (n.23, 2020) con il titolo Per un Rebora mal noto. Indagine su Rebora e il melodramma. Scrive sul quotidiano Corriere Romagna, è vicepresidente dell’associazione IndependetPoetry, con cui cura appuntamenti e letture poetico-musicali (Melusina di Antonio Porta, L’ospite che non giunse di Nella Nobili, La libellula di Amelia Rosselli nello spazio espositivo Officina Matteucci, Faenza, 2018-19). È autore e regista di spettacoli teatrali: Mazapégul, Museo Carlo Zauli (Faenza), Festival Tres Dotes (Tredozio), 2018; Canone a specchio, Fringe Festival (Edimburgo), Teatro del Navile (Bologna), 2019. Alcuni suoi inediti sono inseriti nell’Antologia Distanze Obliterate (Puntoacapo, 2021) curata da Alma Poesia. 

Monica Guerra – «Entro fuori le mura»

le idee come esuli in tempi di guardiani
ma qui è sparare a raffica all’orizzonte

tra le croci e le rose l’io superstite
entro le mura del cuore qualche mito utile

sporadiche razioni di luce e del resto
non vedere – poco importa –

fuori è rovo di un altrove tu che mormori
il vuoto non esiste rampicando solitudine


*


presto verrà l’autunno avvertivi
lasciando la mia mano sopra i nidi
d’agosto sorridevi
alla resa improvvisa dei germogli


lo sapevamo entrambe com’è giusto
è così che una sera d’un tratto
la nebbia d’autunno
addolcisce lo sgombero dei nidi


– ora che i corridoi sono quasi muti
la tua stanza sempre in ordine –


non è più la stagione dei germogli
ma l’arco fiorito delle tue ali ridevo
com’è giusto in mano
alla spina dei giorni disabitati


a Virginia
ottobre 2018


*


la voce cruda della vastità
punge sottopelle e l’inquietudine
allaga la faglia del silenzio

com’è facile soli
l’altro occhio della luna
il deserto

com’è difficile il contempo


*


chiedilo a un indizio di neve
niente è impossibile

nell’unità il punto zero esiste
fosse ripartire dalla cenere

e in questa notte a lato delle stelle
anche lo sterco esala un bagliore

Monica Guerra è nata a Faenza il 4 ottobre del 1972. Nel gennaio 2020 è uscita la sua penultima pubblicazione Nella moltitudine (Il vicolo 2020). Nel 2019, la silloge inedita Spezzare il pane è stata pubblicata nel Quarto Repertorio di Poesia Italiana Contemporanea (Arcipelago itaca), nello stesso anno la raccolta Expectations, in lingua inglese, è stata pubblicata nel ”Journal of Italian Studies”, sezione italiana, per il NeMLA (Northeast Modern Language Association). Nel 2018 ha tradotto in italiano una sezione dell’antologia Hundred Great Indian Poems, curata da Abhay K. (Bloomsbury, India, 2018). La sua pubblicazione bilingue Sulla Soglia – On the Threshold (Samuele Editore 2017) è stata pubblicata anche in lingua spagnola per Uniediciones Sello Editorial, con traduzione di Antonio Nazzaro. Sotto Vuoto (Il Vicolo 2016) seguiva Semi di sé (Il Ponte Vecchio 2015) e il saggio intitolato Il respiro dei luoghi, scritto a quattro mani con il sociologo Daniele Callini (Il Vicolo 2014).

Alessandro Canzian – «Il Condominio S.I.M.»

Non conosco la ragazza
di nome Olga, ma la penso.
La pelle bianca come i capelli
di mio padre, il seno grande
– i tacchi ben calcati
la sera alla mia porta -, poi
ieri notte l’ho sentita urlare
appesa alle mani di qualcuno.


*


Carlo sono giorni che
non fa la doccia. Lo vedo
uscire dal portone con gli stessi
pantaloni, lo stesso odore, per
questo sua madre l’ha sgridato
al telefono dicendo
che è inutile attendere l’attesa.


*


Silvio amava leggere poesie
ma non le finiva mai davvero.
Doveva saltarne un verso, due,
per capirne il senso. Come
con le donne, che non riusciva
mai a guardare intere.


