Zoom 2.3 – Intervista a Victoria DeBlassie

Zoom 2.3 – Intervista a Victoria DeBlassie

Per chi ha seguito le nostre ultime rubriche sarà stato impossibile non notare che nelle ultime
settimane di Maggio abbiamo avuto modo di curiosare in modo sospetto tra le mura di Latte
Project Space
! (Clicca qui per leggere l’ultimo articolo di Art Advisor!)

Tra un’opera e l’altra siamo dunque capitati durante l’allestimento dell’ultimo progetto espositivo della galleria andato in scena nel weekend tra il 27 e il 29 Maggio a Faenza. Ad esporre nel contesto faentino è stata Victoria DeBlassie, artista statunitense con doppia cittadinanza italiana, che da anni vive e conduce la sua ricerca artistica in Italia.

Abbiamo quindi deciso di fare irruzione ed interrompere l’allestimento per non farci scappare
l’occasione di scambiare due parole con un’artista incredibile come Victoria! Nelle breve intervista
che abbiamo realizzato abbiamo parlato di agrumi, sostenibilità e materiali di recupero.
Buona Lettura!

D: La tua storia è molto particolare e questo è uno di quei casi in cui è corretto dire che
comincia realmente lontano da qua. Ti va di raccontarci come ti sei avvicinata al mondo
dell’arte e come mai la scelta di rendere protagonisti gli agrumi nel tuo lavoro?


R: Vengo da Albuquerque – New Mexico – tra Texas e Arizona. Quando avevo 15 anni sapevo già
di voler fare l’artista, perché vengo da una famiglia dove l’arte è sempre stata presente. Quindi il
mio non è un percorso nato per caso!
Comunque, in adolescenza la mia mansione in casa era quella di fare la spremuta d’arancia per il
brunch della domenica. Così come in Italia c’è l’usanza del pranzo della domenica, noi (negli Stati
Uniti) abbiamo il brunch, che altro non è che un’unione tra una colazione in ritardo e un pranzo in
anticipo. Quindi, dopo tutte quelle spremute, pensavo fosse uno spreco buttare via le bucce
d’arancia e quindi ho iniziato a raccoglierle, conservarle e lasciarle asciugare al sole.
Da lì ho cominciato a trarre ispirazione e a iniziare ad utilizzare i materiali di scarto all’interno del
mio lavoro.

Fin dall’adolescenza ho sempre avuto in mente di poter sviluppare la mia tecnica tramite il
processo di conceria utilizzato sulle bucce degli agrumi. Dopo essermi laureata, prima presso l’università del New Mexico, poi presso il California College of the Arts, ho approfondito la mia ricerca sugli agrumi e, grazie anche alle mie origini Lucane, ho avuto modo di poter studiare per un po’ in Italia durante il mio master e mi sono subito innamorata. Ho capito immediatamente di voler tornare e ho fatto domanda per un progetto all’estero, sempre in Italia.
Durante il mio percorso di studi, personali e accademici, ho avuto modo di approfondire
tantissimo il tema degli agrumi. Per esempio ho letto questo libro che si chiama “Oranges”- di
John Mcphee – che parla dell’utilizzo delle arance nella storia. Mi ha colpito molto una parte
riguardante la storia italiana, con particolare attenzione al periodo rinascimentale. Pensa che in
quell’epoca storica le arance avevano valore paragonabile all’oro, erano prestigiose, rare e
soltanto le persone ricche potevano permettersele. Si dice persino che nello stemma dei medici le
sfere presenti simboleggino in realtà arance.

D: Dunque la scelta di utilizzare materiali di recupero è sempre stata presente all’interno
della poetica del tuo lavoro creativo. Come pensi sia cambiato ed evoluto nel tempo il tuo rapporto con i materiali che utilizzi?


R: La mia ricerca – appunto – è cominciata quando avevo 15 anni. Mi sembrava uno spreco dover
buttare le bucce di arancia che avanzavano per la spremuta. Questo è stato il mio spunto
principale per iniziare la mia ricerca.
Tutti gli oggetti che abbiamo intorno nella nostra vita hanno una storia che dobbiamo scoprire e
valorizzare. Questo concetto per me è fondamentale. Scegliere di utilizzare i materiali di scarto
non è solamente una scelta ecologica – anche – è soprattutto un’opportunità per riflettere su ciò
che ci circonda e capire cosa ha da raccontarci della nostra vita e della nostra storia. É importante
fermarsi a riflettere su queste cose, ci fanno capire i valori e cosa possiamo migliorare per il
futuro. Per la mia opera è molto importante l’idea di “chance”. Quando cammino per strada, vedo
un oggetto che qualcuno sta buttando via capita che io lo usi come spunto per la mia ricerca
artistica.
Con le bucce degli agrumi invece è una cosa che ho sempre fatto e che continuo a fare. É un
lavoro che richiede tempo e precisione. Ovviamente queste tecniche sono tutte nuove per me,
non so le opere che fine faranno tra alcuni anni, se moriranno o no. Per esempio ho imparato che
se metto un materiale specifico sulle bucce quando sono in essiccazione poi il colore rimane vivo,
se invece non la metto si ossida e diventa più scura.
Questo per farti capire che è un’opera viva, come un’essere umano, che cambia nel tempo e ci fa
ricordare anche il nostro corpo.

