Zoom 2.3 – Intervista a Victoria DeBlassie

Zoom 2.3 – Intervista a Victoria DeBlassie

Per chi ha seguito le nostre ultime rubriche sarà stato impossibile non notare che nelle ultime
settimane di Maggio abbiamo avuto modo di curiosare in modo sospetto tra le mura di Latte
Project Space
! (Clicca qui per leggere l’ultimo articolo di Art Advisor!)

Tra un’opera e l’altra siamo dunque capitati durante l’allestimento dell’ultimo progetto espositivo della galleria andato in scena nel weekend tra il 27 e il 29 Maggio a Faenza. Ad esporre nel contesto faentino è stata Victoria DeBlassie, artista statunitense con doppia cittadinanza italiana, che da anni vive e conduce la sua ricerca artistica in Italia.

Abbiamo quindi deciso di fare irruzione ed interrompere l’allestimento per non farci scappare
l’occasione di scambiare due parole con un’artista incredibile come Victoria! Nelle breve intervista
che abbiamo realizzato abbiamo parlato di agrumi, sostenibilità e materiali di recupero.
Buona Lettura!

D: La tua storia è molto particolare e questo è uno di quei casi in cui è corretto dire che
comincia realmente lontano da qua. Ti va di raccontarci come ti sei avvicinata al mondo
dell’arte e come mai la scelta di rendere protagonisti gli agrumi nel tuo lavoro?


R: Vengo da Albuquerque – New Mexico – tra Texas e Arizona. Quando avevo 15 anni sapevo già
di voler fare l’artista, perché vengo da una famiglia dove l’arte è sempre stata presente. Quindi il
mio non è un percorso nato per caso!
Comunque, in adolescenza la mia mansione in casa era quella di fare la spremuta d’arancia per il
brunch della domenica. Così come in Italia c’è l’usanza del pranzo della domenica, noi (negli Stati
Uniti) abbiamo il brunch, che altro non è che un’unione tra una colazione in ritardo e un pranzo in
anticipo. Quindi, dopo tutte quelle spremute, pensavo fosse uno spreco buttare via le bucce
d’arancia e quindi ho iniziato a raccoglierle, conservarle e lasciarle asciugare al sole.
Da lì ho cominciato a trarre ispirazione e a iniziare ad utilizzare i materiali di scarto all’interno del
mio lavoro.

Fin dall’adolescenza ho sempre avuto in mente di poter sviluppare la mia tecnica tramite il
processo di conceria utilizzato sulle bucce degli agrumi. Dopo essermi laureata, prima presso l’università del New Mexico, poi presso il California College of the Arts, ho approfondito la mia ricerca sugli agrumi e, grazie anche alle mie origini Lucane, ho avuto modo di poter studiare per un po’ in Italia durante il mio master e mi sono subito innamorata. Ho capito immediatamente di voler tornare e ho fatto domanda per un progetto all’estero, sempre in Italia.
Durante il mio percorso di studi, personali e accademici, ho avuto modo di approfondire
tantissimo il tema degli agrumi. Per esempio ho letto questo libro che si chiama “Oranges”- di
John Mcphee – che parla dell’utilizzo delle arance nella storia. Mi ha colpito molto una parte
riguardante la storia italiana, con particolare attenzione al periodo rinascimentale. Pensa che in
quell’epoca storica le arance avevano valore paragonabile all’oro, erano prestigiose, rare e
soltanto le persone ricche potevano permettersele. Si dice persino che nello stemma dei medici le
sfere presenti simboleggino in realtà arance.

D: Dunque la scelta di utilizzare materiali di recupero è sempre stata presente all’interno
della poetica del tuo lavoro creativo. Come pensi sia cambiato ed evoluto nel tempo il tuo rapporto con i materiali che utilizzi?


R: La mia ricerca – appunto – è cominciata quando avevo 15 anni. Mi sembrava uno spreco dover
buttare le bucce di arancia che avanzavano per la spremuta. Questo è stato il mio spunto
principale per iniziare la mia ricerca.
Tutti gli oggetti che abbiamo intorno nella nostra vita hanno una storia che dobbiamo scoprire e
valorizzare. Questo concetto per me è fondamentale. Scegliere di utilizzare i materiali di scarto
non è solamente una scelta ecologica – anche – è soprattutto un’opportunità per riflettere su ciò
che ci circonda e capire cosa ha da raccontarci della nostra vita e della nostra storia. É importante
fermarsi a riflettere su queste cose, ci fanno capire i valori e cosa possiamo migliorare per il
futuro. Per la mia opera è molto importante l’idea di “chance”. Quando cammino per strada, vedo
un oggetto che qualcuno sta buttando via capita che io lo usi come spunto per la mia ricerca
artistica.
Con le bucce degli agrumi invece è una cosa che ho sempre fatto e che continuo a fare. É un
lavoro che richiede tempo e precisione. Ovviamente queste tecniche sono tutte nuove per me,
non so le opere che fine faranno tra alcuni anni, se moriranno o no. Per esempio ho imparato che
se metto un materiale specifico sulle bucce quando sono in essiccazione poi il colore rimane vivo,
se invece non la metto si ossida e diventa più scura.
Questo per farti capire che è un’opera viva, come un’essere umano, che cambia nel tempo e ci fa
ricordare anche il nostro corpo.

D: Nel tuo lavoro sono presenti diverse tecniche che immagino sia necessario saper
padroneggiare alla perfezione per riuscire ad ottenere un risultato preciso ed impattante come il tuo. Quali sono gli step che devi seguire dalla nascita all’esposizione di un’opera?


R: Con la mia opera diciamo che ci vuole sempre tempo per capire che fine farà. Per esempio i
lavori che facevo da piccola sono ancora a casa dei miei e stanno ancora bene, anche se ho
usato tutt’altro processo per crearli. Io sono interessata a spingere i materiali al massimo del loro
potenziale. Negli Stati Uniti usavo una colla specifica per i lavori d’archivio, che aiutata al clima
secco, mi aiutava al mantenimento delle bucce. In Italia uso invece il processo di conceria, ho
collaborato con il Polo Tecnologico Conciario (PO.TE.CO) a Castelfranco di Sotto. Era una cosa incredibile
collaborare con loro perché abbiamo fatto tantissime verifiche per capire cosa funzionasse e cosa
no. Abbiamo dovuto usare i prodotti chimici – che non fanno male all’ambiente – e altri invece che
si usano in ambito medico, il tutto mescolato insieme ad altri prodotti, per creare un processo che
però non posso rivelare perché è un segreto!
La conservazione delle bucce invece dipende da tanti fattori. Per esempio quando conservo le
bucce in casa mia ho imparato che devo sempre metterle tra qualche foglio di Scottex perché se
no prendono troppa umidità.