*


Oggi io e Alberto abbiamo
letto Kipling. È stato prima
del tg delle venti. Quel
che più conta è essere figli
prima che uomini. Per Alberto
a un certo punto della vita
non siamo figli di nessuno.


*


Quando si è soli tutto è buono.
Anche la cinquantenne trovata
a ballare mezza nuda e che
non chiede niente. Non fa
differenza l’età, direbbe Aldo.
La solitudine non invecchia

Nato a Pordenone nel 77, vive e lavora a Maniago. Dopo un’esperienza come pubblicista per il Gazzettino e la rivista online Whipart fonda, nel 2006, la Samuele Editore. Nel 2013 e 2018 cura, per l’Associazione statunitense NeMLA, due progetti sulla poesia italiana editi nell’omonima rivista accademica. L’ultimo edito è “Il Condominio S.I.M.” (Stampa 2009, 2020, prefazione di Maurizio Cucchi.

Elisa Nanini – «Cosa resta dei vetri»

Perderti ma non perderti

Un sacchetto volato via
non è fuori posto su un albero.
A volte pensare è scivolare
nel tuo armadio disabitato,
la meraviglia pienezza di senso:
di non sola terra scrive la Terra
il rumore dell’anta
sul cemento batte le dita
e non puoi farne a meno.
Perderti ma non perderti
è forma di ogni tetto
qualcosa che assomiglia a una preghiera
grigia di parole invecchiate
l’erba del nulla
miracoloso che ci unisce. L’acqua
scricchiola sotto.
Oggi ti sento e non so dirti
più che indicibile,
dietro il nylon inarcato a ponte
volerti bene è figlio del figlio,
filo,
taglio tanto da essere vivo.


*


Vasi comunicanti

L’odore dopo il temporale
vasi comunicanti
le vene dorate sulla ceramica
che il cuore giapponese cuce
di nuovo valore, i lampioni

e il nero d’angeli tra una figura
e l’altra. Ti chiedi chi sono
ma prima dovremo racimolare
molti pezzi rubati. Chiedili
alle amiche di sempre

non ti risponderanno,
chiedili alle stanze di ogni clessidra
non tremerà corda vocale.
I ristoranti mangeranno
i gradini scivoleranno

il letto farà finta di dormire
le auto ascolteranno la musica
le biblioteche sfoglieranno pagine
il parco riderà, cambierà.
Dicono che l’assenza parli

E. Nanini, Cosa resta dei vertri, Corsiero editore, Reggio Emilia, 2020

come una conchiglia all’orecchio:
la domanda interpreta
gli strumenti delle arterie,
le onde infinite si regalano
a geometrie intrecciate.

*


Cosa resta dei vetri

Musiche immobili, scarnificate
di vacanze già respirate
sono qui, ad aspettare che mentano
il clic di un interruttore, i notturni
verdi vetri levigati dalle onde.
Ma lo senti, serio sul viso
una cartolina non destinata
una pietra lanciata troppo avanti
arresa chissà dove
tra gli odori pungenti dell’estate
che si sbriciola nella folla:
le bancarelle brillano agitate
vele incendiate
negli incroci, nelle vie incrinate
di luce in luce arenate nel vento
chiamato, scorporato
incapace di riconoscersi.


*


Portici

Lo scacco
martella le maniglie
bloccate nel ghiaccio
inchini forzati d’attesa
le sfere di cristallo rotte
e la bufera calma
di coriandoli e schegge.
L’acustica della polvere segue
i mulinelli per uscire illesa.
Veloce, non pensare
l’inganno dell’inchiostro
senza la nostra scelta, nero
e medicina consumata.
Portici antichi
affreschi
teste abbassate:
che diagnosi per noi comete?
Una Bologna d’ombrelli, non resina
dentro profumi natalizi
e alberi illuminati,
con i nostri zaini scavati,
con i nostri regali rimandati.


*


Lasciare il vento

Mi dicevi che ieri eri
solo la lacrima disabitata
di un orizzonte
senza Non ti scordar di me
una rugiada della ruggine.
L’orologio risuona il porto
corrode la buccia delle custodie
il cielo trasformato di continuo
ha il sentimento del mimo
nella scia degli aerei.
Ascolta un paradosso libero
la chiave che non gira le fessure:
la fine dell’alba scioglie i suoi lacci
di lanterne più forti nell’aurora.
Secchielli aperti
invertono la mano sulla sabbia,
le nostalgie più profonde
sanno lasciare il vento.

