Zoom 1.5 – Intervista a Laurina Paperina

Zoom 1.5 – Intervista a Laurina Paperina

In questo nuova edizione di Zoom, per intervistare l’artista che abbiamo scelto, abbiamo dovuto intraprendere un viaggio lunghissimo, abbandonando il pianeta Terra e attraversando lo spazio sconfinato. Siamo atterrati da qualche parte nell’universo, in un mondo molto simile al nostro, dove la terza dimensione viene annullata e dove succedono cose ai nostri occhi molto strane.

Ad accoglierci è stata Laurina Paperina, artista classe 1980, originaria di Rovereto, ma che ormai vive qui da diversi anni.

Le abbiamo chiesto di farci da guida in questo suo bizzarro pianeta e ne abbiamo approfittato per farle qualche domanda.

Laurina Paperina – Serie Apocalypse Now

D: Osservando attentamente il tuo operato artistico si ha la sensazione che quello che racconti non appartenga alla dimensione in cui viviamo tutti i giorni. Allo stesso tempo, però, non si tratta nemmeno di qualcosa di così estraneo da impedirci di riconoscerlo. Infatti, leggendo la biografia presente sul tuo sito web, la prima cosa che ci è saltata all’occhio è che vivi a Duckland, un piccolo paesino da qualche parte nell’universo.

Non avendo mai sentito questo nome prima d’ora sono andato a cercare più informazioni su Google a riguardo e la prima risposta che il motore di ricerca mi ha partorito è stata quella di una catena di ristoranti asiatici specializzati, appunto, nell’anatra. Da qui si stagliano dunque due ipotesi. La prima è che tu viva effettivamente all’interno del ristorante, mentre la seconda è che il magico paese di cui parli e racconti non sia concretamente di questo mondo.

Ti va di raccontarci come nasce e si anima il tuo immaginario artistico? E se Duckland esiste davvero, dove si trova?

R: La cultura popolare è sempre stata pane per i miei denti. Sono cresciuta a pizza e Nesquik, addormentandomi davanti alla televisione guardando cartoons e film di serie B, leggendo le fanzine e giocando ore e ore con i video games. I film horror degli anni ottanta/novanta mi hanno influenzato molto, hanno fatto sì che venisse alla luce la mia vena splatter.

Anche l’arte contemporanea ha avuto il suo ruolo, artisti del passato come Bosch e Bruegel, visionari del cinquecento, hanno influenzato la mia ricerca: sono stati fondamentali per lo sviluppo della mia recente serie di opere intitolata Apocalypse Now, dipinti su tela dove affollatissimi scenari apocalittici si fondono con l’iconografia pop e la satira sociale.

Riguardo Duckland, è un posto che a volte c’è e a volte svanisce nel nulla, diciamo che è una sorta di bolla dove io mi immergo quando lavoro. Quindi potrebbe essere tranquillamente anche all’interno di un ristorante cinese 🙂

Laurina Paperina – Serie Apocalypse Now

D: La tua serie di lavori di How to kill the artists trasmette, secondo me, uno dei messaggi più puri, trasparenti e attuali del panorama artistico contemporaneo. All’interno di queste animazioni si vedono artisti famosi su scala mondiale uccisi dalle loro stesse opere.
Nonostante quello che succeda sia surreale, il concept è strettamente aderente alla realtà. Molte volte gli artisti vengono “uccisi” dalla sacralità che l’ambiente artistico impone, cambiando il loro registro linguistico e obbligandoli spesso a “mistificare” ciò che in origine è fatto per necessità di esprimersi. Un po’ come l’episodio dei Simpson in cui Homer crea per errore un’opera quotata per poi sforzarsi di crearne altre senza ottenere risultati.

Quello che tu fai all’interno delle tue opere è un grande atto di libertà: raccontando sotto la tua personale chiave di lettura il mondo che ti circonda, rimani fedele al tuo immaginario senza mai sconfinare in un ambiente che non ti appartiene.

Come interpreti tu il mondo dell’arte, e in che modo un artista non deve mai perdere aderenza con ciò che lo circonda?