D: Nel tuo lavoro sono presenti diverse tecniche che immagino sia necessario saper
padroneggiare alla perfezione per riuscire ad ottenere un risultato preciso ed impattante come il tuo. Quali sono gli step che devi seguire dalla nascita all’esposizione di un’opera?


R: Con la mia opera diciamo che ci vuole sempre tempo per capire che fine farà. Per esempio i
lavori che facevo da piccola sono ancora a casa dei miei e stanno ancora bene, anche se ho
usato tutt’altro processo per crearli. Io sono interessata a spingere i materiali al massimo del loro
potenziale. Negli Stati Uniti usavo una colla specifica per i lavori d’archivio, che aiutata al clima
secco, mi aiutava al mantenimento delle bucce. In Italia uso invece il processo di conceria, ho
collaborato con il Polo Tecnologico Conciario (PO.TE.CO) a Castelfranco di Sotto. Era una cosa incredibile
collaborare con loro perché abbiamo fatto tantissime verifiche per capire cosa funzionasse e cosa
no. Abbiamo dovuto usare i prodotti chimici – che non fanno male all’ambiente – e altri invece che
si usano in ambito medico, il tutto mescolato insieme ad altri prodotti, per creare un processo che
però non posso rivelare perché è un segreto!
La conservazione delle bucce invece dipende da tanti fattori. Per esempio quando conservo le
bucce in casa mia ho imparato che devo sempre metterle tra qualche foglio di Scottex perché se
no prendono troppa umidità.

D: Quale progetto hai deciso di portare e proporre nello spazio di Latte Project Space?


R: Il progetto a cui sto lavorando per Francesca fa parte di una serie di “cascate”. Ho preso
ispirazione dai giardini rinascimentali e la presenza degli agrumi in essi.
Ho deciso di usare la cascata perché richiama alcuni elementi dei giardini rinascimentali: le
fontane, grotte e ruscelli. Un modo per legare il passato al presente.
In questa opera nello specifico ho fatto anche uso di altre tecniche. Ho aggiunto la tintura rossa,che aveva un valore alto nel rinascimento, per creare queste strisce di diverse lunghezze.

Con questa mostra volevo creare questo rapporto con il passato, presente e crescita, in modo da
farci riflette anche sulla sostenibilità. Quando pensiamo ai nostri valori culturali dobbiamo sempre
chiederci da dove vengano, questo anche per riflettere sul futuro, perché se non pensiamo di
utilizzare i materiali in un altro modo, possiamo trovare la chiave per avere un futuro più
sostenibile.


D: Utilizzando principalmente materiali organici nel tuo lavoro è probabile che, nel corso del tempo, possano subire dei cambiamenti per esempio: le dimensioni, la composizione e il colore. In questo caso avremo davanti un’opera diversa rispetto alla precedente. Come valuti questo cambiamento nell’opera? Racconterà una storia diversa o racconterà sempre la stessa storia ma con più esperienza?


R: Questa è una bella domanda. Secondo me racconterà la stessa storia ma con più esperienza
perché sarà più potente. Mi prendo un grande rischio per fare questo lavoro, ma perché c’è un
valore nell’assumersi i rischi, perciò mi interessa. Ci sarà più esperienza che potrà arricchire
l’esperienza stessa dell’opera e la sua storia. A livello storico e personale.

D: Chiudiamo l’intervista con la prima domanda che, spontaneamente, mi è sorta quando
ho visto il tuo lavoro per la prima volta. Ma come ci si procura così tante bucce d’arancia?
Ma soprattutto c’è un modo specifico per tagliarle correttamente?

R: Solitamente mi chiedono se abbia mangiato io tutte quelle arance!
Allora diciamo che io vado da diversi bar che mi lasciano gentilmente le bucce in avanzo per le
spremute. Le arance devono essere tagliate a metà se no poi è troppo difficile trattarle, poi
bisogna pulire dalla parte bianca interne. Un lavoro molto scrupoloso in cui sono molto brava! Ci
vuole pazienza. Molti amici vogliono aiutarmi ma non ce la fanno perché ci vuole precisione e sensibilità manuale.

Latte Project Space – Il dizionario della pelle

Nelle settimane tra il 14 e il 25 maggio è andata in scena a Faenza la mostra “Il dizionario della pelle”. Un progetto inaugurato inizialmente presso la Galleria Comunale della Molinella, poi proseguito nello spazio espositivo di Latte Project Space. Curato integralmente da Francesca Cerfeda.

Sabato 21 maggio siamo stati ospiti di Francesca che, dopo la mostra inaugurale di settembre 2021 “Che la festa cominci”, ci ha nuovamente invitati per dare un’occhiata al suo nuovo progetto. 


Latte Project strikes again

Nelle settimane tra il 14 e il 25 maggio è andata in scena a Faenza la mostra “Il dizionario della pelle”. Un progetto inaugurato inizialmente presso la Galleria Comunale della Molinella, poi proseguito nello spazio espositivo di Latte Project Space. Curato integralmente da Francesca Cerfeda.