D: Quale progetto hai deciso di portare e proporre nello spazio di Latte Project Space?


R: Il progetto a cui sto lavorando per Francesca fa parte di una serie di “cascate”. Ho preso
ispirazione dai giardini rinascimentali e la presenza degli agrumi in essi.
Ho deciso di usare la cascata perché richiama alcuni elementi dei giardini rinascimentali: le
fontane, grotte e ruscelli. Un modo per legare il passato al presente.
In questa opera nello specifico ho fatto anche uso di altre tecniche. Ho aggiunto la tintura rossa,che aveva un valore alto nel rinascimento, per creare queste strisce di diverse lunghezze.

Con questa mostra volevo creare questo rapporto con il passato, presente e crescita, in modo da
farci riflette anche sulla sostenibilità. Quando pensiamo ai nostri valori culturali dobbiamo sempre
chiederci da dove vengano, questo anche per riflettere sul futuro, perché se non pensiamo di
utilizzare i materiali in un altro modo, possiamo trovare la chiave per avere un futuro più
sostenibile.


D: Utilizzando principalmente materiali organici nel tuo lavoro è probabile che, nel corso del tempo, possano subire dei cambiamenti per esempio: le dimensioni, la composizione e il colore. In questo caso avremo davanti un’opera diversa rispetto alla precedente. Come valuti questo cambiamento nell’opera? Racconterà una storia diversa o racconterà sempre la stessa storia ma con più esperienza?


R: Questa è una bella domanda. Secondo me racconterà la stessa storia ma con più esperienza
perché sarà più potente. Mi prendo un grande rischio per fare questo lavoro, ma perché c’è un
valore nell’assumersi i rischi, perciò mi interessa. Ci sarà più esperienza che potrà arricchire
l’esperienza stessa dell’opera e la sua storia. A livello storico e personale.

D: Chiudiamo l’intervista con la prima domanda che, spontaneamente, mi è sorta quando
ho visto il tuo lavoro per la prima volta. Ma come ci si procura così tante bucce d’arancia?
Ma soprattutto c’è un modo specifico per tagliarle correttamente?

R: Solitamente mi chiedono se abbia mangiato io tutte quelle arance!
Allora diciamo che io vado da diversi bar che mi lasciano gentilmente le bucce in avanzo per le
spremute. Le arance devono essere tagliate a metà se no poi è troppo difficile trattarle, poi
bisogna pulire dalla parte bianca interne. Un lavoro molto scrupoloso in cui sono molto brava! Ci
vuole pazienza. Molti amici vogliono aiutarmi ma non ce la fanno perché ci vuole precisione e sensibilità manuale.

Zoom 2.2 – Intervista a Irwin

Zoom 2.2 – Intervista a Irwin

In questo nuovo episodio di Zoom abbiamo intenzione di portarvi a fare un viaggio. Un viaggio che attraverserà numerose città italiane come Milano, Bologna e Firenze. A farci compagnia in questo frenetico itinerario sarà Irwin, uno dei più attivi street artist italiani che vanta numerose opere sparse per tutto lo stivale e anche in molte città europee.

Parleremo di cultura urban, di graffiti e di avventure notturne.
Come in ogni viaggio che si rispetti, abbiamo selezionato alcune canzoni da farvi sentire nel tragitto.
Buona lettura.

D: La cultura Urban nel mondo è da sempre in continua espansione e negli ultimi anni ha decisamente conquistato anche l’Italia, uno degli ultimi baluardi conservatori legato a una concezione molto stereotipata di questo universo.

« Se provavo a spiegarlo a mia mamma diceva “Che cosa?”
 Che ne sapeva lei di blocchi, flop e fat rosa »

Negli anni ’90 ciò che oggi è considerato cool non era affatto visto di buon occhio dalla maggior parte delle persone. Ora invece è all’ordine del giorno comprare sneakers, ascoltare rap e apprezzare la street art nelle città.
Ti va di raccontarci in che modo è cambiato l’atteggiamento delle persone nel recepire il tuo lavoro?

R: Certo, molto è cambiato. Però un feedback che mi accompagna da molto prima che il nostro mondo diventasse cool é che il mio lavoro puó fare da punto di riferimento per chi lo vede. Spesso mi è stato detto che il cane in particolare fa sentire le persone a casa. Trovo che molta piú gente sia interessata ad un lavoro più legato al lettering, alla stratificazione e alle tag.
Sicuramente da quando fare graffiti è diventato mainstream si sono confuse molte cose. Da vari generi di stili si sono ramificate diverse strade che hanno i propri follower. Quindi ogni genere ha una vita propria. I nuovi produttori e fruitori non sono preparati e tendono a mischiare tutto. Comunque oggi grazie a molte più persone che seguono i mondo dei graffiti alcuni sono diventati rock star.
I miei genitori non mi hanno mai vietato di dipingere.
È sempre stato per me un modo per esprimermi e sfogarmi.

D: Il tuo percorso spazia tra Milano, Firenze e Berlino. Il lavoro del writer porta per sua indole a viaggiare molto, infatti non è difficile apprezzare la tua firma, il muso di un cane colorato, nei luoghi più disparati d’Italia.
Come abbiamo detto in precedenza oggi è cambiato radicalmente l’approccio delle persone con questo tipo di cultura e, di conseguenza, il lavoro del writer non passa più come atto vandalico fine a sé stesso, ma viene molte volte agevolato dalle autorità che concedono spazi per creare valore artistico nelle città.

 « Passi dietro i treni, trattieni il fiato se tremi
Per fare il writer non basta che premi
La notte consiglia, non parlare: bisbiglia
So che per ogni calamità la calamita blocca la biglia. »

Ci troviamo quindi davanti a una situazione dove ora viene resa libera una superficie che in precedenza veniva conquistata sul filo del rasoio.
Quale è una delle esperienze più avventurose che hai vissuto per la creazione di un tuo pezzo?

