Rossella Renzi – «Disadorna»

Tu che lo sai, dimmi cos’è
essere luce in questo lamento
che arriva da lontano.

Essere luce nel fragore
nel desiderio, nella speranza
quando la vita si schianta.

Dimmi il peccato nella mano tesa,
nella lingua del corpo che si fa canto.


*


Per Camille Claudel


I

C’è un punto nel sul collo
tra cuore e clavicola
dove si raccolgono le lacrime.

Nel solco appena accennato ristagna,
fa male. Se scavi in quel punto, Camille
comprendi una figura di madre
il suo corpo, gli occhi più grandi
il dolore non detto
le mani incrociate sulle ginocchia.



*



La falena tigre
ha gli occhi della notte
figura fragile venuta in sogno
vestale della consolazione.
Muta sulla parete della stanza
lei è testimone degli amanti
la semina, il canto,
l’incendio delle ali.



*



Se tocchi la sottile membrana
che mi avvolge io sono ancora bozzolo
bozzolo che esplode sono farfalla
ali che impazzano sulla schiena.

Rossella Renzi, insegnante, scrittrice, poetessa, ha pubblicato in versi I giorni dell’acqua (L’arcolaio 2009), Il seme del giorno (L’arcolaio 2015), Dare il nome alle cose (Minerva 2018), Disadorna (peQuod 2022); il saggio Dire fare sbocciare. Laboratori di poesia a scuola (E-book per Pordenonelegge 2018). È redattrice di «Argo» e di «Poesia del nostro tempo». Per la casa editrice Argolibri dirige la collana “Territori” per cui ha curato il volume Argo 2020 L’Europa dei poeti. Ha curato, insieme ad altri critici, L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie e numerosi Annuari di poesia. Conduce “Novissime, podcast mensile di poesia e letteratura” insieme a Lello Voce.
Con musicisti e artisti di vario tipo realizza progetti che indagano il rapporto tra la poesia e le diverse forme espressive. Con l’Associazione Independent Poetry organizza eventi letterari. Si è laureata nel 2003 all’Alma Mater di Bologna col Professor Alberto Bertoni, con una tesi su Eugenio Montale e la poesia del secondo Novecento.

Isabella Errani – «In terra di Ananke»

Ananke

Sei arrivato
silenzio
ma in fondo ci sei sempre stato.
Ti ho imparato così
al buio
dentro al pieno
dentro al vuoto
in un’alba di gelo
non ancora nata.

Sotto l’orizzonte
ad attendermi
il tenace e severo abbraccio
di un tempo aspro
dalla luna opposta
in terra di Ananke.

Iniziata
sui muri
delle tue stazioni
l’itinerario del viaggio
l’ho imparato così
al buio
con l’occhio bambino
spalancato sopra l’orizzonte.

E sì su qualche muro
ho sbattuto le finestre al pianto
recitando la paura
pedaggio equo
alla felicità
che copre il dolore.



*



Viaggio

Regna l’assenza
come in una lunga notte artica
quando il sole non sorge per settimane.

Regna l’assenza del calore di ogni vincolo
la transumanza del mio cuore ricomincia
mentre un vento gelido passeggia senza identità sul vuoto.

L’assenza profuma di dolore il mio sentiero
mentre tramortisce e divora
ogni già ebbra traccia.

Camaleontici sgabuzzini
come sacri sudari
mi offrono scollacciate memorie.

Perché mi fissate polifemiche
da dentro la ciotola del dispetto
legate ancora a bui rinneghi?

I. Errani, In terra di Ananke, Dialoghi Edizioni

Guardo oltre il fuoco del mio respiro
mentre appesa alla porta del futuro
il tintinnìo della resa mi sveglia lo sguardo.

E l’assenza come in un’alba boreale
già non mi pare più così gelida.


*

Oltre quel muro

Ho scelto di incappucciare il mio già scheggiato cuore
di mangiare brindare piangere ridere danzare
con la tua maschera dai veri spartiti nascosti
accanto alla siepe di un sogno

per attraversare un tempo con te.