Sabato 21 maggio siamo stati ospiti di Francesca che, dopo la mostra inaugurale di settembre 2021 “Che la festa cominci”, ci ha nuovamente invitati per dare un’occhiata al suo nuovo progetto. 

La mostra si presenta come una grande collettiva, che mette in relazione tanti artisti, ognuno con background artistico-culturale di notevole spessore.

Quando si affrontano progetti di questo tipo il rischio è sempre quello di trovarsi davanti una serie di lavori impattati e molto forti, capaci però di raccontare “solamente” la loro storia e di non offrire il proprio ascolto a quella degli altri. Non è questo il caso. Francesca è stata bravissima nella selezione dei singoli artisti, una selezione attenta, silenziosa e non invadente, capace di mettere in dialogo opere di stili diametralmente opposti tra loro come se fossero nate per essere esposte l’una a fianco all’altra.
Il filo conduttore che lega ogni lavoro di questo percorso è appunto la “pelle”, una matrice fisica, materna, capace di creare un bellissimo viaggio dove ogni artista accompagna personalmente il visitatore all’opera successiva raccontando un pezzettino del proprio vissuto. Il dizionario della pelle è stata dunque una mostra sensibile, capace di comunicare senza troppe parole, che guida con gli occhi e con le mani nei solchi che il tempo imprime nella pelle, unica e uguale, di ciascuno di noi.

Nella bella chiacchierata che abbiamo fatto con Francesca la cosa che più mi ha colpito è stata che questo progetto risale a una sua personale suggestione di ormai cinque anni fa. Mi ha affascinato molto la pazienza, la costanza e la dedizione con cui lentamente la mostra ha preso forma nel tempo costruendo, artista dopo artista, opera dopo opera, gli strati di pelle che hanno formato il risultato finale esposto. 

Ringraziamo quindi Francesca per essere stata ancora una perfetta padrona di casa e non vediamo l’ora di tornare a vedere che cosa Latte Project Space avrà in serbo per questi prossimi mesi.

Hanno esposto le artiste Giulia Lanza, Caterina Morigi, Giulia Poppi & Arianna Zama.
Mentre L’opening è stato  introdotto dalla performance “Awkward Integrities” dell’Artista Andisheh Bagherzadeh – alla Galleria Comunale della Molinella. 

– Alessandro Assirelli

Bulb – TheDollMaker

L’edizione di Novembre per i lettori di Bulb vi porterà in uno scenario insolito! L’artista Chiara Chemi, in arte TheDollMaker è la protagonista del poster di questo mese e ci propone un estratto dalla sua serie di illustrazioni sul mondo delle MMA. Sbem!

LGBTQMMA – Inchiostro su carta. Rivisitazione dell’iconica foto rappresentante l’epilogo del match tra Muhammad Ali e Sonny Liston.

L’edizione di Novembre per i lettori di Bulb vi porterà in uno scenario insolito! L’artista Chiara Chemi, in arte TheDollMaker è la protagonista del poster di questo mese e ci propone un estratto dalla sua serie di illustrazioni sul mondo delle MMA. Sbem!

Il lavoro è un tributo al celebre scatto di Neil Leifer al match di boxe che vide nel 1965 scontrarsi Muhammad Ali e Sonny Liston.

Con la serie di illustrazioni da cui è estratto il poster di Novembre, TheDollMaker ci mostra un nuovo modo per declinare l’immaginario delle arti marziali nelle sfumature di un simbolismo ironico e controverso, quasi perturbante; e di inserirlo nel contesto della lotta femminista con uno stile unico che ammicca alla underground comics e all’art brut.

La decostruzione sembra l’unico processo necessario per studiare le abitudini di una generazione che non si chiede più il perchè delle cose ma agisce perchè “così si fa”; ciò si manifesta attraverso l’espressione della grettezza e della rabbia e la demolizione degli stereotipi del femminile.

Altri estratti dalla serie

TheDollMaker

Visual Artist attiva soprattutto nel settore musicale, ha realizzato artwork e videoclip, presentati su
importanti riviste (tra cui Repubblica, Rumore, Indie-eye, New Noise Magazine) e in festival cinematografici, tra cui il prestigioso Asolo Art Film Festival. Il critico e regista Michele Faggi le ha dedicato alcuni speciali e interviste.
A 16 anni vince un concorso Panini Comics e resta in contatto con l’editor Elena Zanzi; ma, folgorata
dall’audiovisivo, si specializza in regia, scrittura e montaggio per il cinema, esplorando poi anche ogni ambito dell’animazione (ha appreso la puppet-animation con Studio Croma e realizzato video in animazione tradizionale e digitale per etichette discografiche).
Come operatrice video, regista e storyboard artist ha lavorato anche per Tv8, Rocker Tv, Rezophonic e con ONE Championship, promozione mondiale di MMA.
Talvolta espone in galleria.
Ig: thedollmaker_chemi

Art Advisor – Martina Zanin

Spazio Labo’ centro di fotografia ospita in questi giorni la mostra personale I MADE THEM RUN AWAY dell’artista visiva Martina Zanin.