R: Ogni graffito illegale è un’avventura, più o meno pericolosa, con più o meno imprevisti che succedono, spesso prima e dopo l’azione vera e propria. Il progettare un pezzo per un muro che vorresti fare è fatto anche di tour in auto, di incontri pazzi nella notte, di km macinati a piedi o in bici con secchi, asta e zaini di spray per raggiungere posti improbabili. Scappare dalla polizia dà sicuramente tanta adrenalina, con le guardie, che ti giri e sono lontane, ti rigiri e sono a pochi metri. Anche il dopo è eccitante, quando hai fatto il pezzo che volevi, nello spot che volevi, e soddisfatto te ne vai a dormire. Per me tutto questo fa parte della cosiddetta avventura.
Una piccola avventura in cui mi sono divertito molto è stata a Berlino. L’inverno scorso ha ghiacciato l’acqua dei canali tanto da poterci camminare sopra, anche se non si può certo vedere quanto il ghiaccio sia spesso. E ti assicuro che nel buio il ghiaccio scricchiola tantissimo. Un altro tipo di scricchiolio l’ho sentito anni prima facendo una tag a rullo sopra ad un cartello sul tetto di una fabbrica abbandonata. Il tetto ha cominciato a rompersi sotto i miei piedi. Il mio amico Ribes che era rimasto giù e aveva solo sentito il boato all’interno della fabbrica mi chiamava per cercare di capire se fossi ancora vivo. Fortunatamente ero vicino al bordo e sono riuscito a sedermi su una parte in cemento. Mi tremavano le gambe.
La tag a rullo la feci comunque, bruttissima.

D: I racconti dell’immaginario hip hop sono ambientati nel cuore delle città o nei più subordinati vicoli delle periferie. Stiamo parlando però di zone agli antipodi di un unico ambiente: la giungla urbana.

«Questo schifo di città è come una giungla, e ci sono serpenti, volpi e leoni, e se serve devi essere tutti e tre»

Le tue opere, oltre a trarre ispirazione dal tuo tessuto di appartenenza, si trovano ad animare le città con veri e propri animali, popolando così i muri con una fauna che trova nella giungla di cemento il suo habitat naturale.
Come nasce ed evolve il passaggio da writer a street artist e l’utilizzo di questi nuovi soggetti di tipo animale?

R: A dire il vero non sento di aver fatto nessun passaggio. Ho sempre disegnato animali. Non mi definirei uno street artist. Anzi non mi definirei. Faccio fatica ad usare questo tipo di definizioni perché trovo che la realtà sia molto più fluida.

D: Il tuo approccio naturalistico nei confronti di questo tipo di arte mi riporta alle parole che ho letto nella rivista tra/montana dove si elogiava la capacità della street art di trascendere ciò che ci rende schiavi nella società di oggi. Per quanto la si voglia rendere sempre più esclusiva la cultura Urban è un linguaggio parlato dalla gente comune senza limitazioni social(i), economiche e culturali.

Andando indietro nel tempo possiamo notare come storicamente il muro è sempre stato “il giornale del popolo” e, di conseguenza, comunicare attraverso di esso vuol dire rimanere impressi per un lungo periodo nella mente delle persone.
Che emozione si prova per te oggi a lasciare una tua opera in un muro di una città?

R: È sicuramente una soddisfazione. E se il lavoro rimane per un po’ di tempo entrando a far parte della città ancora meglio.

É sicuramente bello ripassare davanti ai propri disegni e mi fa piacere quando gli amici sparsi per il mondo mi mandano foto dei miei pezzi per farmi vedere che sono ancora li. A distanza di tempo ho una percezione diversa del mio lavoro, lo digerisco meglio.

Zoom 2.1 – Intervista a Mark Rogers

Zoom 2.1 – Intervista a Mark Rogers

Dopo una lunga (ma non lunghissima) pausa estiva, abbiamo deciso che per tornare a intrattenervi con la nostro rubrica “Zoom” dovevamo per forza presentarci con un “coupe de theatre”. Sebbene i recenti successi sportivi ci suggeriscano un po’ di sano campanilismo, è un piacere per noi oggi dare uno sguardo oltre al nostro amato tricolore e presentarvi, in questo nuovo episodio, Mark Rogers: artista statunitense, originario di Portland – Oregon, pioniere ed esponente del Surrealismo Pop e del Realismo Magico.

Se non bastasse guardare i suoi dipinti per essere subito incuriositi dall’immaginario che racconta, potete trovare all’interno del Q&A presente nel suo sito (https://www.markrogersart.com/about) talmente tanti spunti creativi che potrebbe risultarvi difficile riuscire a strutturare una domanda ben precisa. Non vi neghiamo che anche per noi è stato così. Siamo riusciti però a divincolarci tra un’ abduction e l’altra, e a presentarvi in questa intervista quello che Mark ci ha raccontato.

Bentornati su Zoom, buona lettura.

In The Path of Totality – 24 X 34 Oil on Panel 2018.


D: Nello statement Pioners from Beyond presente sul tuo sito, racconti di come le storie che rappresenti all’interno dei tuoi dipinti siano frutto della commistione tra la tua immaginazione, il legame con la tua terra e, in piccola parte, le suggestioni fornite da tematiche più conosciute come ad esempio: La teoria degli antichi astronauti.
Si sviluppa quindi uno scenario totalmente inedito dove le civette non sono certo quelle di Harry Potter (“The Owls Are Not What They Seem “) e dove personaggi di mondi ed epoche storiche differenti si uniscono e interagiscono tra loro in situazioni a volte più, a volte meno riconoscibili, creando però un mondo che, sebbene sia per noi estraneo e misterioso , risultato credibile e strutturato.

Ti va di raccontarci dove nasce questa tua passione per il mondo paranormale e quale delle tematiche che illustri ti suggestiona di più?

Sono sempre stato interessato al paranormale, ai fantasmi, ai vampiri, agli alieni, ai mostri, alla magia, alla stregoneria e a qualsiasi tipo di abilità paranormali. Non riesco a spiegare perché amo così tanto tutte queste cose, le adoro e basta.

Forse ero uno stregone in una vita passata.

Energy Cycle” – 16×20 Oil on Panel 2020.

D: Dopo aver osservato molti dei tuoi lavori, quello che più mi ha colpito, oltre alla presenza di personaggi cult come il Big Foot o il leggendario Uomo Falena, è la struttura della composizione di scena pittorica. Se mi dicessero che all’interno di una chiesa aliena in pianeta sconosciuto hanno ritrovato uno di questi dipinti non farei fatica a crederlo. I personaggi, così come gli oggetti e le azioni presentate, hanno un simbolismo studiato e ben preciso,lo stesso che possiamo trovare all’interno della pittura dei grandi maestri rinascimentali, con la leggera differenza che al posto di santi e icone religiose troviamo alieni,cowboys, coloni e robot.

Come mai hai scelto l’utilizzo di questo linguaggio pittorico più antico come mezzo per raccontare le tue storie?

Il mio stile artistico probabilmente è stato influenzato dall’educazione cattolica che ho ricevuto, un mondo che incarna alla perfezione il racconto artistico e il simbolismo.
Mi sento come se fossi stato immerso all’interno dell’arte narrativa sin dalla più tenera età.
In più ho sempre letto tonnellate di storie, quindi sono mi sento a mio agio con determinante dinamiche e personaggi.