Ho scelto l’affanno trascinando le linee del mio volto interiore
a scomporsi bisbigliando azzardi amorosi con le tue contraffatte carte
dalle riconversioni impossibili
battezzate ogni volta da bari caffè

quasi avessi atteso a lungo un tempo con te.

Ho scelto d’incollare la pioggia acida
di profetiche parole
su occhiali rosa tatuati d’improbabili ti amo
insieme all’ultimo coagulo di dignità
acciambellata come un gatto sulle finestre dei tuoi palazzi
arabescati già di rancorose ragnatele.

Ho scelto come una lupa violata ogni notte per tante notti
di leccare sulla tua pelle le mie livide strappate vele
dall’ultima pioggia dell’ultimo tuono
e di saltare al di la della strada oltre quel muro
abbracciata ai miei rossetti ai miei tacchi a spillo al Male
solo all’alba del dopo Natale

quasi fosse meno forte il dolore che schiaccia la schiena al cuore.

Ho scelto di non scegliere gli amici dai lindi armadi
dai rossi larghi sorrisi dai generosi abbracci
dall’improvviso inedito rigore
nelle ore più torbide del disonore.

Ho scelto di abbandonare il buio degli occhi umidi della colpa
e sola ho preso per mano la paura
dalla pancia alla piazza
lungo i corridoi di un tribunale giusto
ho annusato il fruscio del Male
dal ghigno passepartout
dall’occhio secco
dal profilo di lama.

Ho scelto l’oltre quel muro
quasi fosse il tempo di riprendermi le mie vele.

Isabella Errani è nata a Lugo di Romagna (RA) nel 1958 e abita a Bagnacavallo.
È stata educatrice di asilo nido e bibliotecaria alla Biblioteca “F. Trisi” di Lugo.
Ha partecipato a vari premi letterari nazionali e internazionali di poesia, ricevendo premi, riconoscimenti e menzioni d’onore.

Luca Lanfredi – «Il coraggio necessario»

IL SEGNALIBRO

E come segnalibro, adesso,
lo scatto in posa della ballerina:
l’anello al dito indice, le vertebre
schiodate nell’arco di corpo chiuso.

Prima, ci si era solamente esercitati
a essere giovani, a dissetarsi, a
assolversi.

Come quando si ascolta recitare
versi in una lingua che non ci appartiene:
si canta il suono,
si vive l’impazienza.


*


FINE D’ANNO

E siamo anche stati quel gesto mimato
di riaprire il cassetto, come se ne fosse
possibile l’idea.

Sono le mani che tracciano la storia:
un vicolo di cenni, un
cerchio, e tutto
il resto.


*


UNA JACQUERIE

Poi dici, «Siamo la guerra,
la leggenda, il segnale che abbassa
la frontiera, siamo il mare
come se non esistesse
e quel portarsi la memoria alla bocca».

La bandiera era quella: il pensiero
di un bene che accade.
Il sangue che tocca, un nome che chiama.


*


IV

Sulla riva i germani raccolgono gli sguardi
degli occhi disattenti, del successo.
Non ho mai detto di me: ho solo scritto.
Le dita quasi a incidere la balaustra.
….. Come mai? Come mai
………… è sempre tanto tardi?

Luca Lanfredi è nato nel 1964 e vive e lavora a Brescia. Ha pubblicato le raccolte Il coraggio necessario (Lamantica Edizioni, Brescia 2019) con prefazione di Mauro Germani e Il tempo che si forma (L’Arcolaio, Forlì 2015; secondo classificato al Premio Internazionale di letteratura Città di Como; finalista al Premio “Solstizio” per opera prima, Fondi) con prefazione di Giacomo Cerrai. Una breve silloge, A mezza luce, è apparsa in formato e-book nel maggio 2009 per Clepsydra Edizioni. Suoi testi sono ospitati sul sito del poeta Nanni Cagnone e apparsi su blog quali: Poesia di Luigia Sorrentino; Imperfetta Ellisse di Giacomo Cerrai; margo di Mauro Germani e Carteggi letterari.