I Made Them Run Away

Spazio Labo’ centro di fotografia ospita in questi giorni la mostra personale I MADE THEM RUN AWAY dell’artista visiva Martina Zanin.
Il tema dell’esposizione è il rapporto che l’artista ha con sua madre Giulia. Un rapporto ricostruito attraverso un vero e proprio archivio di ricordi, ripercorso e assemblato tra foto di famiglia testimoni di una figura materna resa più umana che madre.

La prima cosa che si nota è che nelle fotografie c’è sempre una porzione strappata via, simbolo e rappresentazione di rapporti lacerati, di relazioni che vedono Giulia come unica superstite.
Partendo dalla presa di coscienza che nessuno di quegli uomini ha lasciato il segno nelle loro vite, Martina Zanin introduce il concetto del MADE THEM RUN AWAY suggerendo l’ipotesi che lei e sua mamma hanno fatto scappare via questi uomini dalla loro famiglia.

Parte della mostra è dedicata anche gli scritti della madre: Lettere a un uomo mai avuto. Una raccolta di lettere a cuore aperto in cui lei fantastica sull’ipotesi delle sue relazioni interrotte, proiettate nella stanza simulando graficamenre l’avazare della scrittura.

L’elemento che unisce tutti questi materiali sono le fotografie di Martina: rielaborazioni di scene di vita quotidiana e aneddoti della sua infanzia che ha cercato di tramutare in qualcosa di visibile, in modo da investigare nel profondo quell’oscura presenza maschile che è stata per lei sempre un mistero.

Il viaggio di I MADE THEM RUN AWAY mostra come Martina Zanin sia un’artista capace di destreggiarsi in diversi ambiti delle arti visive, dimostrando che nell’arte la sincerità e l’autenticità sono ancora valori che fanno la differenza.

Zoom 2.2 – Intervista a Irwin

Zoom 2.2 – Intervista a Irwin

In questo nuovo episodio di Zoom abbiamo intenzione di portarvi a fare un viaggio. Un viaggio che attraverserà numerose città italiane come Milano, Bologna e Firenze. A farci compagnia in questo frenetico itinerario sarà Irwin, uno dei più attivi street artist italiani che vanta numerose opere sparse per tutto lo stivale e anche in molte città europee.

Parleremo di cultura urban, di graffiti e di avventure notturne.
Come in ogni viaggio che si rispetti, abbiamo selezionato alcune canzoni da farvi sentire nel tragitto.
Buona lettura.

D: La cultura Urban nel mondo è da sempre in continua espansione e negli ultimi anni ha decisamente conquistato anche l’Italia, uno degli ultimi baluardi conservatori legato a una concezione molto stereotipata di questo universo.

« Se provavo a spiegarlo a mia mamma diceva “Che cosa?”
 Che ne sapeva lei di blocchi, flop e fat rosa »

Negli anni ’90 ciò che oggi è considerato cool non era affatto visto di buon occhio dalla maggior parte delle persone. Ora invece è all’ordine del giorno comprare sneakers, ascoltare rap e apprezzare la street art nelle città.
Ti va di raccontarci in che modo è cambiato l’atteggiamento delle persone nel recepire il tuo lavoro?

R: Certo, molto è cambiato. Però un feedback che mi accompagna da molto prima che il nostro mondo diventasse cool é che il mio lavoro puó fare da punto di riferimento per chi lo vede. Spesso mi è stato detto che il cane in particolare fa sentire le persone a casa. Trovo che molta piú gente sia interessata ad un lavoro più legato al lettering, alla stratificazione e alle tag.
Sicuramente da quando fare graffiti è diventato mainstream si sono confuse molte cose. Da vari generi di stili si sono ramificate diverse strade che hanno i propri follower. Quindi ogni genere ha una vita propria. I nuovi produttori e fruitori non sono preparati e tendono a mischiare tutto. Comunque oggi grazie a molte più persone che seguono i mondo dei graffiti alcuni sono diventati rock star.
I miei genitori non mi hanno mai vietato di dipingere.
È sempre stato per me un modo per esprimermi e sfogarmi.

D: Il tuo percorso spazia tra Milano, Firenze e Berlino. Il lavoro del writer porta per sua indole a viaggiare molto, infatti non è difficile apprezzare la tua firma, il muso di un cane colorato, nei luoghi più disparati d’Italia.
Come abbiamo detto in precedenza oggi è cambiato radicalmente l’approccio delle persone con questo tipo di cultura e, di conseguenza, il lavoro del writer non passa più come atto vandalico fine a sé stesso, ma viene molte volte agevolato dalle autorità che concedono spazi per creare valore artistico nelle città.

 « Passi dietro i treni, trattieni il fiato se tremi
Per fare il writer non basta che premi
La notte consiglia, non parlare: bisbiglia
So che per ogni calamità la calamita blocca la biglia. »

Ci troviamo quindi davanti a una situazione dove ora viene resa libera una superficie che in precedenza veniva conquistata sul filo del rasoio.
Quale è una delle esperienze più avventurose che hai vissuto per la creazione di un tuo pezzo?

