Art Advisor – Progetto Alluminio


C’è una nuova realtà che sta popolando i venerdì pomeriggio bolognesi, tra arte, musica e installazioni immersive, Progetto Alluminio è la proposta artistica dell’appartamento di via San Felice che offre un nuovo spazio di sperimentazione alla città.

In questo Art Advisor abbiamo intervistato i ragazzi di Progetto Alluminio.


Progetto Alluminio ha ospitato una serie di eventi multidisciplinari tra marzo e aprile 2022. Chi siete e come nasce il progetto?


Progetto Alluminio nasce da un’idea di Riccardo Tesorini e Gaia Nieri, coinquilini dell’appartamento in via San Felice che ha ospitato il progetto. Entrambi attivi nell’ambito artistico, Gaia e Riccardo hanno deciso di rendere la propria casa un luogo espositivo e di partecipazione collettiva. Questo è stato possibile anche grazie al contributo di altre figure come Federica Amaddii Barbagli, Camilla Medori, Chiara Ferri, Giulio Grillo ed altri. Ed ovviamente agli artisti che hanno deciso di partecipare: Riccardo Tesorini, Valentina Cima, Lorenzo Fasi, Biagio Cavallo, Daniele Carcassi e i dj Vicky e Dengue Dave.


Lo spazio espositivo è ricoperto di alluminio, una sala che non vuole essere neutra e si oppone al white cube istituzionalmente inteso, che pensiero c’è dietro questa scelta?


Proprio così!
L’idea di rivestire la sala di alluminio è nata quasi per gioco… l’alluminio ci ha permesso di immergerci in qualcosa di extra-ordinario stimolando in noi la possibilità di sovvertire uno spazio intimo e privato, spogliato della sua funzione abituale.
Nel pensare questo spazio come base del progetto abbiamo trovato interessante l’idea che l’alluminio fosse a tutti gli effetti un soggetto agente: gli artisti si sono confrontati con questo elemento ricorrente, muovendosi all’interno di un ambiente fortemente caratterizzato che ha suggerito loro un atteggiamento site-specific.


Progetto Alluminio è diventato in poco tempo uno spazio di aggregazione e di scambio da vicino per chi lo ha visitato, questa era una necessità che a Bologna ha sempre trovato spazio, e ora che le restrizioni si stanno allentando sta riemergendo, è stato un bisogno anche per voi o è un effetto collaterale del progetto?


Progetto Alluminio nasce nel pieno della pandemia. La nostra è stata una reazione alla paura e alla diffidenza, in un momento difficile, in un’epoca storica costellata di crepe e vuoti. Una sorta di anticorpo in cui abbiamo sviluppato un discorso con al centro una proposta artistica sfaccettata e senza confini di alcun genere.


Le vostre proposte artistiche sono molto varie, abbiamo visto pittura, installazioni, video, musica, come scegliete gli artisti e i lavori da ospitare? Seguite una filosofia o una scelta poetica precisa?


L’unica vera poetica è ascoltare lo spazio: vogliamo che la proposta artistica sia in sintonia con esso. Lo spazio ha scelto per noi: proprio la forte caratterizzazione della sala, data dall’alluminio, ha richiesto all’artista di pensare, o ripensare, l’opera propriamente per quel luogo.


Ora vi siete un po’ fermati, ma forse c’è qualcosa ancora che bolle in pentola, che progetti avete per il futuro? Continuerete ad aprire la sala alluminio di via San Felice o il progetto evolverà?


A dire il vero non ci siamo mai fermati! Ci siamo dati del tempo per preparare l’evento che ha concluso questo primo ciclo di Progetto Alluminio. Si tratta della soundwalk del 3/7/22 terminata con un gesto per formativo di disallestimento collettivo (e a sorpresa dei partecipanti) della sala dell’alluminio.
Abbiamo diversi progetti futuri ma per il momento preferiamo non anticipare nulla. La nostra intenzione è rendere Progetto Alluminio fluido e nomade: non vogliamo ancorarci al luogo in cui è nato ma espanderci e accogliere nuove proposte artistiche mantenendo la nostra identità.

Zoom 2.3 – Intervista a Victoria DeBlassie

Zoom 2.3 – Intervista a Victoria DeBlassie

Per chi ha seguito le nostre ultime rubriche sarà stato impossibile non notare che nelle ultime
settimane di Maggio abbiamo avuto modo di curiosare in modo sospetto tra le mura di Latte
Project Space
! (Clicca qui per leggere l’ultimo articolo di Art Advisor!)

Tra un’opera e l’altra siamo dunque capitati durante l’allestimento dell’ultimo progetto espositivo della galleria andato in scena nel weekend tra il 27 e il 29 Maggio a Faenza. Ad esporre nel contesto faentino è stata Victoria DeBlassie, artista statunitense con doppia cittadinanza italiana, che da anni vive e conduce la sua ricerca artistica in Italia.

Abbiamo quindi deciso di fare irruzione ed interrompere l’allestimento per non farci scappare
l’occasione di scambiare due parole con un’artista incredibile come Victoria! Nelle breve intervista
che abbiamo realizzato abbiamo parlato di agrumi, sostenibilità e materiali di recupero.
Buona Lettura!

D: La tua storia è molto particolare e questo è uno di quei casi in cui è corretto dire che
comincia realmente lontano da qua. Ti va di raccontarci come ti sei avvicinata al mondo
dell’arte e come mai la scelta di rendere protagonisti gli agrumi nel tuo lavoro?


R: Vengo da Albuquerque – New Mexico – tra Texas e Arizona. Quando avevo 15 anni sapevo già
di voler fare l’artista, perché vengo da una famiglia dove l’arte è sempre stata presente. Quindi il
mio non è un percorso nato per caso!
Comunque, in adolescenza la mia mansione in casa era quella di fare la spremuta d’arancia per il
brunch della domenica. Così come in Italia c’è l’usanza del pranzo della domenica, noi (negli Stati
Uniti) abbiamo il brunch, che altro non è che un’unione tra una colazione in ritardo e un pranzo in
anticipo. Quindi, dopo tutte quelle spremute, pensavo fosse uno spreco buttare via le bucce
d’arancia e quindi ho iniziato a raccoglierle, conservarle e lasciarle asciugare al sole.
Da lì ho cominciato a trarre ispirazione e a iniziare ad utilizzare i materiali di scarto all’interno del
mio lavoro.