Monica Guerra – «Entro fuori le mura»

le idee come esuli in tempi di guardiani
ma qui è sparare a raffica all’orizzonte

tra le croci e le rose l’io superstite
entro le mura del cuore qualche mito utile

sporadiche razioni di luce e del resto
non vedere – poco importa –

fuori è rovo di un altrove tu che mormori
il vuoto non esiste rampicando solitudine


*


presto verrà l’autunno avvertivi
lasciando la mia mano sopra i nidi
d’agosto sorridevi
alla resa improvvisa dei germogli


lo sapevamo entrambe com’è giusto
è così che una sera d’un tratto
la nebbia d’autunno
addolcisce lo sgombero dei nidi


– ora che i corridoi sono quasi muti
la tua stanza sempre in ordine –


non è più la stagione dei germogli
ma l’arco fiorito delle tue ali ridevo
com’è giusto in mano
alla spina dei giorni disabitati


a Virginia
ottobre 2018


*


la voce cruda della vastità
punge sottopelle e l’inquietudine
allaga la faglia del silenzio

com’è facile soli
l’altro occhio della luna
il deserto

com’è difficile il contempo


*


chiedilo a un indizio di neve
niente è impossibile

nell’unità il punto zero esiste
fosse ripartire dalla cenere

e in questa notte a lato delle stelle
anche lo sterco esala un bagliore

Monica Guerra è nata a Faenza il 4 ottobre del 1972. Nel gennaio 2020 è uscita la sua penultima pubblicazione Nella moltitudine (Il vicolo 2020). Nel 2019, la silloge inedita Spezzare il pane è stata pubblicata nel Quarto Repertorio di Poesia Italiana Contemporanea (Arcipelago itaca), nello stesso anno la raccolta Expectations, in lingua inglese, è stata pubblicata nel ”Journal of Italian Studies”, sezione italiana, per il NeMLA (Northeast Modern Language Association). Nel 2018 ha tradotto in italiano una sezione dell’antologia Hundred Great Indian Poems, curata da Abhay K. (Bloomsbury, India, 2018). La sua pubblicazione bilingue Sulla Soglia – On the Threshold (Samuele Editore 2017) è stata pubblicata anche in lingua spagnola per Uniediciones Sello Editorial, con traduzione di Antonio Nazzaro. Sotto Vuoto (Il Vicolo 2016) seguiva Semi di sé (Il Ponte Vecchio 2015) e il saggio intitolato Il respiro dei luoghi, scritto a quattro mani con il sociologo Daniele Callini (Il Vicolo 2014).

Alessandro Canzian – «Il Condominio S.I.M.»

Non conosco la ragazza
di nome Olga, ma la penso.
La pelle bianca come i capelli
di mio padre, il seno grande
– i tacchi ben calcati
la sera alla mia porta -, poi
ieri notte l’ho sentita urlare
appesa alle mani di qualcuno.


*


Carlo sono giorni che
non fa la doccia. Lo vedo
uscire dal portone con gli stessi
pantaloni, lo stesso odore, per
questo sua madre l’ha sgridato
al telefono dicendo
che è inutile attendere l’attesa.


*


Silvio amava leggere poesie
ma non le finiva mai davvero.
Doveva saltarne un verso, due,
per capirne il senso. Come
con le donne, che non riusciva
mai a guardare intere.


*


Oggi io e Alberto abbiamo
letto Kipling. È stato prima
del tg delle venti. Quel
che più conta è essere figli
prima che uomini. Per Alberto
a un certo punto della vita
non siamo figli di nessuno.


*


Quando si è soli tutto è buono.
Anche la cinquantenne trovata
a ballare mezza nuda e che
non chiede niente. Non fa
differenza l’età, direbbe Aldo.
La solitudine non invecchia

Nato a Pordenone nel 77, vive e lavora a Maniago. Dopo un’esperienza come pubblicista per il Gazzettino e la rivista online Whipart fonda, nel 2006, la Samuele Editore. Nel 2013 e 2018 cura, per l’Associazione statunitense NeMLA, due progetti sulla poesia italiana editi nell’omonima rivista accademica. L’ultimo edito è “Il Condominio S.I.M.” (Stampa 2009, 2020, prefazione di Maurizio Cucchi.