R: Ogni graffito illegale è un’avventura, più o meno pericolosa, con più o meno imprevisti che succedono, spesso prima e dopo l’azione vera e propria. Il progettare un pezzo per un muro che vorresti fare è fatto anche di tour in auto, di incontri pazzi nella notte, di km macinati a piedi o in bici con secchi, asta e zaini di spray per raggiungere posti improbabili. Scappare dalla polizia dà sicuramente tanta adrenalina, con le guardie, che ti giri e sono lontane, ti rigiri e sono a pochi metri. Anche il dopo è eccitante, quando hai fatto il pezzo che volevi, nello spot che volevi, e soddisfatto te ne vai a dormire. Per me tutto questo fa parte della cosiddetta avventura.
Una piccola avventura in cui mi sono divertito molto è stata a Berlino. L’inverno scorso ha ghiacciato l’acqua dei canali tanto da poterci camminare sopra, anche se non si può certo vedere quanto il ghiaccio sia spesso. E ti assicuro che nel buio il ghiaccio scricchiola tantissimo. Un altro tipo di scricchiolio l’ho sentito anni prima facendo una tag a rullo sopra ad un cartello sul tetto di una fabbrica abbandonata. Il tetto ha cominciato a rompersi sotto i miei piedi. Il mio amico Ribes che era rimasto giù e aveva solo sentito il boato all’interno della fabbrica mi chiamava per cercare di capire se fossi ancora vivo. Fortunatamente ero vicino al bordo e sono riuscito a sedermi su una parte in cemento. Mi tremavano le gambe.
La tag a rullo la feci comunque, bruttissima.

D: I racconti dell’immaginario hip hop sono ambientati nel cuore delle città o nei più subordinati vicoli delle periferie. Stiamo parlando però di zone agli antipodi di un unico ambiente: la giungla urbana.

«Questo schifo di città è come una giungla, e ci sono serpenti, volpi e leoni, e se serve devi essere tutti e tre»

Le tue opere, oltre a trarre ispirazione dal tuo tessuto di appartenenza, si trovano ad animare le città con veri e propri animali, popolando così i muri con una fauna che trova nella giungla di cemento il suo habitat naturale.
Come nasce ed evolve il passaggio da writer a street artist e l’utilizzo di questi nuovi soggetti di tipo animale?

R: A dire il vero non sento di aver fatto nessun passaggio. Ho sempre disegnato animali. Non mi definirei uno street artist. Anzi non mi definirei. Faccio fatica ad usare questo tipo di definizioni perché trovo che la realtà sia molto più fluida.

D: Il tuo approccio naturalistico nei confronti di questo tipo di arte mi riporta alle parole che ho letto nella rivista tra/montana dove si elogiava la capacità della street art di trascendere ciò che ci rende schiavi nella società di oggi. Per quanto la si voglia rendere sempre più esclusiva la cultura Urban è un linguaggio parlato dalla gente comune senza limitazioni social(i), economiche e culturali.

Andando indietro nel tempo possiamo notare come storicamente il muro è sempre stato “il giornale del popolo” e, di conseguenza, comunicare attraverso di esso vuol dire rimanere impressi per un lungo periodo nella mente delle persone.
Che emozione si prova per te oggi a lasciare una tua opera in un muro di una città?

R: È sicuramente una soddisfazione. E se il lavoro rimane per un po’ di tempo entrando a far parte della città ancora meglio.

É sicuramente bello ripassare davanti ai propri disegni e mi fa piacere quando gli amici sparsi per il mondo mi mandano foto dei miei pezzi per farmi vedere che sono ancora li. A distanza di tempo ho una percezione diversa del mio lavoro, lo digerisco meglio.

Art Advisor – Foto/Industria 2021

Dal 14 Ottobre al 28 Novembre 2021 a Bologna si anima la Quinta Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro. Noi di Spine abbiamo pensato di creare una piccola guida per visitare tutte le location in modo pratico e funzionale.


Foto Industria in 48 ore

Guida Pratica

Dal 14 Ottobre al 28 Novembre 2021 a Bologna si anima la Quinta Biennale di Fotografia dell’Industria e del Lavoro. Noi di Spine abbiamo pensato di creare una piccola guida per visitare tutte le location in modo pratico e funzionale.
Armatevi delle vostre scarpe più comode perchè ci sarà da camminare. Buona lettura!

Il progetto, ideato e curato dalla Fondazione MAST, ha come tema comune il cibo, argomento che coinvolge un fascia di pubblico molto ampia e variegata, che per questo si presta bene ad essere unita con il mondo della fotografia.

Le 11 mostre sono dislocate in vari palazzi storici e punti d’interesse culturale della città di Bologna. Ogni luogo dialoga con i lavori esposti e con l’allestimento scelto per presentarli. Niente di quello che vedrete è lasciato al caso.