R: How to Kill the Artists è un progetto che porto avanti da qualche anno ormai. Si tratta di una serie di disegni e video animati che narrano l’ipotetica morte di artisti, arrivati ormai all’apice del successo e osannati dalla critica, per mano dalle loro stesse opere. È sia una celebrazione che un’ironica e brutale vendetta rispetto al mondo dell’arte contemporanea, che spesso viene preso troppo sul serio.

Non saprei cosa risponderti quando mi chiedi in che modo un artista non dovrebbe mai perdere aderenza con quello che lo circonda… Io posso dirti che faccio quello che faccio per necessità, perché attraverso le mie opere cerco di dare una mia visione al mondo in cui viviamo, dove personaggi inventati o “rubati e distorti” alla cultura popolare diventano un mezzo per riflettere sugli eventi del nostro tempo.

Laurina Paperina – How to Kill the Artists – Keith Haring

D: Ho sempre pensato che una persona che ha il desiderio di lavorare all’interno del mondo dell’arte poi, per vivere in pace con sé stesso e con il mondo, debba andare a dormire guardando i cartoni animati.

La mia affermazione è chiaramente una provocazione per sottolineare come troppo spesso si respiri un’aria pesante negli ambienti artistici e che di conseguenza, attraverso l’umorismo dissacrante di autori come Matt Groenig (I Simpson, Futurama) o Seth MacFarlane (I Griffin, American Dad), per fare un esempio, ci si debba alleggerire per non rompere inevitabilmente le doghe del letto.

Quanta ironia bisogna avere per interpretare il mondo che ci circonda e quanto invece ciò che ci accade va preso sul serio?

R: Penso che ognuno abbia un proprio modo per riappacificarsi con il mondo prima di andare a dormire e i cartoons sono un’ottima alternativa. Io lo facevo in gioventù, ora la mia ritualità per addormentarmi è azionare play sullo smartphone e guardare Friends, la sit-com anni ’90/’00, che per me è una vera e propria ninna nanna. Da anni ormai la metto in loop e nemmeno la guardo più, mi basta ascoltare le voci dei protagonisti e mi addormento come un sasso 😀

Laurina Paperina – Peter Griffin vs Roger (Alien)

R: L’ironia è un’arma di comunicazione molto potente, può riuscire a capovolgere i punti di vista e a far comprendere le cose in maniera diretta ma comunque leggera, riuscendo a sdrammatizzare anche le situazioni più pesanti.
Parlando del mio lavoro, le mie opere hanno la caratteristica di avere un linguaggio semplice e immediato e questo mi permette di trattare anche i temi più cruenti con un atteggiamento cinico ma allo stesso tempo leggero.

Mi viene in mente quando abbiamo vissuto la prima quarantena a marzo 2020. Io in quel periodo non potevo andare in studio e nella casa in cui ero “reclusa” avevo a disposizione pochissimo materiale con cui lavorare in uno spazio molto ristretto, di conseguenza ho dovuto ridurre al minimo l’iter produttivo. Inizialmente ero così disperata e annoiata che mi era balenata in mente l’idea di fare un dipinto sui muri del salotto con la passata di pomodoro. Per fortuna però la mia razionalità ha preso il sopravvento e ho optato per una soluzione più classica, penna e taccuino, dove ho ho iniziato a disegnare queste mini “pillole di sopravvivenza” intitolate “Stay at home and…” che si sono poi trasformate in video animazioni, traendo ispirazione da quello che stavo vivendo in quegli interminabili giorni e cercando di sdrammatizzare questo folle periodo.
Quindi viva l’ironia!

Laurina Paperina – Bambo

Alessandro Assirelli

Zoom 1.4 – Intervista ad Antonio Cugnetto

Zoom 1.4 – Intervista ad Antonio Cugnetto

Nella scorsa edizione di Zoom (recupera l’intervista a Sonia Formica cliccando qui) ci siamo lasciati parlando di viaggi. È giusto quindi cogliere l’occasione per allontanarsi dal proprio confine e iniziare ad approfondire anche artisti geograficamente più lontani dal nostro luogo di appartenenza. In questo caso, però, ci spostiamo solo di qualche chilometro e oltrepassiamo l’appennino tosco-emiliano arrivando fino a Firenze, città dove lavora e opera l’artista che vi proponiamo oggi.