Elisa Nanini (8 marzo 1994) è nata e vive a Modena. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureata in Lettere moderne all’Università di Bologna. Attualmente prosegue gli studi umanistici in Italianistica, Culture letterarie europee, Scienze linguistiche all’interno del medesimo ateneo. I suoi versi sono stati selezionati nello spazio La bottega di Poesia de «La Repubblica», edizione di Bologna (maggio 2019), e in occasione dei concorsi poetici Mosse di Seppia Cafè Vol. V (2019) e Rimalmezzo (2020). Ha partecipato al Poesia Festival (edizioni 2019 e 2020). Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Cosa resta dei vetri (Corsiero Editore 2020), con nota critica di Alberto Bertoni. È stata ospite del salotto digitale «Carta Vetrata» (9 dicembre 2020) e di «Hermes Magazine» (9 febbraio 2021).

Marco Colonna – «Radici»

Albe

Così attecchisci
al cielo come pietra


vi si inciampa
nel cercare un segno
quando Luce si risveglia


ed i pensieri cupi schiara
nel saperti immobile presenza


vita che resta oltre noi
prima di noi in quel groviglio che
alle radici di linfa sazia sottoterra.



*


Giorno

Una fibbia di sole
a stringere i sogni
nel cammino


sulla pelle del cielo
melanomi sguardi malati


e nella strada sassi
in dormiveglia rimangono.



*


Giorni

Nel sole che trapassa
lo sguardo che si incurva
nel respiro di insoluti


in noi scarnificato
il senso del passaggio


portiamo il segno
di risposte nella pelle


la polpa di parole
nel tempo ingurgitate


nel giogo del passato
che ci stringe


teniamo vivo l’urlo
che guarisce
malattia.



*


Notte

Non ci resta che scolpire
il buio, farne spigoli di luce,
cedere allo spazio i nostri resti


sono macerie invisibili
sono carne che s’è fatta verbo
parole che abitano silenzi.


L’abominevole sapere
dell’Uomo nella voce


le foglie non sanno
e il prato che le accoglie
se cadute le culla nella quiete.


L’incombenza della vita
ingranaggio che macina
trattiene, annega, spezza,


ci salva il farci piccoli granelli
di sasso, di gomma, di vento.

Ci dicevi:
non dai frutti vi riconoscerò
ma dall’acqua alle radici.



*


Notti da spoetare

Notti da sbriciolare
col rastrello dei morti


stelle da ardere
sull’altare dell’ovvio


e lune che seminano
parole che sgermogliano.



*


Risvegli

Conservare l’intreccio
nel bicchiere della nostra mente
farlo pieno sino all’orlo


trattenere il respiro
e ascoltare apnee
di vita vegetale.


Qui non sbocciano più
lì un fiorire di urla microscopiche
gli assenti giganteggiano.


Nostre le pupille
Tua la luce superstite
che il Mondo mette a repentaglio


Tuo il respiro nostro
pietra da filare gravità
del lieve fardello quotidiano


non è polmone
se non serve al salvamento
e ci sei Tu nella sua linfa.

Marco Colonna ha pubblicato i libri Ani+ma (FaraEditore, Rimini, 2016), S̶i̶a̶m̶o̶ Sono (FaraEditore, Rimini, 2017, ristampa 2018 con introduzione di Angelo Bergamini, fondatore di Kirlian Camera) e Ho scritto questo salto (FaraEditore, Rimini, 2019). Ha pubblicato poesie nelle antologie: L’orizzonte delle metafore (Edizioni Tracce, Pescara, 2018); La responsabilità delle parole (FaraEditore, Rimini, 2018) e A tu per tu-Nel segno del dialogo (FaraEditore, Rimini, 2020); nelle antologie poetiche del Centro di cultura e spiritualità cristiana Salvatore Zuppardo, edizioni Gela, 2017, 2018, 2019 e 2020 (Cesvop, Palermo); e nelle antologie: 100 Thousand poets for Change Rome (Roma, PaPrint-LibrItalia Edizioni, Roma, 2019) e Sorrisi sottopelle (LibrItalia Edizioni, Roma, 2021).