Elisa Nanini – «Cosa resta dei vetri»

Perderti ma non perderti

Un sacchetto volato via
non è fuori posto su un albero.
A volte pensare è scivolare
nel tuo armadio disabitato,
la meraviglia pienezza di senso:
di non sola terra scrive la Terra
il rumore dell’anta
sul cemento batte le dita
e non puoi farne a meno.
Perderti ma non perderti
è forma di ogni tetto
qualcosa che assomiglia a una preghiera
grigia di parole invecchiate
l’erba del nulla
miracoloso che ci unisce. L’acqua
scricchiola sotto.
Oggi ti sento e non so dirti
più che indicibile,
dietro il nylon inarcato a ponte
volerti bene è figlio del figlio,
filo,
taglio tanto da essere vivo.


*


Vasi comunicanti

L’odore dopo il temporale
vasi comunicanti
le vene dorate sulla ceramica
che il cuore giapponese cuce
di nuovo valore, i lampioni

e il nero d’angeli tra una figura
e l’altra. Ti chiedi chi sono
ma prima dovremo racimolare
molti pezzi rubati. Chiedili
alle amiche di sempre

non ti risponderanno,
chiedili alle stanze di ogni clessidra
non tremerà corda vocale.
I ristoranti mangeranno
i gradini scivoleranno

il letto farà finta di dormire
le auto ascolteranno la musica
le biblioteche sfoglieranno pagine
il parco riderà, cambierà.
Dicono che l’assenza parli

E. Nanini, Cosa resta dei vertri, Corsiero editore, Reggio Emilia, 2020

come una conchiglia all’orecchio:
la domanda interpreta
gli strumenti delle arterie,
le onde infinite si regalano
a geometrie intrecciate.

*


Cosa resta dei vetri

Musiche immobili, scarnificate
di vacanze già respirate
sono qui, ad aspettare che mentano
il clic di un interruttore, i notturni
verdi vetri levigati dalle onde.
Ma lo senti, serio sul viso
una cartolina non destinata
una pietra lanciata troppo avanti
arresa chissà dove
tra gli odori pungenti dell’estate
che si sbriciola nella folla:
le bancarelle brillano agitate
vele incendiate
negli incroci, nelle vie incrinate
di luce in luce arenate nel vento
chiamato, scorporato
incapace di riconoscersi.


*


Portici

Lo scacco
martella le maniglie
bloccate nel ghiaccio
inchini forzati d’attesa
le sfere di cristallo rotte
e la bufera calma
di coriandoli e schegge.
L’acustica della polvere segue
i mulinelli per uscire illesa.
Veloce, non pensare
l’inganno dell’inchiostro
senza la nostra scelta, nero
e medicina consumata.
Portici antichi
affreschi
teste abbassate:
che diagnosi per noi comete?
Una Bologna d’ombrelli, non resina
dentro profumi natalizi
e alberi illuminati,
con i nostri zaini scavati,
con i nostri regali rimandati.


*


Lasciare il vento

Mi dicevi che ieri eri
solo la lacrima disabitata
di un orizzonte
senza Non ti scordar di me
una rugiada della ruggine.
L’orologio risuona il porto
corrode la buccia delle custodie
il cielo trasformato di continuo
ha il sentimento del mimo
nella scia degli aerei.
Ascolta un paradosso libero
la chiave che non gira le fessure:
la fine dell’alba scioglie i suoi lacci
di lanterne più forti nell’aurora.
Secchielli aperti
invertono la mano sulla sabbia,
le nostalgie più profonde
sanno lasciare il vento.

Elisa Nanini (8 marzo 1994) è nata e vive a Modena. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureata in Lettere moderne all’Università di Bologna. Attualmente prosegue gli studi umanistici in Italianistica, Culture letterarie europee, Scienze linguistiche all’interno del medesimo ateneo. I suoi versi sono stati selezionati nello spazio La bottega di Poesia de «La Repubblica», edizione di Bologna (maggio 2019), e in occasione dei concorsi poetici Mosse di Seppia Cafè Vol. V (2019) e Rimalmezzo (2020). Ha partecipato al Poesia Festival (edizioni 2019 e 2020). Ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Cosa resta dei vetri (Corsiero Editore 2020), con nota critica di Alberto Bertoni. È stata ospite del salotto digitale «Carta Vetrata» (9 dicembre 2020) e di «Hermes Magazine» (9 febbraio 2021).