La mia arte è incentrata su storie e personaggi che vivono in un mondo immaginario con un tema del vecchio western americano che io chiamo: The Southwestern Bellows.

Dream Harvest – 18×24 oil on panel 2021.

D: Molti tuoi dipinti presentano diverse analogie l’uno con l’altro creando così una storyline indiretta tramite la presenza di personaggi, ambienti e ritualità ricorrenti. Abbiamo poi piacevolmente scoperto che molti tuoi lavori sono spesso accompagnati da piccoli incipit dove si ha una vera e propria narrazione scritta della storia di cui siamo spettatori.

Quando costruisci una storia nasce prima il racconto che vuoi rappresentare oppure esso viene ispirato in un secondo momento ad opere conclusa?

Invento sempre prima la storia! Adoro le storie!

D: Leggendo alcune informazioni sul tuo sito abbiamo letto che nel 2009, a Springfield, hai visto un UFO splendere nel cielo. Non possiamo quindi perdere l’occasione per farti questa domanda:

Secondo te esistono altre forme di vita nell’universo? Se sì, ci hanno fatto visita oppure non sanno della nostra esistenza? E ancora: le tipologie di extraterrestri che ormai “conosciamo” (Grigi, Rettiliani, Orbs) sono frutto della nostra fantasia o si basano su un fondamento di verità?

Credo che ci sia altra vita nell’universo, ma per quanto riguarda la tua ipotesi credo che sia buona quanto la mia. Guardo tutti gli “spettacoli alieni”, ascolto podcast e leggo libri sull’argomento, ma non ho teorie o risposte vere e proprie. Trovo che ogni fenomeno soprannaturale sia affascinante.

The Cottage – 18X24 Oil on Panel 2020

D: Vogliamo concludere questa breve chiacchierata togliendo per un attimo lo sguardo dal cielo e rimettendo i piedi per terra. Sono passati quasi due anni da un avvenimento storico che ha messo in standby il mondo come lo abbiamo sempre conosciuto aprendoci ad uno scenario tipico di film distopici e apocalittici: la pandemia globale.

Visto che la tua visione artistica sembra provenire da una prospettiva futura più o meno lontana, ti va di provare a immaginare come secondo te evolverà il mondo di fronte ai cambiamenti che stiamo vivendo?

In realtà, mi sento come se tutto il mio lavoro si svolgesse nel passato, o “fuori dal tempo” completamente.  Le creature nei miei dipinti non hanno computer portatili o cellulari e nemmeno automobili. Nel nostro mondo così tecnologico, è rilassante per me visitare e immaginare questo posto. È come se fossi all’inizio del 1800.
Sì, ci sono alieni mentalmente più avanzati che popolano il mio mondo immaginario, ma la maggior parte dei loro oggetti non sono tecnologici, sono magici.


Zoom 2.1 – Mark Rogers – EN

After a long (but not very long) summer break, we decided that in order to return to entertain you with our “Zoom” column we had to show up with a “coupe de théâtre”. Although recent sporting successes suggest a bit of healthy parochialism, it is a pleasure for us today to take a look beyond our beloved Italian flag and present, in this new episode, Mark Rogers: US artist, from Portland – Oregon, pioneer and exponent of Pop Surrealism and Magic Realism.

If it were not enough to look at his paintings to be immediately intrigued by the imagery he tells, you can find in the Q&A present on his site (https://www.markrogersart.com/about) so many creative ideas that it could be difficult for you to succeed in giving a structure to a very specific question. We do not deny that it was like this for us too. However, we managed to wriggle out of the several abductions, and to present to you in this interview what Mark has told us.

Welcome back to Zoom, enjoy your reading.


Q: In the Pioneers from Beyond statement on your site, you tell how the stories you represent within your paintings are the result of the mixture of your imagination, the bond with your land and, to a small extent, the suggestions provided by well-known themes such as: The Theory of Ancient Astronauts.
A totally new scenario therefore develops where the owls are certainly not those of Harry Potter (“The Owls Are Not What They Seem”) and where characters from different worlds and historical periods come together and interact with each other in situations that are more or less recognizable, yet creating a world that, although strange and mysterious to us, is credible and structured in our eyes.

Would you like to tell us where your passion for the paranormal world is born and which of the themes you illustrate impresses you the most?

A: I have always been interested in the paranormal, ghosts, vampires, aliens, monsters, magic, witchcraft, paranormal abilities, you name it.
I can’t explain why I love all these things so much, I just do.
Maybe I was a warlock in a past life.

Q: After observing many of your works, what struck me most, besides the presence of cult characters such as Big Foot or the legendary Mothman, is the structure of the pictorial scene composition. If they told me that they found one of these paintings inside an alien church on an unknown planet, I wouldn’t find it hard to believe. The characters, as well as the objects and actions presented, have a designed and precise symbolism, the same that we can find within the painting of the great Renaissance masters, with the slight difference that instead of saints and religious icons we find aliens, cowboys, settlers and robots.

Why did you choose to use this ancient pictorial language as a means of telling your stories?

A: My art style probably is most likely influenced by my Catholic upbringing, which really embodies narrative art and symbolism. I feel like I was exposed to narrative art at a very young age, and I have always read tons of fiction so I resonate with characters.
My art is all about stories and characters that live in an imaginary world with an American Old Western theme that I call, The Southwestern Bellows. 

Q: Many of your paintings have many similarities, thus creating an indirect storyline through the presence of characters, environments and recurring rituals. Then we have pleasantly discovered that many of your works are often accompanied by small opening words where there is a real written narration of the history of which we are spectators.

When you build a story, does the story you want to represent first arise or is it inspired later when the work is finished?

A: I always come up with the story first! I love stories!

Q: Reading some information on your site we learned that in 2009, in Springfield, you saw a UFO shine in the sky. We cannot therefore miss the opportunity to ask you the following question:

Do you think there are other forms of life in the universe? If so, have they already visited us or are they unaware of our existence? And again: are the types of aliens that we now “know” (Grays, Reptilians, Orbs) the fruit of our imagination or are they based on a foundation of truth?

A: I do believe that there is other life in the universe, but as to what it is, your guess is as good as mine. I watch all of the “alien shows”, listen to podcasts, and read books on the topic, but I have no theories or answers. I find the entire phenomenon beyond fascinating.

Q: We want to conclude this short chat by taking our eyes off the sky for a moment and putting our feet back on the ground. Almost two years have passed since a historic event put on standby the world as we have always known it, opening us to a scenario typical of dystopian and apocalyptic films: the global pandemic.