Fin dall’adolescenza ho sempre avuto in mente di poter sviluppare la mia tecnica tramite il
processo di conceria utilizzato sulle bucce degli agrumi. Dopo essermi laureata, prima presso l’università del New Mexico, poi presso il California College of the Arts, ho approfondito la mia ricerca sugli agrumi e, grazie anche alle mie origini Lucane, ho avuto modo di poter studiare per un po’ in Italia durante il mio master e mi sono subito innamorata. Ho capito immediatamente di voler tornare e ho fatto domanda per un progetto all’estero, sempre in Italia.
Durante il mio percorso di studi, personali e accademici, ho avuto modo di approfondire
tantissimo il tema degli agrumi. Per esempio ho letto questo libro che si chiama “Oranges”- di
John Mcphee – che parla dell’utilizzo delle arance nella storia. Mi ha colpito molto una parte
riguardante la storia italiana, con particolare attenzione al periodo rinascimentale. Pensa che in
quell’epoca storica le arance avevano valore paragonabile all’oro, erano prestigiose, rare e
soltanto le persone ricche potevano permettersele. Si dice persino che nello stemma dei medici le
sfere presenti simboleggino in realtà arance.

D: Dunque la scelta di utilizzare materiali di recupero è sempre stata presente all’interno
della poetica del tuo lavoro creativo. Come pensi sia cambiato ed evoluto nel tempo il tuo rapporto con i materiali che utilizzi?


R: La mia ricerca – appunto – è cominciata quando avevo 15 anni. Mi sembrava uno spreco dover
buttare le bucce di arancia che avanzavano per la spremuta. Questo è stato il mio spunto
principale per iniziare la mia ricerca.
Tutti gli oggetti che abbiamo intorno nella nostra vita hanno una storia che dobbiamo scoprire e
valorizzare. Questo concetto per me è fondamentale. Scegliere di utilizzare i materiali di scarto
non è solamente una scelta ecologica – anche – è soprattutto un’opportunità per riflettere su ciò
che ci circonda e capire cosa ha da raccontarci della nostra vita e della nostra storia. É importante
fermarsi a riflettere su queste cose, ci fanno capire i valori e cosa possiamo migliorare per il
futuro. Per la mia opera è molto importante l’idea di “chance”. Quando cammino per strada, vedo
un oggetto che qualcuno sta buttando via capita che io lo usi come spunto per la mia ricerca
artistica.
Con le bucce degli agrumi invece è una cosa che ho sempre fatto e che continuo a fare. É un
lavoro che richiede tempo e precisione. Ovviamente queste tecniche sono tutte nuove per me,
non so le opere che fine faranno tra alcuni anni, se moriranno o no. Per esempio ho imparato che
se metto un materiale specifico sulle bucce quando sono in essiccazione poi il colore rimane vivo,
se invece non la metto si ossida e diventa più scura.
Questo per farti capire che è un’opera viva, come un’essere umano, che cambia nel tempo e ci fa
ricordare anche il nostro corpo.

D: Nel tuo lavoro sono presenti diverse tecniche che immagino sia necessario saper
padroneggiare alla perfezione per riuscire ad ottenere un risultato preciso ed impattante come il tuo. Quali sono gli step che devi seguire dalla nascita all’esposizione di un’opera?


R: Con la mia opera diciamo che ci vuole sempre tempo per capire che fine farà. Per esempio i
lavori che facevo da piccola sono ancora a casa dei miei e stanno ancora bene, anche se ho
usato tutt’altro processo per crearli. Io sono interessata a spingere i materiali al massimo del loro
potenziale. Negli Stati Uniti usavo una colla specifica per i lavori d’archivio, che aiutata al clima
secco, mi aiutava al mantenimento delle bucce. In Italia uso invece il processo di conceria, ho
collaborato con il Polo Tecnologico Conciario (PO.TE.CO) a Castelfranco di Sotto. Era una cosa incredibile
collaborare con loro perché abbiamo fatto tantissime verifiche per capire cosa funzionasse e cosa
no. Abbiamo dovuto usare i prodotti chimici – che non fanno male all’ambiente – e altri invece che
si usano in ambito medico, il tutto mescolato insieme ad altri prodotti, per creare un processo che
però non posso rivelare perché è un segreto!
La conservazione delle bucce invece dipende da tanti fattori. Per esempio quando conservo le
bucce in casa mia ho imparato che devo sempre metterle tra qualche foglio di Scottex perché se
no prendono troppa umidità.

D: Quale progetto hai deciso di portare e proporre nello spazio di Latte Project Space?


R: Il progetto a cui sto lavorando per Francesca fa parte di una serie di “cascate”. Ho preso
ispirazione dai giardini rinascimentali e la presenza degli agrumi in essi.
Ho deciso di usare la cascata perché richiama alcuni elementi dei giardini rinascimentali: le
fontane, grotte e ruscelli. Un modo per legare il passato al presente.
In questa opera nello specifico ho fatto anche uso di altre tecniche. Ho aggiunto la tintura rossa,che aveva un valore alto nel rinascimento, per creare queste strisce di diverse lunghezze.

Con questa mostra volevo creare questo rapporto con il passato, presente e crescita, in modo da
farci riflette anche sulla sostenibilità. Quando pensiamo ai nostri valori culturali dobbiamo sempre
chiederci da dove vengano, questo anche per riflettere sul futuro, perché se non pensiamo di
utilizzare i materiali in un altro modo, possiamo trovare la chiave per avere un futuro più
sostenibile.


D: Utilizzando principalmente materiali organici nel tuo lavoro è probabile che, nel corso del tempo, possano subire dei cambiamenti per esempio: le dimensioni, la composizione e il colore. In questo caso avremo davanti un’opera diversa rispetto alla precedente. Come valuti questo cambiamento nell’opera? Racconterà una storia diversa o racconterà sempre la stessa storia ma con più esperienza?


R: Questa è una bella domanda. Secondo me racconterà la stessa storia ma con più esperienza
perché sarà più potente. Mi prendo un grande rischio per fare questo lavoro, ma perché c’è un
valore nell’assumersi i rischi, perciò mi interessa. Ci sarà più esperienza che potrà arricchire
l’esperienza stessa dell’opera e la sua storia. A livello storico e personale.

D: Chiudiamo l’intervista con la prima domanda che, spontaneamente, mi è sorta quando
ho visto il tuo lavoro per la prima volta. Ma come ci si procura così tante bucce d’arancia?
Ma soprattutto c’è un modo specifico per tagliarle correttamente?