Marco Colonna – «Radici»

Albe

Così attecchisci
al cielo come pietra


vi si inciampa
nel cercare un segno
quando Luce si risveglia


ed i pensieri cupi schiara
nel saperti immobile presenza


vita che resta oltre noi
prima di noi in quel groviglio che
alle radici di linfa sazia sottoterra.



*


Giorno

Una fibbia di sole
a stringere i sogni
nel cammino


sulla pelle del cielo
melanomi sguardi malati


e nella strada sassi
in dormiveglia rimangono.



*


Giorni

Nel sole che trapassa
lo sguardo che si incurva
nel respiro di insoluti


in noi scarnificato
il senso del passaggio


portiamo il segno
di risposte nella pelle


la polpa di parole
nel tempo ingurgitate


nel giogo del passato
che ci stringe


teniamo vivo l’urlo
che guarisce
malattia.



*


Notte

Non ci resta che scolpire
il buio, farne spigoli di luce,
cedere allo spazio i nostri resti


sono macerie invisibili
sono carne che s’è fatta verbo
parole che abitano silenzi.


L’abominevole sapere
dell’Uomo nella voce


le foglie non sanno
e il prato che le accoglie
se cadute le culla nella quiete.


L’incombenza della vita
ingranaggio che macina
trattiene, annega, spezza,


ci salva il farci piccoli granelli
di sasso, di gomma, di vento.

Ci dicevi:
non dai frutti vi riconoscerò
ma dall’acqua alle radici.



*


Notti da spoetare

Notti da sbriciolare
col rastrello dei morti


stelle da ardere
sull’altare dell’ovvio


e lune che seminano
parole che sgermogliano.



*


Risvegli

Conservare l’intreccio
nel bicchiere della nostra mente
farlo pieno sino all’orlo


trattenere il respiro
e ascoltare apnee
di vita vegetale.


Qui non sbocciano più
lì un fiorire di urla microscopiche
gli assenti giganteggiano.


Nostre le pupille
Tua la luce superstite
che il Mondo mette a repentaglio


Tuo il respiro nostro
pietra da filare gravità
del lieve fardello quotidiano


non è polmone
se non serve al salvamento
e ci sei Tu nella sua linfa.

Marco Colonna ha pubblicato i libri Ani+ma (FaraEditore, Rimini, 2016), S̶i̶a̶m̶o̶ Sono (FaraEditore, Rimini, 2017, ristampa 2018 con introduzione di Angelo Bergamini, fondatore di Kirlian Camera) e Ho scritto questo salto (FaraEditore, Rimini, 2019). Ha pubblicato poesie nelle antologie: L’orizzonte delle metafore (Edizioni Tracce, Pescara, 2018); La responsabilità delle parole (FaraEditore, Rimini, 2018) e A tu per tu-Nel segno del dialogo (FaraEditore, Rimini, 2020); nelle antologie poetiche del Centro di cultura e spiritualità cristiana Salvatore Zuppardo, edizioni Gela, 2017, 2018, 2019 e 2020 (Cesvop, Palermo); e nelle antologie: 100 Thousand poets for Change Rome (Roma, PaPrint-LibrItalia Edizioni, Roma, 2019) e Sorrisi sottopelle (LibrItalia Edizioni, Roma, 2021).

Angela Albonetti – «Cielo senza stelle – Luna su tela»

In memoria (di Claudio)

Hai lasciato il tuo fiore della vita
sulla scrivania,
abbandonato con la carta e la penna
della tua storia.
In silenzio hai aperto i vetri al giorno
che da sulle colline
ed hai soffiato su di noi un alito
di illusione.

Mi hai stretto la mano nel sogno
mentre te ne andavi camminando sul
ponte ultimo
tra la pianura laggiù
e l’altezza delle tue vette.

Senza conoscere il poi sei andato
con la premura di aver ricalcato i ricordi
dentro di noi.


*


La mia notte

E questa sarà la notte
più scura del mio cielo,
perché i pensieri faranno più rumore
del rumore.

In questo infinito silenzio
le voci gridano, io sola le sento.
Stanno cercando via d’uscita.