Antonio Cugnetto è un artista di origini calabresi ma che ormai da diversi anni risiede in Toscana, a Firenze. Il suo curriculum è variegato di esperienze, in Italia e all’estero, così come è variegata la sua produzione: svaria infatti tra pittura, street art, scultura e tattoo. 

Abbiamo fatto una chiacchierata con Antonio per approfondire il suo operato, parlando del suo percorso e delle sue influenze, tra tatuaggi, riciclo e Tim Burton.

D: Seguendo un po’ il tuo operato la prima cosa che salta all’occhio è che tua produzione è variegata in maniera incredibile. Passi dalla pittura alla scultura, all’attività di tatuatore seguendo uno stesso filo conduttore, ma che allo stesso tempo fa mantenere ad ogni arte che utilizzi una propria identità ben definita.  Questo fa ipotizzare che ogni emozione che cerchi di esprimere abbia un proprio canale a cui dare sfogo senza intaccare di rimando gli altri tipi di attività.

Ti va di raccontarci come nasce e si sviluppa il tuo senso artistico e se hai un metodo che prediligi rispetto ad un altro o se, invece, sono tutti sullo stesso piano?

R: Il mio percorso nasce inizialmente sui muri, verso l’età di 10-12 anni, dove ho iniziato a rappresentare i primi personaggi, prima con lo spray poi successivamente a pennello. Dopo diversi studi accademici, mi sono invece approcciato al mondo della scultura cercando di evitare l’utilizzo di materiali classici, quali marmo, rame e bronzo. Ho cercato di avere un approccio più vicino al mondo dell’ecologia cercando di trovare qualcosa di già esistente: guardo un oggetto con altri occhi perché parto da una prospettiva differente. Un concetto un po’ alla Duchamp.

Per quanto riguarda invece le diverse attività che faccio, penso che ogni arte abbia il suo ruolo. Per esempio pittura e scultura non hanno niente a che fare con il tatuaggio. Il tatuaggio è una storia che condividi, anche se un cliente ti lascia “libero” di realizzare ciò che vuoi, ci sarà sempre un elemento che crea una specie di filtro nella maniera in cui ti esprimi. Nel tatuaggio si agisce su qualcosa che ha già una vita e di conseguenza non si avrà mai la liberta al cento per cento. Invece, quando si dipinge o si crea una scultura, si dà vita a qualcosa di nuovo attraverso elementi che prima non esistevano. Anche se mi piace molto tatuare e ho la fortuna di avere molti clienti che mi chiedono dei miei personaggi, molte volte sono prestati a un loro concetto di partenza come è giusto che sia.

In conclusione penso che la chiave pura per esprimersi siano le arti dove si è più liberi, quindi la pittura, la scultura, il disegno, lo sketch.

Reflect, 2016 – 27x47x27 -Recycled plastic and rubber

D: Parlando delle tue sculture è molto interessante come attuale la filosofia che utilizzi per dare vita alle tue opere. In questo momento storico il mondo è particolarmente sensibile alle tematiche ecologiche, basti pensare ai movimenti del “Fridays for future” o alle recenti norme obbligatorie sulla raccolta differenziata.
È ancora però difficile trovare artisti che utilizzino questa linea di pensiero come parte integrante della loro produzione e, di conseguenza, penso sia un intento molto nobile da parte tua utilizzare oggetti che hanno terminato il loro “ciclo vitale”.

In che modo riesci a ridonare vita ad un oggetto vecchio trasformandolo in un elemento nuovo?

R: Tutto il lavoro delle mie sculture nasce attraverso oggetti inutilizzati, per esempio: vecchie grucce, sfere di natale, bicchieri, tappi di cosmetici. Prendo oggetti di uso comune che normalmente andrebbero cestinati e li guardo con altri occhi. Tutti questi elementi messi insieme creano un nuovo concetto, un nuovo personaggio, che attrae sia l’occhio dell’adulto che quello del bambino. Anche se poi le tematiche che tratto sono parecchio emblematiche, per esempio parlo di attualità, problemi di ceto sociale, ecc.