R: Solitamente mi chiedono se abbia mangiato io tutte quelle arance!
Allora diciamo che io vado da diversi bar che mi lasciano gentilmente le bucce in avanzo per le
spremute. Le arance devono essere tagliate a metà se no poi è troppo difficile trattarle, poi
bisogna pulire dalla parte bianca interne. Un lavoro molto scrupoloso in cui sono molto brava! Ci
vuole pazienza. Molti amici vogliono aiutarmi ma non ce la fanno perché ci vuole precisione e sensibilità manuale.

Latte Project Space – Il dizionario della pelle

Nelle settimane tra il 14 e il 25 maggio è andata in scena a Faenza la mostra “Il dizionario della pelle”. Un progetto inaugurato inizialmente presso la Galleria Comunale della Molinella, poi proseguito nello spazio espositivo di Latte Project Space. Curato integralmente da Francesca Cerfeda.

Sabato 21 maggio siamo stati ospiti di Francesca che, dopo la mostra inaugurale di settembre 2021 “Che la festa cominci”, ci ha nuovamente invitati per dare un’occhiata al suo nuovo progetto. 


Latte Project strikes again

Nelle settimane tra il 14 e il 25 maggio è andata in scena a Faenza la mostra “Il dizionario della pelle”. Un progetto inaugurato inizialmente presso la Galleria Comunale della Molinella, poi proseguito nello spazio espositivo di Latte Project Space. Curato integralmente da Francesca Cerfeda.

Sabato 21 maggio siamo stati ospiti di Francesca che, dopo la mostra inaugurale di settembre 2021 “Che la festa cominci”, ci ha nuovamente invitati per dare un’occhiata al suo nuovo progetto. 

La mostra si presenta come una grande collettiva, che mette in relazione tanti artisti, ognuno con background artistico-culturale di notevole spessore.

Quando si affrontano progetti di questo tipo il rischio è sempre quello di trovarsi davanti una serie di lavori impattati e molto forti, capaci però di raccontare “solamente” la loro storia e di non offrire il proprio ascolto a quella degli altri. Non è questo il caso. Francesca è stata bravissima nella selezione dei singoli artisti, una selezione attenta, silenziosa e non invadente, capace di mettere in dialogo opere di stili diametralmente opposti tra loro come se fossero nate per essere esposte l’una a fianco all’altra.
Il filo conduttore che lega ogni lavoro di questo percorso è appunto la “pelle”, una matrice fisica, materna, capace di creare un bellissimo viaggio dove ogni artista accompagna personalmente il visitatore all’opera successiva raccontando un pezzettino del proprio vissuto. Il dizionario della pelle è stata dunque una mostra sensibile, capace di comunicare senza troppe parole, che guida con gli occhi e con le mani nei solchi che il tempo imprime nella pelle, unica e uguale, di ciascuno di noi.

Nella bella chiacchierata che abbiamo fatto con Francesca la cosa che più mi ha colpito è stata che questo progetto risale a una sua personale suggestione di ormai cinque anni fa. Mi ha affascinato molto la pazienza, la costanza e la dedizione con cui lentamente la mostra ha preso forma nel tempo costruendo, artista dopo artista, opera dopo opera, gli strati di pelle che hanno formato il risultato finale esposto. 

Ringraziamo quindi Francesca per essere stata ancora una perfetta padrona di casa e non vediamo l’ora di tornare a vedere che cosa Latte Project Space avrà in serbo per questi prossimi mesi.

Hanno esposto le artiste Giulia Lanza, Caterina Morigi, Giulia Poppi & Arianna Zama.
Mentre L’opening è stato  introdotto dalla performance “Awkward Integrities” dell’Artista Andisheh Bagherzadeh – alla Galleria Comunale della Molinella. 

– Alessandro Assirelli

Bulb – Arte Cannibale

Questo mese Bulb si cala in un’atmosfera molto intima e vi mostra da vicino il lavoro di Arte Cannibale, artista visiva e performer, che per il poster di Gennaio ci ha stregato col suo contributo.

And I suffer very well” – (serie fotografica)

Questo mese Bulb si cala in un’atmosfera molto intima e vi mostra da vicino il lavoro di Arte Cannibale, artista visiva e performer, che per il poster di Gennaio ci ha stregato col suo contributo.

“esplorare i temi della memoria, del corpo e dell’archiviazione come atto performativo di ricerca e di attenta autoanalisi, attraverso il quale indagare e confrontare sentimenti e tracce del proprio vissuto”

Il dittico che vi proponiamo è un estratto da una serie di fotografie dal sapore intimistico che si addentrano nell’archivio dei ricordi dell’artista e si trasformano in una profonda riflessione alla ricerca del Sé. La formula del dittico è uno strumento che rimanda alla definizione greca dei manufatti, composti in modo da piegarsi in due emulando un libro. Da qui il significato intimo del diario, che con una narrazione quasi innata, mette in dialogo due momenti anche scollegati tra loro del vissuto dell’artista e ne crea una nuova forma, sottraendo gli scatti dal loro significato iniziale.

Memoria, corpo, testimonianza, questi i temi su cui Arte Cannibale sperimenta nuovi sguardi, quasi come un esercizio di consapevolezza, ma anche il diritto di poter cambiare idea, ed evolversi come cambia il tempo per non rimanere ancorata a una visione démodé degli eventi.

Altri estratti dalla serie “And I suffer very well”

Arte Cannibale

Classe ’97, artista e performer laureata in scultura all’Accademia di Belle Arti di Bologna, frequenta la specialistica in Studi Performativi e di Genere allo Iuav. La sua poetica è strettamente legata all’attivismo, all’esperienza di genere e all’identità. Ha curato e auto-prodotto alcune fanzine, partecipando a progetti e mostre collettive (Yogurt Magazine, Not my Body, Emotional Fuckers). Nel 2016 ha fondato la pagina Instagram, «Artecannibale», il cui scopo è quello di approfondire il rapporto tra arte, corpi politici e social media.

Michele Ghiotti – Bocche che non sanno stare chiuse

Eron, “Forever and Ever, nei secoli dei secoli”,
 pittura spray, 2010, San Martino in Riparotta (Rimini)


“THE ROMAGNOLO WAS LACKING”

Terra di teste eccentriche, di smanie nello sguardo, di sangue bulicante. Cuori irregolari, bestie rare. Mattoidi, avrebbe forse detto Lombroso. Cervelli fosforici, iperattivi, sempre in gestazione.

Insomma terra di poeti.