Il tema del cibo è sviluppato attraverso una narrazione molto precisa, che sa di volta in volta quali corde toccare. Si parla di ambiente, degli esseri che lo abitano e dei cambiamenti che hanno vissuto.
Gli attori principali sono l’uomo e ciò che lo circonda, attraverso una narrazione che racconta il rapporto che essi hanno tra di loro e lo sviluppo della tecnologia e dell’economia globale nel corso della storia.
Si parla anche di industria, delle tecniche di produzione del cibo e dell’impatto sul mondo.
Ogni mostra esprime nel suo piccolo una grande verità, facendoci sentire un campanello di allarme per qualcosa a cui, presto o tardi, andremo incontro.

Ecco le tappe del percorso che vi consigliamo:

  • Fondazione MAST, Via Speranza 42. Ando Gilardi – Fototeca
  • MAMbo, Via Don Minzoni 14. Jan Groover – Laboratory of Forms
  • San Giorgio in Poggiale, Via Nazario Sauro 20/2. Hans Finsler – Schokoladenfabrik
  • Palazzo Fava, Via Manzoni 2. Bernard Plossu – Factory of Original Desires; Herbert List – Favignana
  • Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna Palazzo Paltroni, Via delle Donzelle 2. Henk Wildschut – Food
  • Palazzo Boncompagni, Via del Monte 8. Vivien Sansour – Palestine Heirloom Seed Library
  • Palazzo Zambeccari, Via De’ Carbonesi 11. Mishka Henner – In the Belly of the Beast
  • Palazzo Pepoli Campogrande, Via Castiglione 7. Lorenzo Vitturi – Money Must Be Made
  • Università di Bologna Collezione di Zoologia, Via Francesco Selmi 3. Maurizio Montagna – Fisheye
  • Padiglione dell’Esprit Nouveau, Piazza della Costituzione 11. Takashi Homma – M+Trails

Art Advisor – Jeffrey Eugenides / Roland Barthes

Art Advisor – Jeffrey Eugenides / Roland Barthes


Due al prezzo di uno !

L’amore, per quanto di tanto in tanto si tenti di ignorarlo, arriva per tutti.

A volte parlarne ci imbarazza, altre ci fa sentire stupidi e altre ancora sembra sia lui a evitarci. Tuttavia non importa la stagione in cui ci troviamo o gli anni che abbiamo: senza passare mai di moda appena ne ha l’occasione travolge il corpo e disordina la mente.

È così tanto inaspettatamente travolgente che sarebbe troppo bello anche solo pensare di poter avere tra le mani una guida all’innamoramento da poter consultare quando, senza preavviso, bussa alla nostra porta.

A tal proposito Madeleine Hannah, protagonista delle pagine de “La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides, consiglierebbe di leggere “Frammenti di un discorso amoroso”.

Quel libro l’ha aiutata quando, tra l’amore folle di Leonard e quello discreto di Mitchell, il suo cuore era confuso tanto quanto la sua mente.

L’ha scoperto al corso di semiotica all’università e da quel giorno non è più stata in grado di separarsene.

Non era come gli altri libri, era più facile da comprendere e leggendolo trovava conforto. L’ha presa per mano accompagnandola in quella che inizialmente può sembrare la tipica storia di una relazione tormentata capace di risanarsi in poche pagine, ma che è invece il racconto dell’evoluzione dell’amore che da possessione e annullamento di sé diventa libertà e indipendenza.

Trovare libri che parlino d’amore in modo maturo e acuto è ormai più complesso di quel che sembri.

“La trama del matrimonio” di Jeffrey Eugenides e “Frammenti di un discorso amoroso” di Roland Barthes ne sono stati capaci.

Entrando in punta di piedi nella mente, come soltanto un buon libro sa fare, non terminano la loro esistenza con l’ultima parola dell’ultima pagina, ma continuano a vivere nella realtà di chi leggendoli sa comprenderli.

Margherita De Cataldo

Zoom 2.1 – Intervista a Mark Rogers

Zoom 2.1 – Intervista a Mark Rogers

Dopo una lunga (ma non lunghissima) pausa estiva, abbiamo deciso che per tornare a intrattenervi con la nostro rubrica “Zoom” dovevamo per forza presentarci con un “coupe de theatre”. Sebbene i recenti successi sportivi ci suggeriscano un po’ di sano campanilismo, è un piacere per noi oggi dare uno sguardo oltre al nostro amato tricolore e presentarvi, in questo nuovo episodio, Mark Rogers: artista statunitense, originario di Portland – Oregon, pioniere ed esponente del Surrealismo Pop e del Realismo Magico.

Se non bastasse guardare i suoi dipinti per essere subito incuriositi dall’immaginario che racconta, potete trovare all’interno del Q&A presente nel suo sito (https://www.markrogersart.com/about) talmente tanti spunti creativi che potrebbe risultarvi difficile riuscire a strutturare una domanda ben precisa. Non vi neghiamo che anche per noi è stato così. Siamo riusciti però a divincolarci tra un’ abduction e l’altra, e a presentarvi in questa intervista quello che Mark ci ha raccontato.

Bentornati su Zoom, buona lettura.

In The Path of Totality – 24 X 34 Oil on Panel 2018.