Since your artistic vision seems to come from a more or less distant future perspective, would you like to imagine how the world will evolve in the face of the changes we are experiencing?\         

A: Actually, I feel like all of my work takes place in the past, or “out of time” completely. The people in my paintings don’t have laptops or cellphones or even cars. In such a technological world, it’s relaxing for me to visit this place. It’s like the early 1800’s. Yes, there are highly advanced aliens that populate my imaginary world, but most of their technology is magick. 

Zoom 1.5 – Intervista a Laurina Paperina

Zoom 1.5 – Intervista a Laurina Paperina

In questo nuova edizione di Zoom, per intervistare l’artista che abbiamo scelto, abbiamo dovuto intraprendere un viaggio lunghissimo, abbandonando il pianeta Terra e attraversando lo spazio sconfinato. Siamo atterrati da qualche parte nell’universo, in un mondo molto simile al nostro, dove la terza dimensione viene annullata e dove succedono cose ai nostri occhi molto strane.

Ad accoglierci è stata Laurina Paperina, artista classe 1980, originaria di Rovereto, ma che ormai vive qui da diversi anni.

Le abbiamo chiesto di farci da guida in questo suo bizzarro pianeta e ne abbiamo approfittato per farle qualche domanda.

Laurina Paperina – Serie Apocalypse Now

D: Osservando attentamente il tuo operato artistico si ha la sensazione che quello che racconti non appartenga alla dimensione in cui viviamo tutti i giorni. Allo stesso tempo, però, non si tratta nemmeno di qualcosa di così estraneo da impedirci di riconoscerlo. Infatti, leggendo la biografia presente sul tuo sito web, la prima cosa che ci è saltata all’occhio è che vivi a Duckland, un piccolo paesino da qualche parte nell’universo.

Non avendo mai sentito questo nome prima d’ora sono andato a cercare più informazioni su Google a riguardo e la prima risposta che il motore di ricerca mi ha partorito è stata quella di una catena di ristoranti asiatici specializzati, appunto, nell’anatra. Da qui si stagliano dunque due ipotesi. La prima è che tu viva effettivamente all’interno del ristorante, mentre la seconda è che il magico paese di cui parli e racconti non sia concretamente di questo mondo.

Ti va di raccontarci come nasce e si anima il tuo immaginario artistico? E se Duckland esiste davvero, dove si trova?

R: La cultura popolare è sempre stata pane per i miei denti. Sono cresciuta a pizza e Nesquik, addormentandomi davanti alla televisione guardando cartoons e film di serie B, leggendo le fanzine e giocando ore e ore con i video games. I film horror degli anni ottanta/novanta mi hanno influenzato molto, hanno fatto sì che venisse alla luce la mia vena splatter.

Anche l’arte contemporanea ha avuto il suo ruolo, artisti del passato come Bosch e Bruegel, visionari del cinquecento, hanno influenzato la mia ricerca: sono stati fondamentali per lo sviluppo della mia recente serie di opere intitolata Apocalypse Now, dipinti su tela dove affollatissimi scenari apocalittici si fondono con l’iconografia pop e la satira sociale.

Riguardo Duckland, è un posto che a volte c’è e a volte svanisce nel nulla, diciamo che è una sorta di bolla dove io mi immergo quando lavoro. Quindi potrebbe essere tranquillamente anche all’interno di un ristorante cinese 🙂

Laurina Paperina – Serie Apocalypse Now

D: La tua serie di lavori di How to kill the artists trasmette, secondo me, uno dei messaggi più puri, trasparenti e attuali del panorama artistico contemporaneo. All’interno di queste animazioni si vedono artisti famosi su scala mondiale uccisi dalle loro stesse opere.
Nonostante quello che succeda sia surreale, il concept è strettamente aderente alla realtà. Molte volte gli artisti vengono “uccisi” dalla sacralità che l’ambiente artistico impone, cambiando il loro registro linguistico e obbligandoli spesso a “mistificare” ciò che in origine è fatto per necessità di esprimersi. Un po’ come l’episodio dei Simpson in cui Homer crea per errore un’opera quotata per poi sforzarsi di crearne altre senza ottenere risultati.

Quello che tu fai all’interno delle tue opere è un grande atto di libertà: raccontando sotto la tua personale chiave di lettura il mondo che ti circonda, rimani fedele al tuo immaginario senza mai sconfinare in un ambiente che non ti appartiene.

Come interpreti tu il mondo dell’arte, e in che modo un artista non deve mai perdere aderenza con ciò che lo circonda?

R: How to Kill the Artists è un progetto che porto avanti da qualche anno ormai. Si tratta di una serie di disegni e video animati che narrano l’ipotetica morte di artisti, arrivati ormai all’apice del successo e osannati dalla critica, per mano dalle loro stesse opere. È sia una celebrazione che un’ironica e brutale vendetta rispetto al mondo dell’arte contemporanea, che spesso viene preso troppo sul serio.

Non saprei cosa risponderti quando mi chiedi in che modo un artista non dovrebbe mai perdere aderenza con quello che lo circonda… Io posso dirti che faccio quello che faccio per necessità, perché attraverso le mie opere cerco di dare una mia visione al mondo in cui viviamo, dove personaggi inventati o “rubati e distorti” alla cultura popolare diventano un mezzo per riflettere sugli eventi del nostro tempo.

Laurina Paperina – How to Kill the Artists – Keith Haring

D: Ho sempre pensato che una persona che ha il desiderio di lavorare all’interno del mondo dell’arte poi, per vivere in pace con sé stesso e con il mondo, debba andare a dormire guardando i cartoni animati.

La mia affermazione è chiaramente una provocazione per sottolineare come troppo spesso si respiri un’aria pesante negli ambienti artistici e che di conseguenza, attraverso l’umorismo dissacrante di autori come Matt Groenig (I Simpson, Futurama) o Seth MacFarlane (I Griffin, American Dad), per fare un esempio, ci si debba alleggerire per non rompere inevitabilmente le doghe del letto.

Quanta ironia bisogna avere per interpretare il mondo che ci circonda e quanto invece ciò che ci accade va preso sul serio?

R: Penso che ognuno abbia un proprio modo per riappacificarsi con il mondo prima di andare a dormire e i cartoons sono un’ottima alternativa. Io lo facevo in gioventù, ora la mia ritualità per addormentarmi è azionare play sullo smartphone e guardare Friends, la sit-com anni ’90/’00, che per me è una vera e propria ninna nanna. Da anni ormai la metto in loop e nemmeno la guardo più, mi basta ascoltare le voci dei protagonisti e mi addormento come un sasso 😀

Laurina Paperina – Peter Griffin vs Roger (Alien)

R: L’ironia è un’arma di comunicazione molto potente, può riuscire a capovolgere i punti di vista e a far comprendere le cose in maniera diretta ma comunque leggera, riuscendo a sdrammatizzare anche le situazioni più pesanti.
Parlando del mio lavoro, le mie opere hanno la caratteristica di avere un linguaggio semplice e immediato e questo mi permette di trattare anche i temi più cruenti con un atteggiamento cinico ma allo stesso tempo leggero.