Censirli, anche solo contarli, sarebbe un’impresa. Specie per gli ultimi anni, che hanno visto emergere non pochi validi poeti, giovani e giovanissimi.

Per forza di cosa, quindi, questo articolo si limiterà ad aprire una breccia – anzi una crepa.

Infatti, in qualunque modo la si cerchi di agguantare, la materia sguscia via come un’anguilla di Comacchio, si imbosca con furia cinghialesca o sparge ovunque i suoi aculei di istrice. L’alta concentrazione di autori e la loro irriducibile eterogeneità sconsigliano qualunque tentativo tassonomico.

La possibilità di assestare un primo colpo di machete nella boscaglia, tuttavia, ce la offre Pound. Si tratta certamente di un appiglio arbitrario, ma suggestivo. Così l’alfiere del modernismo inizia il trentottesimo dei suoi labirintici Cantos:

And God the Father Eternal (Boja d’un Dio!)
Having made all things he dc
think of, felt yet
That something was lacking, and thought
Still more, and reflected that
The Romagnolo was lacking, and
Stamped with his foot in the mud and
Up comes the Romagnolo:
    «Gard, yeh bloudy ’angman! It’s me.»
Il Padreterno (Boja d’un Dio!)
Fatta ogni cosa saltatagli
In mente sentì
Manca ancora qualcosa
E pensandoci s’accorse
Mancare il Romagnolo.
Pestò il piede nel fango
E fuori saltò il Romagnolo:
    «Dio boja, eccomi qua.» (Ezra Pound, Cantos XXXVIII 1-9)

Di seguito i versi di Aldo Spallicci (1886-1973) rinnovati e ricuciti dal rapsodo americano:

E’ Signor, fat e’ mond, e’ va un pô in zir
e cun San Pir e’ pasa dó parôl;
e intant ch’j è int una presa, u i fa San Pir:
«La Rumagna t’l’é fata, e e’ rumagnôl?
U i vô dla zenta sora a sti cantir,
t’a n’vré zà fé la mama senza e’ fiôl?».
«Me a t’e’ farò, mo l’ha dal brot manir,
e a j ho fed ch’u n’gni azuva gnianca al scôl!».
E’ dasé ’d chilz par tëra cun un pè
e e’ fasé saltê fura ilè d’impët
e’ vigliacaz de’ rumagnôl spudé.
In mangh ’d camisa, svidurê int e’ pét,
un capalcìn rudê coma un fator:
«A sò iqua me, ciò, boia de’ S… !».
Il Signore, fatto il mondo, va un po’ in giro
e con San Pietro scambia due parole,
e mentre sono in un podere, gli fa San Pietro:
“La Romagna l’hai fatta, e il romagnolo? Ci vuol gente sopra questi campi,
non vorrai mica fare la mamma senza il figlio?”
“Io te lo farò, ma ha brutte maniere,
e credo che non gli giovi nemmeno la scuola”. Dette un calcio per terra con un piede
e fece uscir fuori lì dirimpetto
il vigliaccaccio del romagnolo sputato. In maniche di camicia, sbottonato sul petto,
un cappellaccio a ruota come un fattore;
“Sono qua io, allora, boia del S….!” (Aldo Spallici, E’ rumagnùl)

Da qui partiremo.

Dalla sacralità tutta profana, dal barbaro vitalismo, dalla concretezza visionaria. Dalle mani che non sanno stare ferme, dalle bocche che non sanno stare chiuse. Ma anche – è il rovescio della medaglia – dalla maschera dannata, dall’indole ferina, lunare.

Insomma dall’individuo che rivendica e proclama spudoratamente la sua esistenza:

La storia del mondo è la storia di temperamenti in contrapposizione. […] La civiltà moderna proviene dall’Italia, dall’Italia del Rinascimento [innanzitutto la Rimini di Sigismondo e la Romagna del Valentino – N.d.A.], la prima nazione che ruppe con il dogmatismo aquinate e proclamò l’individuo; rispettò la personalità. Questo brilla ancora nel «Così son io!» [Cfr. il poundiano-spallicciano “«Gard, yeh bloudy ’angman! It’s me.»/«Dio boja, eccomi qua.»”] dell’italiano comune quando gli viene chiesto il motivo delle sue azioni.

(Ezra Pound, Provincialismo, il nemico, 1917)

Lo si farà senza pretese di oggettività o sistematicità, nel tentativo – per forza di cosa riduttivo e parziale – di indagare in poesia quella che è forse la più evidente e peculiare fra le tante anime delle Romagna. Quella di cui il Padreterno, quasi desideroso di creare il suo bestemmiatore (la sua nemesi in miniatura, folletto-demiurgo che gli tenga testa in quanto a cosmogonie, rovesciamenti e diluvi universali), sente prepotentemente la mancanza. Quella di cui il mondo intero, sembra suggerire l’Omero del Novecento, patisce l’assenza:

The Romagnolo was lacking.

UN PROFANO “FARE SACRO”

Laggiù nel crepuscolo la pianura di Romagna. O donna sognata, donna adorata, donna forte, profilo nobilitato di un ricordo di immobilità bizantina, in linee dolci e potenti testa nobile e mitica dorata dell’enigma delle sfingi: occhi crepuscolari in paesaggio di torri là sognati sulle rive della guerreggiata pianura, sulle rive dei fiumi bevuti dalla terra avida là dove si perde il grido di Francesca: dalla mia fanciullezza una voce liturgica risuonava in preghiera lenta e commossa: e tu da quel ritmo sacro a me commosso sorgevi, già inquieto di vaste pianure, di lontani miracolosi destini: risveglia la mia speranza sull’infinito della pianura o del mare sentendo aleggiare un soffio di grazia: nobiltà carnale e dorata, profondità dorata degli occhi: guerriera, amante, mistica, benigna di nobiltà umana antica Romagna.
(Dino Campana, La Verna, Ritorno.)

Sin dai Canti orfici di Dino Campana, c’è in non pochi autori romagnoli, come del resto in molta poesia contemporanea, la ricerca di una sacralità premoderna, ancestrale, pagana. Una sacralità che non di rado – come suggerisce l’ambiguità del termine latino saceraffonda le sue radici nel profano, nello sconsacrato, nel quotidiano.