L’assemblaggio di una scultura nasce dagli ultimi pezzi: per fare i volti uso delle sfere di natale – quelle che già dal prossimo anno non ci servono più perché vorremo fare l’albero di un colore diverso –, per le orecchie uso vecchi tappi dei prodotti cosmetici. I vestiti vengono invece fatti tutti in gomma, ritagliati a mano. I piedi sono la parte finale delle grucce che viene sezionata e poi ricomposta. In più, ci sono altre componenti derivanti da flûte di plastica, pennelli e bicchieri.

Quello che mi attrae delle sculture è questo concetto di un uomo di plastica, finto, che, oltre al suo aspetto lineare e pulito, giunge da tutt’altra origine. È un po’ come siamo noi oggi: tutti di plastica e rifatti.

The flowers arise from manure, 2012- 35x45x50 – Recycled plastic and rubber

D: Infatti mentre guardavo alcune foto delle tue sculture mi è venuto in mente un cartone animato: Coraline e la porta magica. Nel film la protagonista, riferendosi al mondo che trova aldilà della porta magica, dice: «Qui tutto è più bello, ma è una trappola».

Quindi attraverso i tuoi personaggi denunci il mondo di cui facciamo parte, dove ci sforziamo di apparire sempre in ordine quando in realtà la verità che sta alla base è ben diversa.

R: Sì, la realtà di oggi è troppo costruita, molto distante da com’è in realtà. Si vive molto per come si appare e per avere l’approvazione generale della società. Per essere accettati bisogna essere etichettati in un certo modo, vestirsi in un modo rispetto a un altro e, se anche solo visivamente non si rientra in una determinata categoria, si viene considerati uno scarto.

 Il mondo di oggi è come un contenitore in cui abbiamo messo sempre più oggetti e continuerà ad essere così finché non sarà completamente saturo. Invece di continuare a produrre a oltranza, basterebbe guardarsi un po’ attorno e vedere che si riescono ad ottenere altrettante cose senza stremare l’ambiente. 

Incomprensibile Plan, 2013 50x35x57. Recycled plastic and rubber

D: L’universo dei tuoi personaggi racconta quindi un mondo visivamente perfetto ma che allo stesso tempo lascia trapelare una calma oscura e inquietante. Mi ricorda molto l’immaginario di Tim Burton dove i personaggi e gli ambienti sono volutamente bizzarri, all’interno di un ecosistema decadente ma con un suo equilibrio. L’esempio calzante di questo concetto è la tua opera Eternity, dove uno dei tuoi personaggi è intento a suonare il violino. Oppure Emblem dove il protagonista con gli occhi incisi a croce guarda un libro a terra con davanti una lunga scala nera.

Da dove cogli l’ispirazione per raccontare le storie dei tuoi personaggi, e c’è qualche storia particolare che ha influenzato la creazione delle tue opere? 

Io sono un appassionato di Sylvain Chomet, regista francese di Appuntamento a Belleville, e ovviamente anche di Tim Burton. Non credo si possa nascondere la loro influenza e penso che sia molto evidente. Infatti, oltre alle sculture, realizzo anche degli stop motion.

La scultura del violinista nasce attraverso un mio collezionista di Hong Kong che inizialmente voleva acquistare Incomprensibile Plan, il pianista. Poi, quando mi ha raccontato la sua storia, ho accettato volentieri di realizzare questo che è uno degli ultimi pezzi.
È stato realizzato sempre con oggetti di recupero, tranne il violino che per l’occasione è stato fatto a mano e interamente in legno.

Per quanto riguarda Emblem, rappresenta un po’ il periodo particolare che stiamo passando. C’è un uomo davanti a una scala e non è chiaro se abbia intenzione di salire o se la stia solamente studiando. Penso sia un concetto di vita il non sapere se salire-scendere, se un giorno sarai in cima o se sei fermo ad aspettare. L’uomo è intento ad osservare il suo libro ed è un po’ come se stesse facendo una ricerca su sé stesso.