Angela Albonetti – «Cielo senza stelle – Luna su tela»

In memoria (di Claudio)

Hai lasciato il tuo fiore della vita
sulla scrivania,
abbandonato con la carta e la penna
della tua storia.
In silenzio hai aperto i vetri al giorno
che da sulle colline
ed hai soffiato su di noi un alito
di illusione.

Mi hai stretto la mano nel sogno
mentre te ne andavi camminando sul
ponte ultimo
tra la pianura laggiù
e l’altezza delle tue vette.

Senza conoscere il poi sei andato
con la premura di aver ricalcato i ricordi
dentro di noi.


*


La mia notte

E questa sarà la notte
più scura del mio cielo,
perché i pensieri faranno più rumore
del rumore.

In questo infinito silenzio
le voci gridano, io sola le sento.
Stanno cercando via d’uscita.

Allora cerco di allontanarle,
ma loro coprono ogni altro suono,
in questa mia notte.

Passano le ore, tra poco l’alba
si esibirà nei suoi colori.
Con la luce anche le grida si attutiscono.

Poi torna la sera,
è notte di nuovo,
in compagnia di qualcuno che
non sono io.

A. Albonetti, Cielo senza stelle – Luna su tela, Tempo al libro, Faenza, 2021

*


Diario

Il mio corpo
come un diario dei ricordi
con la data dei miei pianti
ed il luogo dei rimpianti.
Questa è una replica
del mio teatro del passato
sbeffeggiante
incido più a fondo
con inchiostro cremisi.

Ricomponi, ricomponi
la mia personalità scordata
ché possa trovare un ritmo
fragile e insanguinata.

Angela Albonetti nasce a Faenza nell’inverno del 2000 e vive a Brisighella, terra che ama profondamente. Attualmente lavora e coltiva la conoscenza della letteratura, dopo aver conseguito il diploma di maturità all’I.T.I.P Bucci di Faenza. La scrittura è una sua grande passione, così come la lettura ed i film dell’orrore. Attiva nel volontariato per A.I.D.O., Pro Loco Brisighella e “Amici dell’Osservanza”. Viene per la prima volta pubblicata con alcune poesie nel 2013 tramite l’editore romano Pagine, nella raccolta Viaggi Di Versi. Nuovi poeti contemporanei.

Pietro Pancamo – «Manto di vita»

Somiglianze

A quest’ora
ogni paese
è un fagotto
di stelle e di buio.

Ma lo è pure
questo cielo vagabondo
(guscio d’aria e di respiri)
che stringe in un solo mondo
città, mari e tempeste.

Ma lo è pure
questa via
(intirizzita di pioggia)
col suo buio
incatenato ai lampioni
e un po’ di stelle
che sussurrano al mio palazzo
la ninna nanna:
Vedo tante finestre
chiuse fra perimetri di sonno.

A quest’ora
ogni uomo
è un fagotto
di buio e di stelle.


*

P. Pancamo, Manto di vita, LietoColle, 2005


Confronto

S’alza al mattino
un fumo di tigri
dalle iridi aperte,
in campagna;
un’espressione grinzosa
rimbocca la faccia
dei contadini.
E mentre il fiume
s’accalca ai loro piedi,
si spulciano gli occhi
scrupolosamente
trovandovi affogate
zampette di ragno.

Io invece,
montanaro del cuore che batte,
m’inerpico per un letto castano
di mie pietruzze in salita.
Poi, di sera,
–tornando a zonzo verso casa–
sembro un fantasma nero che,
appuntito come un ago,
viaggi sui trampoli del buio.