Eminentemente religiosa la poesia di Rosita Copioli (Riccione, 1948), foriera di uno sguardo e di una voce che scelgono e legano – il richiamo alla radice di religio pare quanto mai appropriato – nomi, icone e misteri (da intendersi ovviamente in senso tecnico rituale) del vissuto, della storia, della tradizione filosofica, esoterica e artistica. È una poesia tutta moderna e insieme tutta antica, innervata da una favilla sacerdotale, druidica, eppure mai anacronistica. Una poesia musiva, bizantina, che non teme l’astrazione, le forme ieratiche, marziali, eteree, l’ornamento (mai forma vuota, sempre forma mentis). Una scrittura che, dall’esordio del 1979 (Splendida lumina solis, Forum) fino a Le acque della mente (Mondadori 2016), passando per Il postino fedele (Mondadori 2008), non teme di confrontarsi con la preziosità dell’oro, lo splendore icario del sole, e l’altisonanza di un dettato solenne. Così in Beltà, riluce la sacralità del profano: “tutto ritorna”, nietzschianamente, irrompono sinestesie e corrispondenze, “dietro le siepi” si accendono “gli occhi dei nostri paradisi”, il tempo si fa concreto e vivo come lievito (“l’anno fermenta nelle case”). Animata da un’istanza alchemica, che respinge ogni reificazione, la parola non arretra di fronte all’enigma, ma vi si presenta davanti nuda e senza falsi pudori. Ne deriva una sorta di caleidoscopico sincretismo in cui si incontrano fiamme pentecostali, la “vite frondosa” di Bacco e il satori buddista (“una stagione non nata, la stagione che non / volge né ritorna, il passo senza misura / di anno senz’anni, e semprevivi”).

Guarda, tutto ritorna, anche i segni nel muro
e dietro le siepi gli occhi dei nostri paradisi
senza ragione d’esserci volgono a tornare,
ritornano per non dimentica, quanto trae
ciascuno il suo piacere – e adspice:
anche se a me tuttavia: perché la sera volge,
e l’anno fermenta nelle case, e si dispongono tutti
ad uscire i ragazzi sulle strade, e scendono tutti
per il loro amore: chi si guarda e chi, fuori
del buio, nella luce si prende e gli occhi
puntati nel cuore della luce: il silenzio
brillante della luce, l’ascolto.
Chi non si è accorto che non c’è tregua,
e che incessante brucia, ciascuno a suo piacere.
Così, dopo che ha visto, ciascuno la sua luce,
brucia la propria insania nell’ombra, e riesce,
nel lucore, come vite frondosa.
Mentre parliamo il silenzio volge nella sera
et sol crescentes descedens duplicat umbras:
e tuttavia brucia, e richiama
una stagione non nata, la stagione che non
volge né ritorna, il passo senza misura,
di anno senz’anni, e semprevivi,
piante perenni, che come succhia il tempo
le sue linfe gonfie si gettino al rigoglio
dell’amore che brucia.

(da Splendida lumina solis.)

Liturgica, sebbene in senso diverso, è anche la poesia Mariangela Gualtieri (Cesena, 1951), che proviene dal teatro e al teatro ritorna. Un teatro inteso in senso religioso, alla maniera greca, come spazio pubblico (circolare, comunitario, consacrato), altare di un’interiorità collettiva, dove la parola, amplificata dal suo legame viscerale con il suono, la musica, il gesto e la danza, si fa vaso di un pensiero in grado di ospitare l’alterità. Rito sonoro, bagno acustico, immersione battesimale che rende possibile il dialogo fra il dire ispirato del poeta e l’ascolto ugualmente ispirato del pubblico. “Rito è in fondo una manovra che carica i simboli”, afferma la Gualtieri, “e in questo caso i simboli sono le parole.” Maneggiare simboli, quindi, sporcarsi le mani, tracciare segni. Insomma poesia come pomerio, come geometria della rivelazione, perimetro sacro e insieme calpestabile. Non un “essere sacro”, ma un “fare sacro”, con tutta la portata concreta e pragmatica che il fare porta con sé.

Ne sgorga uno slancio vitale spudorato, evangelico, che non fugge il lato dionisiaco, violento e capovolgente, dello stare al mondo:

Anch’io voglio tutte le sbandate
essere viva fino allo scortico
essere tavolo pietra bestiale essere
bucare la vita coi morsi
infilare le mani in suo pulsare
di vita scavare la vita scrostarla
sfondarla spericolarla battermi con lei fino
ai suoi sigilli.
Per amore – per amore – tutto per amore.

(da Solenne, Fuoco Centrale, Einaudi 2003).

Tutta la poesia della Gualtieri è un continuo cantico creaturarum (ma anche creatorum et creationum), che scova e ritrae le anime animali e vegetali dell’uomo, in forma “di cagna, di passero stanco, di bruco, di mosca” (da Canto di ferro, Paesaggio con fratello rotto, Luca Sossella, 2007). Che osserva, dettaglia e ripete le operazioni di artigiano con cui si mette mano alla vita interiore.

Accanto alla pulsione mammifera e cacciatrice-raccoglitrice, c’è un sentimento pagano, di villaggio (pagus appunto), gentile (anche nel senso etimologico di gens – si pensi alla raccolta d’esordio Antenata, Crocetti, 1992). Sentimento di focolari (e Lari), di tana, di utero, di membrana cellulare:

Certi alberi vicini alle case
sostano in una pace inclinata
come indicando come chiamando
noi, gli inquieti, i distratti
abitatori del mondo. Certi alberi
stanno pazientemente. Vicini
alle camere nostre dove gridiamo
a volte di uno stare insieme
che ha dentro la tempesta
noi che devastiamo facce care
per una legge di pianto.

(da Naturale sconosciuto, Bestia di Gioia, Einaudi 2010.)

Sacrale, di una sacralità concreta, giornaliera, indissolubilmente legata ai genii locorum (e qui i loci sono innanzitutto quelli d’entroterra riminese) e ai penates (nel senso etimologico di penus, “nutrimento, provvista”), è la poesia di Luca Nicoletti (1961, Riccione). Ideatore e curatore di letture, mostre e rassegne, ha pubblicato tre raccolte di poesia: L’essenza del mosaico (Pazzini, 2006), Comprensione del crepuscolo (Passigli, 2015) e Il paese nascosto (Italic Pequod, 2019). Il fuoco di Vesta su cui Nicoletti arroventa la sua penna è l’intima connessione tra parola e immagine, testimoniata dalla madre Rosita, fotografa, e praticata con laboriosità benedettina in un continuo esercizio di illustrazione, da intendersi come lustrazione, ovvero purificazione, decantazione, chiarificazione del sentimento, del pensiero e del ricordo:

Gennaio pare ritagliarsi, in via definitiva
l’immagine distesa sulla luce chiara
che ci accoglie, senza grandi clamori,
in una sensazione meridiana ritrovata
nella stessa distanza, la piccola vista
parziale, e consumata, di questa finestra.
Le intermittenze dell’albero di Natale, fino
a ieri, ci avevano portato su un sentiero
diverso, l’attento monolite dello spazio
famigliare inventa di continuo espedienti
per non farci pensare alle vere oscurità
del bosco. Il breve periodo del dopo
albero è cominciato, e questo calmo
silenzio anticipa l’avvento di una luce
diversa, le ombre giganti si accorciano
di giorno in giorno, il loro mondo
orizzontale adesso ha fretta.