Mi viene in mente quando abbiamo vissuto la prima quarantena a marzo 2020. Io in quel periodo non potevo andare in studio e nella casa in cui ero “reclusa” avevo a disposizione pochissimo materiale con cui lavorare in uno spazio molto ristretto, di conseguenza ho dovuto ridurre al minimo l’iter produttivo. Inizialmente ero così disperata e annoiata che mi era balenata in mente l’idea di fare un dipinto sui muri del salotto con la passata di pomodoro. Per fortuna però la mia razionalità ha preso il sopravvento e ho optato per una soluzione più classica, penna e taccuino, dove ho ho iniziato a disegnare queste mini “pillole di sopravvivenza” intitolate “Stay at home and…” che si sono poi trasformate in video animazioni, traendo ispirazione da quello che stavo vivendo in quegli interminabili giorni e cercando di sdrammatizzare questo folle periodo.
Quindi viva l’ironia!

Laurina Paperina – Bambo

Alessandro Assirelli

Zoom 1.4 – Intervista ad Antonio Cugnetto

Zoom 1.4 – Intervista ad Antonio Cugnetto

Nella scorsa edizione di Zoom (recupera l’intervista a Sonia Formica cliccando qui) ci siamo lasciati parlando di viaggi. È giusto quindi cogliere l’occasione per allontanarsi dal proprio confine e iniziare ad approfondire anche artisti geograficamente più lontani dal nostro luogo di appartenenza. In questo caso, però, ci spostiamo solo di qualche chilometro e oltrepassiamo l’appennino tosco-emiliano arrivando fino a Firenze, città dove lavora e opera l’artista che vi proponiamo oggi.

Antonio Cugnetto è un artista di origini calabresi ma che ormai da diversi anni risiede in Toscana, a Firenze. Il suo curriculum è variegato di esperienze, in Italia e all’estero, così come è variegata la sua produzione: svaria infatti tra pittura, street art, scultura e tattoo. 

Abbiamo fatto una chiacchierata con Antonio per approfondire il suo operato, parlando del suo percorso e delle sue influenze, tra tatuaggi, riciclo e Tim Burton.

D: Seguendo un po’ il tuo operato la prima cosa che salta all’occhio è che tua produzione è variegata in maniera incredibile. Passi dalla pittura alla scultura, all’attività di tatuatore seguendo uno stesso filo conduttore, ma che allo stesso tempo fa mantenere ad ogni arte che utilizzi una propria identità ben definita.  Questo fa ipotizzare che ogni emozione che cerchi di esprimere abbia un proprio canale a cui dare sfogo senza intaccare di rimando gli altri tipi di attività.

Ti va di raccontarci come nasce e si sviluppa il tuo senso artistico e se hai un metodo che prediligi rispetto ad un altro o se, invece, sono tutti sullo stesso piano?

R: Il mio percorso nasce inizialmente sui muri, verso l’età di 10-12 anni, dove ho iniziato a rappresentare i primi personaggi, prima con lo spray poi successivamente a pennello. Dopo diversi studi accademici, mi sono invece approcciato al mondo della scultura cercando di evitare l’utilizzo di materiali classici, quali marmo, rame e bronzo. Ho cercato di avere un approccio più vicino al mondo dell’ecologia cercando di trovare qualcosa di già esistente: guardo un oggetto con altri occhi perché parto da una prospettiva differente. Un concetto un po’ alla Duchamp.

Per quanto riguarda invece le diverse attività che faccio, penso che ogni arte abbia il suo ruolo. Per esempio pittura e scultura non hanno niente a che fare con il tatuaggio. Il tatuaggio è una storia che condividi, anche se un cliente ti lascia “libero” di realizzare ciò che vuoi, ci sarà sempre un elemento che crea una specie di filtro nella maniera in cui ti esprimi. Nel tatuaggio si agisce su qualcosa che ha già una vita e di conseguenza non si avrà mai la liberta al cento per cento. Invece, quando si dipinge o si crea una scultura, si dà vita a qualcosa di nuovo attraverso elementi che prima non esistevano. Anche se mi piace molto tatuare e ho la fortuna di avere molti clienti che mi chiedono dei miei personaggi, molte volte sono prestati a un loro concetto di partenza come è giusto che sia.

In conclusione penso che la chiave pura per esprimersi siano le arti dove si è più liberi, quindi la pittura, la scultura, il disegno, lo sketch.

Reflect, 2016 – 27x47x27 -Recycled plastic and rubber

D: Parlando delle tue sculture è molto interessante come attuale la filosofia che utilizzi per dare vita alle tue opere. In questo momento storico il mondo è particolarmente sensibile alle tematiche ecologiche, basti pensare ai movimenti del “Fridays for future” o alle recenti norme obbligatorie sulla raccolta differenziata.
È ancora però difficile trovare artisti che utilizzino questa linea di pensiero come parte integrante della loro produzione e, di conseguenza, penso sia un intento molto nobile da parte tua utilizzare oggetti che hanno terminato il loro “ciclo vitale”.

In che modo riesci a ridonare vita ad un oggetto vecchio trasformandolo in un elemento nuovo?

R: Tutto il lavoro delle mie sculture nasce attraverso oggetti inutilizzati, per esempio: vecchie grucce, sfere di natale, bicchieri, tappi di cosmetici. Prendo oggetti di uso comune che normalmente andrebbero cestinati e li guardo con altri occhi. Tutti questi elementi messi insieme creano un nuovo concetto, un nuovo personaggio, che attrae sia l’occhio dell’adulto che quello del bambino. Anche se poi le tematiche che tratto sono parecchio emblematiche, per esempio parlo di attualità, problemi di ceto sociale, ecc.

L’assemblaggio di una scultura nasce dagli ultimi pezzi: per fare i volti uso delle sfere di natale – quelle che già dal prossimo anno non ci servono più perché vorremo fare l’albero di un colore diverso –, per le orecchie uso vecchi tappi dei prodotti cosmetici. I vestiti vengono invece fatti tutti in gomma, ritagliati a mano. I piedi sono la parte finale delle grucce che viene sezionata e poi ricomposta. In più, ci sono altre componenti derivanti da flûte di plastica, pennelli e bicchieri.