Pietro Pancamo è un poeta, novelliere ed editor professionista, nato nel 1972.
Dopo essere stato incluso nell’antologia  «Poetando» (Aliberti), curata da Maurizio Costanzo, s’è visto pubblicare una breve raccolta di versi dal blog «Poesia» della Rai e dedicare una puntata del programma «Poemondo» dalla radio nazionale della Svizzera italiana.
È autore delle sillogi poetiche «Manto di vita» (LietoColle) e «Il Silenzio Stonato» (Edizioni Thyrus); con quest’ultima ha vinto il Premio “Città di Torino”, per giungere poi secondo al “Trofeo Medusa Aurea” (concorso letterario, indetto dall’Accademia internazionale d’arte moderna di Roma).
Suoi testi sono apparsi sul «Corriere della Sera», «Il Fatto Quotidiano», «la Repubblica», «La Stampa», «Poesia» (Crocetti editore), «Atelier», «Gradiva», «Poetarum silva», «Carmilla», «Il Ridotto», «Il Paradiso degli Orchi», «FantasyMagazine», «IF. Insolito & Fantastico», «Vibrisse», «El Ghibli», «Cronache letterarie», «Scriptamanent» (Rubbettino editore), «Suite Italiana» e «Diogen» (rivista di Sarajevo, fra le più importanti d’Europa).Attualmente cura la sezione poesia del mensile italo-olandese «Il Cofanetto Magico», mentre su Maratea Web Radio conduce la rubrica letteraria “(Pod)cast away”.Per Radio Big World (emittente italofona di Madrid) e «Beyond Thirty-Nine» (ex piattaforma culturale di Hong Kong, fondata dal romanziere della Mursia editore Angelo Paratico), ha rispettivamente condotto il programma mensile «The Big World of Poetry and Fiction» e il podcast in inglese «Good Mo(u)rning, Italy!». Nel tempo -oltre a fondare e dirigere il portale culturale «L(‘)abile traccia» (citato nel 2007 in un volume della Zanichelli)-, è stato direttore editoriale della rivista internazionale «Niederngasse», caporedattore per la poesia dell’e-zine «Progetto babele» e redattore di «Viadellebelledonne» (per anni uno dei blog letterari più seguiti in Italia).

Alberto Barina – «Gli idoli sbagliati»

Dopopranzo d’infanzia

Tutto succede
in un dopopranzo d’infanzia.
Mi piaceva origliare
la grafia minuta di mia madre
il suo respiro, sarcofago di dea.
Si giocava a predire il futuro
dalle forme allungate delle ombre,
dalle altalene delle nuvole.

Si contavano i sassi
delle strade a cui anelavamo.
La libertà che si espandeva
in certa immaginazione.
Gli anfratti impensati
nei quali ci si spartiva la paura.

Emettevamo suoni primordiali
i nostri tuoni dei sogni,
mentre correndo
maturava
il grado di acidità del cuore.


*


Hiroshige

È piovuto all’alba
sulle bacche di sambuco.
Ora,
hanno un rigurgito di sole,
vertigine per gli uccelli.

A. Barina, Gli idoli sbagliati, Placebook Plubishing, 2020

Vendemmiano
un silenzio nero, quasi oscuro,
infatuate del cielo.

Alla traccia madreperlacea
della finestra,
ogni giorno,
conto i miei idoli sbagliati
come Hiroshige.


*

Ninfea

Dio
ha pensato ad un cielo liquido
agli ornamenti, alle stelle diurne,
alle geometrie di radici pulsanti
consegnate all’eternità,
di un fiore che siede immobile
unico e nuziale.
Chissà se l’acqua ha memoria
dei suoi meccanismi di difesa.


*


Emily

Sacerdotale in un dagherrotipo,
ago del paradiso.
L’esistenza è
un’iscrizione vitruviana del bianco,
la stanza una vela maestra.

Le parole rischiarano unite
tutte
ogni volta,
in punti di perfette costellazioni.