(Da Il paese nascosto.)

È un senso del sacro che, come si vede, sgorga dal fontanile dell’esperienza personale, della dimensione domestica e del paesaggio (urbano e naturale), ma in un’ottica postromantica che attraversa Pascoli e, per così dire, lo “aggiorna”, alla luce della frammentazione accelerata dell’io e del mondo di oggi. Sacra è infine, per Nicoletti, “un’idea umanistica e civile della vita e della storia [e ovviamente della poesia e dell’arte – N.d.A.], proprio quella che pare oggi così compromessa nel mondo contemporaneo” – così Giancarlo Pontiggia nella prefazione all’ultima raccolta – “in una prospettiva di domestica chiarità e di umile verità del cuore, senza nondimeno dimenticare quella cifra di ulteriorità, di indecifrabilità della condizione umana.”  

Sacra, ma decisamente più notturna, ctonia, sospesa nella penombra di rito psicopompo, è la voce di Martina Abbondanza (1993, Cesena – Il giorno tutto, Landolfi 2016; Le ombre sanno esattamente dove stare, La Vita Felice, in uscita). Con i suoi versi asciutti e taglienti come un’alba nordica, sillaba oracoli che chiedono di essere inverati. Animata da un’inquietudine luziana, si muove senza timore, con una fredda pietas, fra “le ombre che non hanno obbedito”. Ombre limbicole, pagane, intrappolate nell’attesa di una redenzione che sembra continuare ad attardarsi. E intanto prosegue la ricerca di una parziale ma irrinunciabile salvezza negli sprazzi veridici del quotidiano, quando, finalmente individuata, una particola di realtà si staglia contro i giorni falsi e bugiardi. La Abbondanza inaugura una mantica dell’ombra e dell’amore che vuole tenere insieme la fragile materia dell’esistenza e i desideri per lungo silenzio fiochi che portiamo dentro. Come Proba, prima poetessa cristiana, che nel suo centone virgiliano chiese ai versi del propheta nescius di cantare un epos evangelico, così la Abbondanza non desiste dal tentativo di tradurre “i lamenti / delle anime che non riescono a passare”.

Non ho imparato a tremare
come si deve.

Io so il tuo fianco
andare via al mattino
tra i fiori finti nei vasi.

Certi amori devono stare
nel buio dei portici
ma poi ritornano,
senza stagioni.

(da Il giorno tutto)

Infine sacrale, di una sacralità oceanica, taumaturgica, junghiana, è la poesia di Ivonne Mussoni (Rimini 1994), che dopo l’esordio con la plaquette A un quarto d’ora d’universo (Heket, 2013) ha pubblicato per Giulio Perrone La corrente delle cose ultime (2017) e Sirene (2021).

La sua è una scrittura che non teme di confrontarsi con i grandi temi del destino, della perdita e della conoscenza né con gli archetipi mitologici e antropologici. È una poesia duplice, ibrida, che mescola natura umana e animale, terrestre e marina, celeste e infernale, luce e ombra, sacro e profano:

Eravamo quasi donne
nel poco che mancava
lucertole, uccelli, meduse,
tempeste,
orsi e serpenti.
La cosa più vicina
all’essere perfette.
Era quel drastico esserne vicine
a farci sentire più forte il bene
e così il dolore,
a qualcuno è permesso l’inciampo del petto

l’errore

ma a quelli di tutta altra specie
più lontani dal silenzio smisurato dei fondali.

(da Sirene.)

Una poesia che non nega il lato abissale, vertiginoso della realtà, ma che sente la necessità di fecondare questo buio con la luce e l’aria del canto e dello sguardo

C’è una prima colpa nel perdere
la propria giovinezza,
quella colpa per sempre ci somiglia.
È tutto un ripetersi il resto
da lì si lascia andare ogni cosa,
le gambe, le mani
tranne la voce più forte di prima
per dire, alla fine, perdono,
chi siamo.
(da Sirene.)

Michele Ghiotti (23 novembre 1989) è nato a San Marino, dove vive e insegna Lettere al Centro di Formazione Professionale. Suoi versi sono stati selezionati dallo scrittore e poeta Davide Rondoni per il concorso In che verso va il mondo e dal poeta e critico milanese Maurizio Cucchi per La bottega di Poesia de «La Repubblica» (ed. Milano). Sulle riviste «Crack», «Carie» e «Retabloid» sono apparsi due suoi racconti brevi, Diario metempsicotico e A volte l’aria è più solida del cemento. Recentemente ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021)

Bulb – TheDollMaker

L’edizione di Novembre per i lettori di Bulb vi porterà in uno scenario insolito! L’artista Chiara Chemi, in arte TheDollMaker è la protagonista del poster di questo mese e ci propone un estratto dalla sua serie di illustrazioni sul mondo delle MMA. Sbem!

LGBTQMMA – Inchiostro su carta. Rivisitazione dell’iconica foto rappresentante l’epilogo del match tra Muhammad Ali e Sonny Liston.

L’edizione di Novembre per i lettori di Bulb vi porterà in uno scenario insolito! L’artista Chiara Chemi, in arte TheDollMaker è la protagonista del poster di questo mese e ci propone un estratto dalla sua serie di illustrazioni sul mondo delle MMA. Sbem!

Il lavoro è un tributo al celebre scatto di Neil Leifer al match di boxe che vide nel 1965 scontrarsi Muhammad Ali e Sonny Liston.

Con la serie di illustrazioni da cui è estratto il poster di Novembre, TheDollMaker ci mostra un nuovo modo per declinare l’immaginario delle arti marziali nelle sfumature di un simbolismo ironico e controverso, quasi perturbante; e di inserirlo nel contesto della lotta femminista con uno stile unico che ammicca alla underground comics e all’art brut.