Quello che mi attrae delle sculture è questo concetto di un uomo di plastica, finto, che, oltre al suo aspetto lineare e pulito, giunge da tutt’altra origine. È un po’ come siamo noi oggi: tutti di plastica e rifatti.

The flowers arise from manure, 2012- 35x45x50 – Recycled plastic and rubber

D: Infatti mentre guardavo alcune foto delle tue sculture mi è venuto in mente un cartone animato: Coraline e la porta magica. Nel film la protagonista, riferendosi al mondo che trova aldilà della porta magica, dice: «Qui tutto è più bello, ma è una trappola».

Quindi attraverso i tuoi personaggi denunci il mondo di cui facciamo parte, dove ci sforziamo di apparire sempre in ordine quando in realtà la verità che sta alla base è ben diversa.

R: Sì, la realtà di oggi è troppo costruita, molto distante da com’è in realtà. Si vive molto per come si appare e per avere l’approvazione generale della società. Per essere accettati bisogna essere etichettati in un certo modo, vestirsi in un modo rispetto a un altro e, se anche solo visivamente non si rientra in una determinata categoria, si viene considerati uno scarto.

 Il mondo di oggi è come un contenitore in cui abbiamo messo sempre più oggetti e continuerà ad essere così finché non sarà completamente saturo. Invece di continuare a produrre a oltranza, basterebbe guardarsi un po’ attorno e vedere che si riescono ad ottenere altrettante cose senza stremare l’ambiente. 

Incomprensibile Plan, 2013 50x35x57. Recycled plastic and rubber

D: L’universo dei tuoi personaggi racconta quindi un mondo visivamente perfetto ma che allo stesso tempo lascia trapelare una calma oscura e inquietante. Mi ricorda molto l’immaginario di Tim Burton dove i personaggi e gli ambienti sono volutamente bizzarri, all’interno di un ecosistema decadente ma con un suo equilibrio. L’esempio calzante di questo concetto è la tua opera Eternity, dove uno dei tuoi personaggi è intento a suonare il violino. Oppure Emblem dove il protagonista con gli occhi incisi a croce guarda un libro a terra con davanti una lunga scala nera.

Da dove cogli l’ispirazione per raccontare le storie dei tuoi personaggi, e c’è qualche storia particolare che ha influenzato la creazione delle tue opere? 

Io sono un appassionato di Sylvain Chomet, regista francese di Appuntamento a Belleville, e ovviamente anche di Tim Burton. Non credo si possa nascondere la loro influenza e penso che sia molto evidente. Infatti, oltre alle sculture, realizzo anche degli stop motion.

La scultura del violinista nasce attraverso un mio collezionista di Hong Kong che inizialmente voleva acquistare Incomprensibile Plan, il pianista. Poi, quando mi ha raccontato la sua storia, ho accettato volentieri di realizzare questo che è uno degli ultimi pezzi.
È stato realizzato sempre con oggetti di recupero, tranne il violino che per l’occasione è stato fatto a mano e interamente in legno.

Per quanto riguarda Emblem, rappresenta un po’ il periodo particolare che stiamo passando. C’è un uomo davanti a una scala e non è chiaro se abbia intenzione di salire o se la stia solamente studiando. Penso sia un concetto di vita il non sapere se salire-scendere, se un giorno sarai in cima o se sei fermo ad aspettare. L’uomo è intento ad osservare il suo libro ed è un po’ come se stesse facendo una ricerca su sé stesso.

Quando realizzo un’opera mi lascio trasportare da ciò che mi comunicano gli oggetti: non c’è mai una vera e propria idea di partenza. Penso che ogni opera abbia una sua dimensione capace di raccontare un momento particolare, come appunto in questo caso.

Eternity, private collection Hong Kong 🇭🇰 27x40x27 – Recycled plastic and rubber
Emblem, 30x34x30 -Recycled plastic and rubber

Alessandro Assirelli

Zoom 1.3 – Intervista a Sonia Formica

Zoom 1.3 – Intervista a Sonia Formica

All’interno della nostra rubrica, la parola “zoom” simboleggia una “zoomata” metaforica nell’operato artistico dei suoi protagonisti. Nell’intervista di oggi lasciamo momentaneamente le metafore da parte e restituiamo un po’ del significato originale al titolo della nostra rubrica.

Abbiamo infatti come ospite Sonia Formica, fotografa classe 1984, tra le più attive e riconosciute del territorio emiliano–romagnolo.
La ricerca artistica di Sonia si basa su un’analisi profonda dell’uomo, attraverso i meandri delle sue emozioni, per cercare di portare alla luce i sentimenti che «troppo spesso vengono custoditi dentro i cassetti dei nostri ricordi».

Abbiamo chiesto a Sonia di “svuotare qualche cassetto” con noi e di raccontarci un po’ dei suoi progetti.

INFLUENZE

D: Guardando il tuo operato si nota immediatamente una spiccata sensibilità, sia nella scelta delle tematiche che proponi, sia nella cura a 360 gradi di soggetti e ambientazioni. Andrea Camilleri scriveva che «L’artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà», una realtà che per un fotografo si manifesta come un reperto da documentare.

Ti va di raccontarci a cosa ti ispiri per la realizzazione delle tue opere e quali sono le tue influenze all’interno del mondo che rappresenti attraverso il tuo obbiettivo?

R: Le idee e l’ispirazione arrivano dalla mia pancia, dalle emozioni che provo nelle varie fasi della mia vita e dal bisogno che ho di buttarle fuori. Tradurre i miei stati d’animo in fotografie mi aiuta a capire chi sono e a star bene con me stessa. Ovviamente anche dal capire gli altri. Mi piace moltissimo cercare di comprendere i comportamenti della società in cui viviamo.
La fotografia è il mio linguaggio io comunico attraverso di lei in maniera naturale.

Sono influenzata da tante cose ho sempre amato la musica, la storia del costume, ho fatto tre anni di pittura all’Accademia di Belle arti oltre che la specialistica in fotografia, mi piace l’illustrazione adoro le tecniche di stampa antiche dall’incisione alla serigrafia. Ho fatto per anni allestimenti per eventi e ne ho creato uno ispirato alle epoche storiche. Io sento che tutte queste cose sono presenti nei miei lavori.

Appena ventenne ho visto le fotografie di Tim Walker su Vogue e me ne sono innamorata. In quelle fotografie ho riconosciuto me stessa, c’era tutto quello che mi rappresenta: costumi spettacolari, il surrealismo, la storia, mi sembrava quasi di entrare nei sogni dell’autore. Più avanti ho scoperto Luigi Ghirri, che mi ha raccontato invece nella maniera più semplice e poetica le mie radici, che a volte mi sembrava di non avere. Scoprirlo mi ha aperto una finestra ancora più grande.