Che cosa è davvero importante e fondamentale scrivere in una biografia che sappia andare al di là del mero elenco di date e fatti che poco o nulla dicono della persona? Che sono nato il 3 maggio del 1975? Che ho iniziato a reggere in mano una penna e a “sporcare di nero il bianco” all’età di sedici anni, aiutato e sospinto dall’ascolto della musica? Che scrivo con la mano sinistra? Che non ho mai coltivato utili amicizie tra critici letterari, riviste, salotti mondani di poesia? Che forse dovrei scusarmi con molte persone se a volte mi definisco poeta e se altre ancora mi chiamano con questo appellativo? Che ora posso dire di sentirmi privilegiato se alcuni amici decidono di ricamare i miei versi sulla stoffa per poi farne dono ad altri? Se una delle cantautrici italiane più brave, ma purtroppo sconosciuta, prende spunto dai miei versi per scrivere e creare una canzone? Che ho accumulato un po’ di premi e riconoscimenti vari, nel corso del tempo, ma farne l’elenco mi sembra un atto presuntuoso e che la relativa elencazione è del tutto inutile e priva di interesse per chi legge? So che non dico (e non scrivo) nulla di nuovo, che non invento nulla che già non sia stato detto e scritto. So che i miei versi non cambieranno il mondo (e nemmeno hanno la capacità di poterlo fare). In ultima istanza forse bisognerebbe chiedere alle parole che uso come se la passano sotto di me, se si sentono trattate bene, se si sentono rispettate, se si sentono prese per il “verso giusto”. Forse loro (e solo loro) potrebbero tentare di scrivere una mia biografia sensata.

Lavinia Alberti – «Incoerenze»

Naufragi

Quei pensieri affogati
nel mare
tra luccicanti bolle
e ignote conchiglie
sprofondarono
dissolti
per un sadico gioco del destino.
Nel buio e nel silenzio
sentivo più forte
echeggiare il tuo nome:
le stesse iniziali di mare,
la stessa purezza salmastra.
Era dolce il tuo tocco
sulle mie mani
quando formava
intrecci di fiaba:
non aveva spazio,
quel giorno
per dimenticare.


*


Notti gonfie

L. Alberti, Incoerenze, Il Convivio editore, 2020

Taciturne notti gonfie d’incensi,
umidi passi e una mente fallace
camminavano calpestando quei sogni,
inciampavano assetate di quel domani.
Guardavano da lontano
quei monti infiniti,
quelle praterie che si cibavano
di scalfiti ricordi,
come pure la brezza marina
sulla riva del mio petto.
Quelle immagini sobbalzate
ai miei occhi
non dovevano esistere,
eppure dentro di me ancora tiepide
come onde salmastre
dopo giornate roventi d’agosto
riemergevano,
come aneliti di vita
pronti a bucare quel cielo di carta.
Quegli stupidi orpelli
di cui andavi fiero
gonfiavano il tuo ego,
appesantivano una mente
già stanca e stremata
del tuo volto orgoglioso.
Non ti accorgevi di nulla
ma dentro di me
ponderose radici,
tronchi recisi di mille anni,
gonfiavano poco a poco
dentro una terra
ancora bagnata.
Taciturne notti confuse
si susseguivano.
Sembravano uguali
invece erano pugnali,
lame affilate che ardevano
come vicino a un camino.
Quelle notti si placarono
dopo sentieri polverosi,
scoscese vie di campagna, dopo fatiche disumane
e volti annegati
in quei sogni stralunati.


*


Quel che basta

Mi basta sapere
che ricopri questo spazio
di tempo
in cui tutto esiste e niente
si dissolve
per capriccio.
Mi basta sapere
che esisti tra le pieghe di un libro,
tra le strade di casa
percorse e quelle
mai viste.
Anche se per un attimo,
mi basta sapere
che ci sei.

Lavinia Alberti nasce a Torino nel 1991, ma di fatto è siciliana, di Palermo, città nella quale ha studiato. Ha una formazione umanistica e una passione per il giornalismo, la musica e l’arte in tutte le sue declinazioni. Si laurea in Lettere moderne e in Teatro, cinema e spettacolo multimediale all’Università di Palermo, nel primo caso con una tesi dal titolo “Spazio e tempo nei film di Michelangelo Antonioni”, nel secondo con una tesi sul rapporto tra il linguaggio cinematografico e quello musicale: “Oltre il commento sonoro: le musiche nei film di Pasolini, tra riscatto e nobilitazione”. Ha frequentato un master all’Università di Parma in comunicazione e giornalismo (“Web communication e social media per giornalisti e comunicatori”). Di musica, di teatro e di cinema si occupa dal punto di vista giornalistico e critico. In passato ha collaborato con alcuni blog e quotidiani cartacei e online, occupandosi sempre di spettacolo; tra questi il GDS, Meteoweek e l’Opinione pubblica. Tra le sue passioni ci sono anche la fotografia e la poesia. Ha pubblicato la sua prima raccolta poetica (Gocce, edita da Controluna) a gennaio 2019. Nell’aprile 2020 invece ha pubblicato la sua seconda raccolta poetica: Incoerenze (Il Convivio editore). Attualmente insegna italiano a Mondovì (CN). Sta lavorando inoltre alla sua terza raccolta.