La decostruzione sembra l’unico processo necessario per studiare le abitudini di una generazione che non si chiede più il perchè delle cose ma agisce perchè “così si fa”; ciò si manifesta attraverso l’espressione della grettezza e della rabbia e la demolizione degli stereotipi del femminile.

Altri estratti dalla serie

TheDollMaker

Visual Artist attiva soprattutto nel settore musicale, ha realizzato artwork e videoclip, presentati su
importanti riviste (tra cui Repubblica, Rumore, Indie-eye, New Noise Magazine) e in festival cinematografici, tra cui il prestigioso Asolo Art Film Festival. Il critico e regista Michele Faggi le ha dedicato alcuni speciali e interviste.
A 16 anni vince un concorso Panini Comics e resta in contatto con l’editor Elena Zanzi; ma, folgorata
dall’audiovisivo, si specializza in regia, scrittura e montaggio per il cinema, esplorando poi anche ogni ambito dell’animazione (ha appreso la puppet-animation con Studio Croma e realizzato video in animazione tradizionale e digitale per etichette discografiche).
Come operatrice video, regista e storyboard artist ha lavorato anche per Tv8, Rocker Tv, Rezophonic e con ONE Championship, promozione mondiale di MMA.
Talvolta espone in galleria.
Ig: thedollmaker_chemi

Art Advisor – Martina Zanin

Spazio Labo’ centro di fotografia ospita in questi giorni la mostra personale I MADE THEM RUN AWAY dell’artista visiva Martina Zanin.


I Made Them Run Away

Spazio Labo’ centro di fotografia ospita in questi giorni la mostra personale I MADE THEM RUN AWAY dell’artista visiva Martina Zanin.
Il tema dell’esposizione è il rapporto che l’artista ha con sua madre Giulia. Un rapporto ricostruito attraverso un vero e proprio archivio di ricordi, ripercorso e assemblato tra foto di famiglia testimoni di una figura materna resa più umana che madre.

La prima cosa che si nota è che nelle fotografie c’è sempre una porzione strappata via, simbolo e rappresentazione di rapporti lacerati, di relazioni che vedono Giulia come unica superstite.
Partendo dalla presa di coscienza che nessuno di quegli uomini ha lasciato il segno nelle loro vite, Martina Zanin introduce il concetto del MADE THEM RUN AWAY suggerendo l’ipotesi che lei e sua mamma hanno fatto scappare via questi uomini dalla loro famiglia.

Parte della mostra è dedicata anche gli scritti della madre: Lettere a un uomo mai avuto. Una raccolta di lettere a cuore aperto in cui lei fantastica sull’ipotesi delle sue relazioni interrotte, proiettate nella stanza simulando graficamenre l’avazare della scrittura.

L’elemento che unisce tutti questi materiali sono le fotografie di Martina: rielaborazioni di scene di vita quotidiana e aneddoti della sua infanzia che ha cercato di tramutare in qualcosa di visibile, in modo da investigare nel profondo quell’oscura presenza maschile che è stata per lei sempre un mistero.

Il viaggio di I MADE THEM RUN AWAY mostra come Martina Zanin sia un’artista capace di destreggiarsi in diversi ambiti delle arti visive, dimostrando che nell’arte la sincerità e l’autenticità sono ancora valori che fanno la differenza.

Bulb – Alice Patara

Spine Bulb – Scarica il poster di Alice Patara gratuitamente .

“Ho sognato che mi uscivano delle blatte dalle maniche e mi camminavano sulle mani.”

Il poster di Ottobre di Bulb è frutto della penna e degli occhi di Alice Patara, giovane artista e illustratrice dell’Accademia di Belle Arti di Bologna.

L’immagine è un estratto dal suo progetto di fotografia sui sogni, una serie di quindici fotografie che strizzano l’occhio alla fotografia analogica, ma restano ancorate al presente grazie ai disegni digitali che danno vita al mondo onirico dell’artista.

“I disegni rappresentano tutti dei sogni: faccio quasi sempre dei sogni molto realistici, molto spesso con animali come protagonisti. Di solito sono giganteschi oppure sono migliaia, a volte sono aggressivi, a volte sono innocui, qualche volta devo salvarli oppure ogni tanto sono loro che si prendono cura di me.”

Zoom 2.2 – Intervista a Irwin

Zoom 2.2 – Intervista a Irwin

In questo nuovo episodio di Zoom abbiamo intenzione di portarvi a fare un viaggio. Un viaggio che attraverserà numerose città italiane come Milano, Bologna e Firenze. A farci compagnia in questo frenetico itinerario sarà Irwin, uno dei più attivi street artist italiani che vanta numerose opere sparse per tutto lo stivale e anche in molte città europee.

Parleremo di cultura urban, di graffiti e di avventure notturne.
Come in ogni viaggio che si rispetti, abbiamo selezionato alcune canzoni da farvi sentire nel tragitto.
Buona lettura.

D: La cultura Urban nel mondo è da sempre in continua espansione e negli ultimi anni ha decisamente conquistato anche l’Italia, uno degli ultimi baluardi conservatori legato a una concezione molto stereotipata di questo universo.

« Se provavo a spiegarlo a mia mamma diceva “Che cosa?”
 Che ne sapeva lei di blocchi, flop e fat rosa »

Negli anni ’90 ciò che oggi è considerato cool non era affatto visto di buon occhio dalla maggior parte delle persone. Ora invece è all’ordine del giorno comprare sneakers, ascoltare rap e apprezzare la street art nelle città.
Ti va di raccontarci in che modo è cambiato l’atteggiamento delle persone nel recepire il tuo lavoro?

R: Certo, molto è cambiato. Però un feedback che mi accompagna da molto prima che il nostro mondo diventasse cool é che il mio lavoro puó fare da punto di riferimento per chi lo vede. Spesso mi è stato detto che il cane in particolare fa sentire le persone a casa. Trovo che molta piú gente sia interessata ad un lavoro più legato al lettering, alla stratificazione e alle tag.
Sicuramente da quando fare graffiti è diventato mainstream si sono confuse molte cose. Da vari generi di stili si sono ramificate diverse strade che hanno i propri follower. Quindi ogni genere ha una vita propria. I nuovi produttori e fruitori non sono preparati e tendono a mischiare tutto. Comunque oggi grazie a molte più persone che seguono i mondo dei graffiti alcuni sono diventati rock star.
I miei genitori non mi hanno mai vietato di dipingere.
È sempre stato per me un modo per esprimermi e sfogarmi.