Quando realizzo un’opera mi lascio trasportare da ciò che mi comunicano gli oggetti: non c’è mai una vera e propria idea di partenza. Penso che ogni opera abbia una sua dimensione capace di raccontare un momento particolare, come appunto in questo caso.

Eternity, private collection Hong Kong 🇭🇰 27x40x27 – Recycled plastic and rubber
Emblem, 30x34x30 -Recycled plastic and rubber

Alessandro Assirelli

Zoom 1.2 – Intervista a Pluz

Nello scorso articolo di Zoom (recupera l’intervista ad Alessandro Turoni cliccando qui) ci siamo lasciati affrontando il tema della metamorfosi intesa come l’azione che segna il passaggio di stato della materia.
E proprio oggi parleremo del rapporto con la materia ponendo alcune domande a un artista dinamico e rivoluzionario ma allo stesso ben radicato alla tradizione storico-artistica della sua città natale, Faenza.

Stiamo Parlando di Alessandro Placci, in arte Pluz, ceramista Faentino, classe 1990, il cui operato comincia da autodidatta nel 2018, per andarsi a sviluppare nel corso degli ultimi anni in modo totalmente imprevedibile, dai Gorilla’s Snouts fino alla Ceramica Punk.

Abbiamo chiesto a Pluz di parlarci del suo percorso e di come in lui è cambiato il rapporto con la materia.

PUNK

D: Nella serie Ceramiche Punk è evidente come le opere create da te vadano a rompere in maniera netta con la tradizione, in primis perché trascendono il collegamento immediato con la praticità dell’opera creando una sorta di straniamento tra la classica funzione dell’oggetto e l’ambiguità della sua forma; in secondo luogo quando mescoli forme, colori e consistenze diverse per creare un’opera la cui primordiale esistenza è sancita dall’uscita dal forno.

Charles Baudelaire diceva che «ciò che è creato dallo spirito ha più vita della materia»; nel tuo caso, qual è dunque il collegamento tra spirito e materia che ti porta ad avere un tale dinamismo all’interno dell’opera, tanto da farla sembrare in vita?

R: Bella regaz, innanzitutto grazie di cuore per avermi inviato.

Nel caso di Ceramiche Punk, ho provato a riscoprire e portare alla luce il mio io sedicenne, costantemente dubbioso e con in testa domande su tutto quello che mi circondava. Credo derivi da questo il “dinamismo” che avete preso in analisi. Ho cercato di ricreare il senso di inadeguatezza e la rabbia di un teenager, attraverso cui cerco di stravolgere il mondo che percepisco attorno a me.
Con la ceramica cerco di esprimere esattamente queste sensazioni, manipolandola istintivamente e senza progetto, mischiando terre differenti ed incompatibili tra loro. Lascio che lo spirito di quel ragazzino emerga trasferendosi nella materia e il momento in cui accade è ben percepibile. È come se la terra mi spifferasse il suo destino, in tutte le sue crepe e spigolosità. Io non faccio altro che assecondarla lasciandola libera di esprimersi.

Altro punto fondamentale è la natura. Mi sono “imposto” lo scopo di riportare quella terra sovrastata da linee rette e perfette a tutta la sua involontaria naturalezza per dargli la voce che si merita.

Pluz, Ceramiche Punk
Pluz, Ceramiche Punk

SOLITUDO

D: «A volte andare avanti è andare indietro» è una delle frasi che mi viene in mente dopo aver osservato con attenzione la serie Solitudo, composta da opere che sembrano veri e propri reperti di un’antica civiltà sconosciuta, proveniente addirittura da un altro pianeta molto simile al nostro.
Di questa serie colpisce soprattutto l’impronta archeologica che traspare dalle varie opere, ma pure una cura atipica verso alcuni particolari a noi oscuri, veramente alieni, che sottolineano la chiave di lettura che ci viene a mancare per comprendere il costume di tale civiltà immaginaria di cui noi siamo e ci rendi testimoni.

In una città dalla forte tradizione ceramica come Faenza, in che modo hai superato i canoni imposti dai maestri classici, creando uno stile di rottura così unico, essendo oltretutto tu un autodidatta?