Questi due fotografi e artisti li considero ancora oggi i miei artisti preferiti, nonostante stimi e apprezzi tantissimi altri fotografi, sono stati quelli che hanno fatto scoccare quella scintilla speciale.

ASSURDITA’ DELL’ESISTENZA

D: Hai citato il surrealismo e dunque il collegamento con il teatro dell’assurdo di Samuel Beckett e Harold Pinter viene spontaneo. Questo tema è tra l’altro oggetto di citazione all’interno di un tuo progetto intitolato Assurdità dell’esistenza, di cui un’opera è stata selezionata ed esposta alla Biennale dell’assurdo di Castelvetro di Modena nel 2011. Le fotografie che proponi sono realizzate in ambientazioni post apocalittiche, in netto contrasto con i costumi medioevali/fiabeschi utilizzati.  Il tutto sembra animare un’azione totalmente decontestualizzata e fuori dal tempo.

Come riesce il fotografo a ricreare in scena qualcosa di surreale, rendendolo per qualche istante concreto e tangibile, per poi restituirlo nuovamente al suo ambiente originario a lavoro concluso?

R: Qualsiasi cosa che noi facciamo, se si riferisce e si ispira a quello che è il nostro vissuto e ai nostri sogni, sicuramente risulta sincero e credibile. Se invece l’idea alla base viene generata per stereotipi è visibilmente più debole. Nel caso del surrealismo l’immaginario si rifà all’inconscio, sogni e incubi, tutto quello che la nostra psiche vive senza il filtro della veglia. Nel caso specifico la foto che avete preso in analisi cita: «Nasciamo tutti quanti matti, qualcuno lo rimane»; ecco io l’ho interpretata pensando alle mie paure, cercando di mettere in scena qualcosa che accomuni tutte le persone e che, volenti o nolenti, ci portiamo dietro nel corso della nostra vita.
In sostanza, un’esperienza artistica, per risultare autentica. deve rifarsi a una fetta consistente del nostro vissuto. Un po’ come gli attori che per recitare in una scena drammatica devono pensare a una loro esperienza per generare un sentimento che risulti credibile. Quello che si crea è dunque finzione ma che riproduce, allo stesso tempo e per qualche istante, un’emozione passata e reale.

Mi fa piacere poter parlare di queste cose perché ciò è il messaggio che cerco di lasciare ai miei studenti, cercando di non farli ragionare per stereotipi e mettendo in primo piano le loro emozioni in maniera sincera.

Sonia Formica, Assurdità dell’esistenza

AMORE LIQUIDO

D: Nel tuo progetto Amore liquido affronti un’analisi sulla società attuale, raccontando di come il mondo, spesse volte, ci costringa ad un moto perpetuo, obbligandoci a passare repentinamente di stato, rendendoci dunque impossibile la creazione di legami duraturi nelle nostre vite. Da questi lavori traspare quindi una sensazione fredda, posta in evidenza dalla stessa scala cromatica predominante in tutte le opere. Allo stesso tempo è però percepibile anche la sensazione opposta, il calore, sprigionato dall’emotività dei soggetti che hai reso protagonisti. 

La fotografia risulta quindi un metodo di espressione che richiede al fotografo una notevole flessibilità emotiva, in modo da permettergli di avere all’interno di sé sia il calore di percepire l’empatia scenica, sia la freddezza del racchiuderla all’interno di un’immagine per sempre.

Come avviene in te questo passaggio tra il calore del “saper frugare nell’intimità” e la freddezza della macchina fotografica?

R: Io non le considero due cose separate. Trovo che all’interno del mio lavoro non ci sia la “freddezza” a cui fai riferimento perché mi sento immersa all’interno delle foto in ogni loro fase: da quando scatto a quando post-produco. Fotografo e macchina fotografica sono un tutt’uno. Magari cambia la macchina fotografica a seconda dell’utilità: se bisogna fare uno scatto di moda si avrà un obbiettivo diverso da quello per una foto di natura. La stessa cosa avviene se devo ritrarre un soggetto grande o invece un particolare. Non conta tanto il mezzo ma come si vedono le cose.
Faccio un esempio. Gli scatti di Amore liquido sono stati realizzati sia in analogico che in digitale e mi è capitato di fare vedere entrambe le versioni a un fotografo che sosteneva di saperne riconoscere la differenza; ma non ci è riuscito. Questo per dire che al di là del progetto che uno deve realizzare conta con che occhio si guarda ciò che ci sta attorno.

Sonia Formica, Amore liquido

PENSIERI RIFLESSI

D: Il tempo è oggetto di riflessione della tua serie Pensieri Riflessi, una selezione di opere che ci induce a ragionare sulla memoria e sul rapido susseguirsi di attimi che la popolano. Si tratta di immagini volutamente sfocate e mosse simulanti il processo che si genera nella nostra testa nel momento del ricordo, quasi a riprodurre l’attimo che precede la visualizzazione di un flash back della nostra vita.

La cosa che più mi ha colpito è il coinvolgimento dello schermo (che sia il finestrino di un treno o il display di un telefono) elemento col quale filtriamo lo scorrere dell’avvenire. Questo attore estraneo si frappone tra noi e la realtà, restituendoci una versione distorta e confusa che in molti casi altera la nostra percezione originale di ciò che ci sta attorno.

Secondo te qual è la vera realtà da rappresentare? Quella che vediamo con i nostri occhi o quella che filtriamo attraverso uno schermo?

R: Queste opere rappresentano i miei viaggi in treno, quindi, sebbene non ci sia io direttamente all’interno delle fotografie, il soggetto protagonista sono io attraverso i miei stati d’animo.
Quelli di Pensieri riflessi sono i paesaggi della nostra mente: il vetro in cui ci riflettiamo ci risponde mostrandoci solamente i nostri pensieri. Il filtro, al contrario di quello che si può pensare, non è il finestrino, ma siamo noi direttamente.
Mi è capitato di affrontare questo tema diverse volte mentre studiavo all’accademia. È difficile rappresentare una realtà oggettiva, perché c’è sempre l’elemento dell’interpretazione personale. Se si chiede di rappresentare lo stesso oggetto a dieci persone, si otterranno dieci versioni differenti. È raro che ci siano fotografie uguali. Ogni persona è a sé, ed è dunque giusto che il lavoro di ognuno rappresenti una visione differente, quasi un altro oggetto se vogliamo.

La realtà è sempre un elemento soggettivo, quello che l’artista rappresenta è sempre una verità interiore.

Alessandro Assirelli