Allora cerco di allontanarle,
ma loro coprono ogni altro suono,
in questa mia notte.

Passano le ore, tra poco l’alba
si esibirà nei suoi colori.
Con la luce anche le grida si attutiscono.

Poi torna la sera,
è notte di nuovo,
in compagnia di qualcuno che
non sono io.

A. Albonetti, Cielo senza stelle – Luna su tela, Tempo al libro, Faenza, 2021

*


Diario

Il mio corpo
come un diario dei ricordi
con la data dei miei pianti
ed il luogo dei rimpianti.
Questa è una replica
del mio teatro del passato
sbeffeggiante
incido più a fondo
con inchiostro cremisi.

Ricomponi, ricomponi
la mia personalità scordata
ché possa trovare un ritmo
fragile e insanguinata.

Angela Albonetti nasce a Faenza nell’inverno del 2000 e vive a Brisighella, terra che ama profondamente. Attualmente lavora e coltiva la conoscenza della letteratura, dopo aver conseguito il diploma di maturità all’I.T.I.P Bucci di Faenza. La scrittura è una sua grande passione, così come la lettura ed i film dell’orrore. Attiva nel volontariato per A.I.D.O., Pro Loco Brisighella e “Amici dell’Osservanza”. Viene per la prima volta pubblicata con alcune poesie nel 2013 tramite l’editore romano Pagine, nella raccolta Viaggi Di Versi. Nuovi poeti contemporanei.

Pietro Pancamo – «Manto di vita»

Somiglianze

A quest’ora
ogni paese
è un fagotto
di stelle e di buio.

Ma lo è pure
questo cielo vagabondo
(guscio d’aria e di respiri)
che stringe in un solo mondo
città, mari e tempeste.

Ma lo è pure
questa via
(intirizzita di pioggia)
col suo buio
incatenato ai lampioni
e un po’ di stelle
che sussurrano al mio palazzo
la ninna nanna:
Vedo tante finestre
chiuse fra perimetri di sonno.

A quest’ora
ogni uomo
è un fagotto
di buio e di stelle.


*

P. Pancamo, Manto di vita, LietoColle, 2005


Confronto

S’alza al mattino
un fumo di tigri
dalle iridi aperte,
in campagna;
un’espressione grinzosa
rimbocca la faccia
dei contadini.
E mentre il fiume
s’accalca ai loro piedi,
si spulciano gli occhi
scrupolosamente
trovandovi affogate
zampette di ragno.

Io invece,
montanaro del cuore che batte,
m’inerpico per un letto castano
di mie pietruzze in salita.
Poi, di sera,
–tornando a zonzo verso casa–
sembro un fantasma nero che,
appuntito come un ago,
viaggi sui trampoli del buio.

Pietro Pancamo è un poeta, novelliere ed editor professionista, nato nel 1972.
Dopo essere stato incluso nell’antologia  «Poetando» (Aliberti), curata da Maurizio Costanzo, s’è visto pubblicare una breve raccolta di versi dal blog «Poesia» della Rai e dedicare una puntata del programma «Poemondo» dalla radio nazionale della Svizzera italiana.
È autore delle sillogi poetiche «Manto di vita» (LietoColle) e «Il Silenzio Stonato» (Edizioni Thyrus); con quest’ultima ha vinto il Premio “Città di Torino”, per giungere poi secondo al “Trofeo Medusa Aurea” (concorso letterario, indetto dall’Accademia internazionale d’arte moderna di Roma).
Suoi testi sono apparsi sul «Corriere della Sera», «Il Fatto Quotidiano», «la Repubblica», «La Stampa», «Poesia» (Crocetti editore), «Atelier», «Gradiva», «Poetarum silva», «Carmilla», «Il Ridotto», «Il Paradiso degli Orchi», «FantasyMagazine», «IF. Insolito & Fantastico», «Vibrisse», «El Ghibli», «Cronache letterarie», «Scriptamanent» (Rubbettino editore), «Suite Italiana» e «Diogen» (rivista di Sarajevo, fra le più importanti d’Europa).Attualmente cura la sezione poesia del mensile italo-olandese «Il Cofanetto Magico», mentre su Maratea Web Radio conduce la rubrica letteraria “(Pod)cast away”.Per Radio Big World (emittente italofona di Madrid) e «Beyond Thirty-Nine» (ex piattaforma culturale di Hong Kong, fondata dal romanziere della Mursia editore Angelo Paratico), ha rispettivamente condotto il programma mensile «The Big World of Poetry and Fiction» e il podcast in inglese «Good Mo(u)rning, Italy!». Nel tempo -oltre a fondare e dirigere il portale culturale «L(‘)abile traccia» (citato nel 2007 in un volume della Zanichelli)-, è stato direttore editoriale della rivista internazionale «Niederngasse», caporedattore per la poesia dell’e-zine «Progetto babele» e redattore di «Viadellebelledonne» (per anni uno dei blog letterari più seguiti in Italia).