D: Nello statement Pioners from Beyond presente sul tuo sito, racconti di come le storie che rappresenti all’interno dei tuoi dipinti siano frutto della commistione tra la tua immaginazione, il legame con la tua terra e, in piccola parte, le suggestioni fornite da tematiche più conosciute come ad esempio: La teoria degli antichi astronauti.
Si sviluppa quindi uno scenario totalmente inedito dove le civette non sono certo quelle di Harry Potter (“The Owls Are Not What They Seem “) e dove personaggi di mondi ed epoche storiche differenti si uniscono e interagiscono tra loro in situazioni a volte più, a volte meno riconoscibili, creando però un mondo che, sebbene sia per noi estraneo e misterioso , risultato credibile e strutturato.

Ti va di raccontarci dove nasce questa tua passione per il mondo paranormale e quale delle tematiche che illustri ti suggestiona di più?

Sono sempre stato interessato al paranormale, ai fantasmi, ai vampiri, agli alieni, ai mostri, alla magia, alla stregoneria e a qualsiasi tipo di abilità paranormali. Non riesco a spiegare perché amo così tanto tutte queste cose, le adoro e basta.

Forse ero uno stregone in una vita passata.

Energy Cycle” – 16×20 Oil on Panel 2020.

D: Dopo aver osservato molti dei tuoi lavori, quello che più mi ha colpito, oltre alla presenza di personaggi cult come il Big Foot o il leggendario Uomo Falena, è la struttura della composizione di scena pittorica. Se mi dicessero che all’interno di una chiesa aliena in pianeta sconosciuto hanno ritrovato uno di questi dipinti non farei fatica a crederlo. I personaggi, così come gli oggetti e le azioni presentate, hanno un simbolismo studiato e ben preciso,lo stesso che possiamo trovare all’interno della pittura dei grandi maestri rinascimentali, con la leggera differenza che al posto di santi e icone religiose troviamo alieni,cowboys, coloni e robot.

Come mai hai scelto l’utilizzo di questo linguaggio pittorico più antico come mezzo per raccontare le tue storie?

Il mio stile artistico probabilmente è stato influenzato dall’educazione cattolica che ho ricevuto, un mondo che incarna alla perfezione il racconto artistico e il simbolismo.
Mi sento come se fossi stato immerso all’interno dell’arte narrativa sin dalla più tenera età.
In più ho sempre letto tonnellate di storie, quindi sono mi sento a mio agio con determinante dinamiche e personaggi.

La mia arte è incentrata su storie e personaggi che vivono in un mondo immaginario con un tema del vecchio western americano che io chiamo: The Southwestern Bellows.

Dream Harvest – 18×24 oil on panel 2021.

D: Molti tuoi dipinti presentano diverse analogie l’uno con l’altro creando così una storyline indiretta tramite la presenza di personaggi, ambienti e ritualità ricorrenti. Abbiamo poi piacevolmente scoperto che molti tuoi lavori sono spesso accompagnati da piccoli incipit dove si ha una vera e propria narrazione scritta della storia di cui siamo spettatori.

Quando costruisci una storia nasce prima il racconto che vuoi rappresentare oppure esso viene ispirato in un secondo momento ad opere conclusa?

Invento sempre prima la storia! Adoro le storie!

D: Leggendo alcune informazioni sul tuo sito abbiamo letto che nel 2009, a Springfield, hai visto un UFO splendere nel cielo. Non possiamo quindi perdere l’occasione per farti questa domanda:

Secondo te esistono altre forme di vita nell’universo? Se sì, ci hanno fatto visita oppure non sanno della nostra esistenza? E ancora: le tipologie di extraterrestri che ormai “conosciamo” (Grigi, Rettiliani, Orbs) sono frutto della nostra fantasia o si basano su un fondamento di verità?

Credo che ci sia altra vita nell’universo, ma per quanto riguarda la tua ipotesi credo che sia buona quanto la mia. Guardo tutti gli “spettacoli alieni”, ascolto podcast e leggo libri sull’argomento, ma non ho teorie o risposte vere e proprie. Trovo che ogni fenomeno soprannaturale sia affascinante.

The Cottage – 18X24 Oil on Panel 2020

D: Vogliamo concludere questa breve chiacchierata togliendo per un attimo lo sguardo dal cielo e rimettendo i piedi per terra. Sono passati quasi due anni da un avvenimento storico che ha messo in standby il mondo come lo abbiamo sempre conosciuto aprendoci ad uno scenario tipico di film distopici e apocalittici: la pandemia globale.

Visto che la tua visione artistica sembra provenire da una prospettiva futura più o meno lontana, ti va di provare a immaginare come secondo te evolverà il mondo di fronte ai cambiamenti che stiamo vivendo?

In realtà, mi sento come se tutto il mio lavoro si svolgesse nel passato, o “fuori dal tempo” completamente.  Le creature nei miei dipinti non hanno computer portatili o cellulari e nemmeno automobili. Nel nostro mondo così tecnologico, è rilassante per me visitare e immaginare questo posto. È come se fossi all’inizio del 1800.
Sì, ci sono alieni mentalmente più avanzati che popolano il mio mondo immaginario, ma la maggior parte dei loro oggetti non sono tecnologici, sono magici.