R: In realtà, come dicevo prima, tutto il mio lavoro nasce istintivamente. Non mi sono obbligato a stravolgere la tradizione, non voglio nemmeno averne la presunzione, ma la condizione di autodidatta mi ha portato ad “arrangiarmi” a mio modo.

Ho provato a far diventare il mio punto di forza la magnifica imperfezione della terra, addomesticandola il meno possibile.
Penso che il merito sia suo, io provo solo a fare da tramite.

Pluz, Solitudo
Pluz, Solitudo

GORILLA

D: Nel film cult 2001: odissea nello spazio, la prima scena presenta come protagonista una scimmia, simbolo per eccellenza dell’evoluzione, ma anche, per certi versi, emblema della tua creazione artistica, tanto da diventare il tuo soggetto prediletto quando ti presti a esercizi di stile o a sperimentare nuove tecniche di produzione.
Nella celebre scena si vede il primate prendere progressivamente coscienza dei mezzi che la natura gli ha messo a disposizione per elevarsi mentalmente e dunque evolvere.

Ti va di raccontarci qual è stata la tua personale “evoluzione”, descrivendoci il passaggio che ha mutato il tuo rapporto nei confronti della disciplina, trasformandola da semplice passatempo a vero e proprio mezzo di espressione?

R: In contrapposizione a quello detto in precedenza, nel mio percorso è stato ESTREMAMENTE fondamentale il periodo passato a fianco al maestro Gino Geminiani. Da lui ho appreso la dedizione e il rispetto verso la materia.

Iniziando a produrre i mie lavori in una vera e propria bottega, sono venuto a conoscenza delle varie tecniche e materiali. Mi piace principalmente l’alta temperatura, perché mi mette a disposizione una gamma più ampia di terre naturalmente “colorate” con cui adoro giocare. In più entra l’incognita dell’infornata che a quelle temperature non permette possibilità di errori (si parla di 1200 gradi).

È come se giocassi a dadi con la sorte e questa cosa mi gasa particolarmente.
Il caso governa tutti i miei lavori, e gli sono estremamente grato.

Pluz, Big Gino

Alessandro Assirelli

Zoom 1.1 – Intervista ad Alessandro Turoni

Alessandro Turoni (Forlì, 1986) è il primo artista protagonista di Zoom, rubrica in cui faremo quattro chiacchiere con artisti, scrittori e realtà culturali attive sul territorio con lo scopo di porre una lente di ingrandimento su tematiche inedite, tra citazioni e iniziative concrete, tra passato e contemporaneo.
Guardando la produzione di Alessandro Turoni è impossibile non rimanere stregati dai particolari e dalla minuzia con cui le opere vengono realizzate. Sui suoi lavori viene ad animarsi un universo di soggetti che sembrano provenire da un mondo parallelo la cui vita si basa su tre concetti fondamentali: creazione, evoluzione e metamorfosi.

Abbiamo chiesto ad Alessandro di approfondire queste tematiche con noi attraverso alcune delle sue opere.


CREAZIONE

D: Anatomie inorganiche è un ciclo di opere che hai realizzato con lo scopo di evidenziare, attraverso l’incompletezza dei soggetti, il tuo processo creativo.
Riguardo a ciò, Luigi Pirandello scriveva che «il mistero della creazione artistica è il mistero stesso della nascita naturale».

Avendo il tuo operato le radici ben salde sull’esemplarità del mondo naturale, in che modo questo “mistero” comune viene svelato durante il processo di creazione dell’opera?

R: Il mio processo creativo è frutto di un processo mentale che parte dall’incontro della mia passione per la zoologia con altri miei interessi: botanica, scienza, anatomia, astronomia, etnologia, mitologia, evoluzione, chimica, archeologia ecc.. Dalla commistione di questi elementi nascono le idee per le opere.
Una volta chiaro il concetto, mi documento per ricercare la forma ideale dell’opera e scegliere i materiali e le tecniche con cui realizzarla.
In questo caso i topi sono realizzati con elementi di recupero e piccoli oggetti. L’idea è che queste forme possano essersi create per magia dagli oggetti e dai materiali di una soffitta abbandonata.
Anatomie inorganiche è dunque emblematico del concetto di creazione in quanto simula una nascita naturale da elementi artificiali.
Evidenzia inoltre il mio modus operandi, perché l’incompiutezza delle opere svela i materiali di cui sono composte.