Alberto Barina – «Gli idoli sbagliati»

Dopopranzo d’infanzia

Tutto succede
in un dopopranzo d’infanzia.
Mi piaceva origliare
la grafia minuta di mia madre
il suo respiro, sarcofago di dea.
Si giocava a predire il futuro
dalle forme allungate delle ombre,
dalle altalene delle nuvole.

Si contavano i sassi
delle strade a cui anelavamo.
La libertà che si espandeva
in certa immaginazione.
Gli anfratti impensati
nei quali ci si spartiva la paura.

Emettevamo suoni primordiali
i nostri tuoni dei sogni,
mentre correndo
maturava
il grado di acidità del cuore.


*


Hiroshige

È piovuto all’alba
sulle bacche di sambuco.
Ora,
hanno un rigurgito di sole,
vertigine per gli uccelli.

A. Barina, Gli idoli sbagliati, Placebook Plubishing, 2020

Vendemmiano
un silenzio nero, quasi oscuro,
infatuate del cielo.

Alla traccia madreperlacea
della finestra,
ogni giorno,
conto i miei idoli sbagliati
come Hiroshige.


*

Ninfea

Dio
ha pensato ad un cielo liquido
agli ornamenti, alle stelle diurne,
alle geometrie di radici pulsanti
consegnate all’eternità,
di un fiore che siede immobile
unico e nuziale.
Chissà se l’acqua ha memoria
dei suoi meccanismi di difesa.


*


Emily

Sacerdotale in un dagherrotipo,
ago del paradiso.
L’esistenza è
un’iscrizione vitruviana del bianco,
la stanza una vela maestra.

Le parole rischiarano unite
tutte
ogni volta,
in punti di perfette costellazioni.

Che cosa è davvero importante e fondamentale scrivere in una biografia che sappia andare al di là del mero elenco di date e fatti che poco o nulla dicono della persona? Che sono nato il 3 maggio del 1975? Che ho iniziato a reggere in mano una penna e a “sporcare di nero il bianco” all’età di sedici anni, aiutato e sospinto dall’ascolto della musica? Che scrivo con la mano sinistra? Che non ho mai coltivato utili amicizie tra critici letterari, riviste, salotti mondani di poesia? Che forse dovrei scusarmi con molte persone se a volte mi definisco poeta e se altre ancora mi chiamano con questo appellativo? Che ora posso dire di sentirmi privilegiato se alcuni amici decidono di ricamare i miei versi sulla stoffa per poi farne dono ad altri? Se una delle cantautrici italiane più brave, ma purtroppo sconosciuta, prende spunto dai miei versi per scrivere e creare una canzone? Che ho accumulato un po’ di premi e riconoscimenti vari, nel corso del tempo, ma farne l’elenco mi sembra un atto presuntuoso e che la relativa elencazione è del tutto inutile e priva di interesse per chi legge? So che non dico (e non scrivo) nulla di nuovo, che non invento nulla che già non sia stato detto e scritto. So che i miei versi non cambieranno il mondo (e nemmeno hanno la capacità di poterlo fare). In ultima istanza forse bisognerebbe chiedere alle parole che uso come se la passano sotto di me, se si sentono trattate bene, se si sentono rispettate, se si sentono prese per il “verso giusto”. Forse loro (e solo loro) potrebbero tentare di scrivere una mia biografia sensata.