D: Il tuo percorso spazia tra Milano, Firenze e Berlino. Il lavoro del writer porta per sua indole a viaggiare molto, infatti non è difficile apprezzare la tua firma, il muso di un cane colorato, nei luoghi più disparati d’Italia.
Come abbiamo detto in precedenza oggi è cambiato radicalmente l’approccio delle persone con questo tipo di cultura e, di conseguenza, il lavoro del writer non passa più come atto vandalico fine a sé stesso, ma viene molte volte agevolato dalle autorità che concedono spazi per creare valore artistico nelle città.

 « Passi dietro i treni, trattieni il fiato se tremi
Per fare il writer non basta che premi
La notte consiglia, non parlare: bisbiglia
So che per ogni calamità la calamita blocca la biglia. »

Ci troviamo quindi davanti a una situazione dove ora viene resa libera una superficie che in precedenza veniva conquistata sul filo del rasoio.
Quale è una delle esperienze più avventurose che hai vissuto per la creazione di un tuo pezzo?

R: Ogni graffito illegale è un’avventura, più o meno pericolosa, con più o meno imprevisti che succedono, spesso prima e dopo l’azione vera e propria. Il progettare un pezzo per un muro che vorresti fare è fatto anche di tour in auto, di incontri pazzi nella notte, di km macinati a piedi o in bici con secchi, asta e zaini di spray per raggiungere posti improbabili. Scappare dalla polizia dà sicuramente tanta adrenalina, con le guardie, che ti giri e sono lontane, ti rigiri e sono a pochi metri. Anche il dopo è eccitante, quando hai fatto il pezzo che volevi, nello spot che volevi, e soddisfatto te ne vai a dormire. Per me tutto questo fa parte della cosiddetta avventura.
Una piccola avventura in cui mi sono divertito molto è stata a Berlino. L’inverno scorso ha ghiacciato l’acqua dei canali tanto da poterci camminare sopra, anche se non si può certo vedere quanto il ghiaccio sia spesso. E ti assicuro che nel buio il ghiaccio scricchiola tantissimo. Un altro tipo di scricchiolio l’ho sentito anni prima facendo una tag a rullo sopra ad un cartello sul tetto di una fabbrica abbandonata. Il tetto ha cominciato a rompersi sotto i miei piedi. Il mio amico Ribes che era rimasto giù e aveva solo sentito il boato all’interno della fabbrica mi chiamava per cercare di capire se fossi ancora vivo. Fortunatamente ero vicino al bordo e sono riuscito a sedermi su una parte in cemento. Mi tremavano le gambe.
La tag a rullo la feci comunque, bruttissima.

D: I racconti dell’immaginario hip hop sono ambientati nel cuore delle città o nei più subordinati vicoli delle periferie. Stiamo parlando però di zone agli antipodi di un unico ambiente: la giungla urbana.

«Questo schifo di città è come una giungla, e ci sono serpenti, volpi e leoni, e se serve devi essere tutti e tre»

Le tue opere, oltre a trarre ispirazione dal tuo tessuto di appartenenza, si trovano ad animare le città con veri e propri animali, popolando così i muri con una fauna che trova nella giungla di cemento il suo habitat naturale.
Come nasce ed evolve il passaggio da writer a street artist e l’utilizzo di questi nuovi soggetti di tipo animale?

R: A dire il vero non sento di aver fatto nessun passaggio. Ho sempre disegnato animali. Non mi definirei uno street artist. Anzi non mi definirei. Faccio fatica ad usare questo tipo di definizioni perché trovo che la realtà sia molto più fluida.

D: Il tuo approccio naturalistico nei confronti di questo tipo di arte mi riporta alle parole che ho letto nella rivista tra/montana dove si elogiava la capacità della street art di trascendere ciò che ci rende schiavi nella società di oggi. Per quanto la si voglia rendere sempre più esclusiva la cultura Urban è un linguaggio parlato dalla gente comune senza limitazioni social(i), economiche e culturali.

Andando indietro nel tempo possiamo notare come storicamente il muro è sempre stato “il giornale del popolo” e, di conseguenza, comunicare attraverso di esso vuol dire rimanere impressi per un lungo periodo nella mente delle persone.
Che emozione si prova per te oggi a lasciare una tua opera in un muro di una città?

R: È sicuramente una soddisfazione. E se il lavoro rimane per un po’ di tempo entrando a far parte della città ancora meglio.

É sicuramente bello ripassare davanti ai propri disegni e mi fa piacere quando gli amici sparsi per il mondo mi mandano foto dei miei pezzi per farmi vedere che sono ancora li. A distanza di tempo ho una percezione diversa del mio lavoro, lo digerisco meglio.

Art Advisor – Jeffrey Eugenides / Roland Barthes

Art Advisor – Jeffrey Eugenides / Roland Barthes


Due al prezzo di uno !

L’amore, per quanto di tanto in tanto si tenti di ignorarlo, arriva per tutti.

A volte parlarne ci imbarazza, altre ci fa sentire stupidi e altre ancora sembra sia lui a evitarci. Tuttavia non importa la stagione in cui ci troviamo o gli anni che abbiamo: senza passare mai di moda appena ne ha l’occasione travolge il corpo e disordina la mente.

È così tanto inaspettatamente travolgente che sarebbe troppo bello anche solo pensare di poter avere tra le mani una guida all’innamoramento da poter consultare quando, senza preavviso, bussa alla nostra porta.

A tal proposito Madeleine Hannah, protagonista delle pagine de “La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides, consiglierebbe di leggere “Frammenti di un discorso amoroso”.

Quel libro l’ha aiutata quando, tra l’amore folle di Leonard e quello discreto di Mitchell, il suo cuore era confuso tanto quanto la sua mente.

L’ha scoperto al corso di semiotica all’università e da quel giorno non è più stata in grado di separarsene.

Non era come gli altri libri, era più facile da comprendere e leggendolo trovava conforto. L’ha presa per mano accompagnandola in quella che inizialmente può sembrare la tipica storia di una relazione tormentata capace di risanarsi in poche pagine, ma che è invece il racconto dell’evoluzione dell’amore che da possessione e annullamento di sé diventa libertà e indipendenza.

Trovare libri che parlino d’amore in modo maturo e acuto è ormai più complesso di quel che sembri.

“La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides e “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes ne sono stati capaci.

Entrando in punta di piedi nella mente, come soltanto un buon libro sa fare, non terminano la loro esistenza con l’ultima parola dell’ultima pagina, ma continuano a vivere nella realtà di chi leggendoli sa comprenderli.

Margherita De Cataldo