Maria Grazia Palazzo – «In punta di piedi»

ha forma di farfalla
in armatura colorata
l’orizzonte

nel pulviscolo atmosferico una minuscola crisalide
si staglia,
sovraimpressione incompiuta, ieratica bellezza,

forse una vela torna a germinare da una crepa
segni-sogni-semi-epistèmi, vastità molecolari

di sterminato bianco, nero, tracce di viaggio
ancora sfocato, ritorna in un azzurro invincibile

a stare in luogo necessario, a stare anche nel pianto,
rami di mistero, in un bacio d’alba, in viva filigrana

e più vicini noi a divorare ogni esperienza
nella miseria nostra della misura persa.


*

La notte come un fiume fino alle radici
a scavare dentro, a contarsi, a tenersi,
oltre il giorno, bambini ed anziani,
a pregare cento occhi e nomi.


Tornano all’epicentro
vite di migranti, corpi
in campo d’abbandono,
a disperare il freddo, la pace, a pregare
conforto, una strada, il perdono.

Forse la notte
restituirà le voci, ad una ad una
andando avanti, potremo cercare di raggiungere
le mani, il mare, la fortuna
non chiederà sacrifici umani ma doni.

Notte come un fiume
d i l a v a la memoria
ricordo rimosso
di quando si andava
lontano m i g r a n d o.


*

M.G. Palazzo, In punta di piedi, Terra d’ulivi edizioni, Lecce, 2017




La nostra geografia dalla ferita
immaginaria viaggia nel corpo
cavo del ricordo o della paura
che qualche cosa accada
ad interrompere il viaggio.

Dove la morte è presente,
a partorire il desiderio
dal buco nero, dove stanno
la bellezza ed il dolor insieme,
lì, è conquista d’incarnazione.

Un attentato o un tentativo
il divenire, il farsi, il dirsi darsi.
Tu non incidere il tuo nome nel buio
ma attendi che qualcuno ti pronunci
ti chiami guardandoti negli occhi…

Pace, come acqua da bere, aria
da respirare, ragione sentimento insieme,
nemesi del quotidiano sulla morte,
sulla nevrosi dei miti di grandezza,
miserie di una guerra persa.


*

Tra i morti e i vivi
in rivoli, apparenze, pomeriggi accecanti,
la morte arriva presto, le mani sono pietra.


Un Sud amaro insofferente scava
del sole la veglia meridiana morde,
in campo d’attesa, il riso
dei morti, la fame, il fiato.

È nel passaggio, in faticoso guado
che un altro Sud con spasmi muscolari
si sfila la camicia di forza,
e pompa sangue al corpo che non osa.

E i morti sanno tutto.
E noi viviamo nell’ombra.

Maria Grazia Palazzo è nata nel ’68, a Martina Franca (Ta), vive a Monopoli (Ba) dal 2006, dove si sono rotte le acque della poesia. Ha esercitato la professione di avvocato, per oltre vent’anni. Con l’arrivo di Amit dall’India nel 2014 è diventata mamma adottiva e nel 2015, con la seconda laurea in Scienze Religiose, è entrata nel mondo del super precariato della scuola, intraprendendo un nuovo percorso. Ha da sempre partecipato ad attività culturali e di promozione artistica, readings ed eventi volti alla multidisciplinarietà delle arti e alla pratica della poesia.
Ha pubblicato in poesia: Azimuth, con LietoColle nel 2012; In punta di piedi, con Terra d’Ulivi nel 2017; Pi Greco, piccolo e-book, con Stefano Donno nel 2017; Andromeda nel 2018, con i Quaderni del Bardo. Altre poesie sono uscite in collettanea per altre case editrici e su siti web. L’ultima sua opera in poesia è Toto Corde, uscita con La Vita Felice, nel 2020.