Alessandro Turoni, Anatomie Inorganiche, Anatomia del topo

EVOLUZIONE

D: Nella tua opera Evoluzione in lotta abbiamo modo di osservare una piramide storico-evoluzionistica che mette in relazione una commistione di esseri viventi sormontati da un uomo intento a scattarsi una fotografia. In merito all’evoluzione, Oscar Wilde sosteneva che «l’uomo non avesse altre capacità di crescita, che fosse giunto fin dove poteva arrivare e, in conclusione, che non fosse andato molto lontano».

Con questa tua opera sembra che tu voglia mettere in luce e sottolineare l’autorità dell’uomo che domina la cima della piramide naturale ma allo stesso tempo, attraverso un piccolo cambio di prospettiva, quanto la sua posizione sia instabile e totalmente fuori contesto rispetto alla natura del mondo che lo circonda e in cui abita.

In che modo il pensiero dell’uomo può tornare a riallinearsi con l’equilibrio naturale a cui appartiene? E quale ruolo ha il concetto di “evoluzione” all’interno del tuo immaginario artistico?

R: L’evoluzione è uno dei fenomeni di cui mi interesso ed è l’elemento centrale di alcune opere, come questa.
Evoluzione in lotta mostra un processo verticale di evoluzione violenta, dove tutti gli esseri (dai più primordiali ai più evoluti) lottano fra di loro per garantirsi il vertice della piramide. Il vertice dell’opera è occupato dall’uomo contemporaneo che, sfruttando la sua posizione di superiorità e incurante della sofferenza che si consuma sotto di lui, è colto nel futile gesto di farsi un “selfie” con un cellulare legato al bastone. Questo gesto pone la tecnologia al di sopra dell’uomo stesso. Potrebbe essere un preludio a scenari futuri.
Ovviamente l’opera vuole essere una critica all’umanità, capace di scalare vette vertiginose e al tempo stesso di precipitare in abissi di squallore.
Credo che le energie che hanno portato l’uomo al vertice di questa piramide in maniera così rapida ed efficace sono le stesse che lo stanno conducendo verso una inesorabile fine.
Risulta più che mai evidente in questo periodo di pandemia, in cui l’organismo meno evoluto mina la sopravvivenza del più evoluto. Pertanto l’uomo dovrebbe essere così saggio da tornare sui suoi passi, risanando il grave squilibrio arrecato al pianeta da decenni di sfruttamento intensivo e tornando ad un rapporto di scambio sostenibile con la natura.

Alessandro Turoni, Evoluzione in lotta

METAMORFOSI

D: Il concetto di “metamorfosi” sembra essere una potenziale chiave di lettura con la quale poter comprendere il mistero della “vita”.
Ti va di raccontarci come si animano “la vita e le sue forme” all’interno del mondo che crei e riesci a esprimere attraverso l’arte?

R: Quasi tutta la mia produzione artistica è incentrata su forme di vita tratte dal mondo naturale, dalla mitologia, dai racconti, ma anche ispirate dai ritrovamenti archeologici. Rispetto a questa ultima fonte di ispirazione, è centrale per me la figura di Darwin, come pure lo studio dei cambiamenti morfologici che hanno portato forme primordiali a mutare negli esseri che oggi popolano il pianeta.
L’opera La vita e le sue forme raffigura un mostro ibrido costituito da tanti esseri diversi – pesci, rettili, mammiferi, uccelli – in una posa dinamica. Dalla schiena del mostro fuoriesce un enorme corallo.
Quest’opera è un omaggio al darwinismo: l’ibrido rappresenta il legame evolutivo e di parentela che intercorre fra tutti gli esseri viventi, mentre il corallo rappresenta la forza inarrestabile della vita, che si combina e muta per generare forme sempre nuove.

Alessandro Turoni, La vita e le sue forme

A. Assirelli