Zoom 2.1 – Mark Rogers – EN

After a long (but not very long) summer break, we decided that in order to return to entertain you with our “Zoom” column we had to show up with a “coupe de théâtre”. Although recent sporting successes suggest a bit of healthy parochialism, it is a pleasure for us today to take a look beyond our beloved Italian flag and present, in this new episode, Mark Rogers: US artist, from Portland – Oregon, pioneer and exponent of Pop Surrealism and Magic Realism.

If it were not enough to look at his paintings to be immediately intrigued by the imagery he tells, you can find in the Q&A present on his site (https://www.markrogersart.com/about) so many creative ideas that it could be difficult for you to succeed in giving a structure to a very specific question. We do not deny that it was like this for us too. However, we managed to wriggle out of the several abductions, and to present to you in this interview what Mark has told us.

Welcome back to Zoom, enjoy your reading.


Q: In the Pioneers from Beyond statement on your site, you tell how the stories you represent within your paintings are the result of the mixture of your imagination, the bond with your land and, to a small extent, the suggestions provided by well-known themes such as: The Theory of Ancient Astronauts.
A totally new scenario therefore develops where the owls are certainly not those of Harry Potter (“The Owls Are Not What They Seem”) and where characters from different worlds and historical periods come together and interact with each other in situations that are more or less recognizable, yet creating a world that, although strange and mysterious to us, is credible and structured in our eyes.

Would you like to tell us where your passion for the paranormal world is born and which of the themes you illustrate impresses you the most?

A: I have always been interested in the paranormal, ghosts, vampires, aliens, monsters, magic, witchcraft, paranormal abilities, you name it.
I can’t explain why I love all these things so much, I just do.
Maybe I was a warlock in a past life.

Q: After observing many of your works, what struck me most, besides the presence of cult characters such as Big Foot or the legendary Mothman, is the structure of the pictorial scene composition. If they told me that they found one of these paintings inside an alien church on an unknown planet, I wouldn’t find it hard to believe. The characters, as well as the objects and actions presented, have a designed and precise symbolism, the same that we can find within the painting of the great Renaissance masters, with the slight difference that instead of saints and religious icons we find aliens, cowboys, settlers and robots.

Why did you choose to use this ancient pictorial language as a means of telling your stories?

A: My art style probably is most likely influenced by my Catholic upbringing, which really embodies narrative art and symbolism. I feel like I was exposed to narrative art at a very young age, and I have always read tons of fiction so I resonate with characters.
My art is all about stories and characters that live in an imaginary world with an American Old Western theme that I call, The Southwestern Bellows. 

Q: Many of your paintings have many similarities, thus creating an indirect storyline through the presence of characters, environments and recurring rituals. Then we have pleasantly discovered that many of your works are often accompanied by small opening words where there is a real written narration of the history of which we are spectators.

When you build a story, does the story you want to represent first arise or is it inspired later when the work is finished?

A: I always come up with the story first! I love stories!

Q: Reading some information on your site we learned that in 2009, in Springfield, you saw a UFO shine in the sky. We cannot therefore miss the opportunity to ask you the following question:

Do you think there are other forms of life in the universe? If so, have they already visited us or are they unaware of our existence? And again: are the types of aliens that we now “know” (Grays, Reptilians, Orbs) the fruit of our imagination or are they based on a foundation of truth?

A: I do believe that there is other life in the universe, but as to what it is, your guess is as good as mine. I watch all of the “alien shows”, listen to podcasts, and read books on the topic, but I have no theories or answers. I find the entire phenomenon beyond fascinating.

Q: We want to conclude this short chat by taking our eyes off the sky for a moment and putting our feet back on the ground. Almost two years have passed since a historic event put on standby the world as we have always known it, opening us to a scenario typical of dystopian and apocalyptic films: the global pandemic.

Since your artistic vision seems to come from a more or less distant future perspective, would you like to imagine how the world will evolve in the face of the changes we are experiencing?\         

A: Actually, I feel like all of my work takes place in the past, or “out of time” completely. The people in my paintings don’t have laptops or cellphones or even cars. In such a technological world, it’s relaxing for me to visit this place. It’s like the early 1800’s. Yes, there are highly advanced aliens that populate my imaginary world, but most of their technology is magick. 

Art Advisor – Safe and Sound


Fa ridere ma anche riflettere !


Promossa da Art City 2021 a maggio, la mostra è riuscita a spiccare tra le numerose proposte di quest’anno. Sicurezza e Protezione sono i temi principali toccati dall’artista. Ma non solo!
Estremamente attuale rispetto al momento storico che stiamo vivendo, Aldo Giannotti affronta nei suoi lavori anche altri temi, come quello delle norme sociali, invitandoci a riflettere sul modo in cui possiamo modificarle.

Una delle sale della mostra è stata adibita a questo scopo, invitando il visitatore a creare l’opera con le proprie mani grazie a un laccio con il quale dare vita all’opera stessa, avvolgendolo intorno a dei punti segnati sulla parete.
In questo modo l’artista richiama anche il tema della percezione fisica e della posizione del corpo rispetto all’opera, mettendo in discussione tutta una serie di dinamiche museali che pensavamo statiche e intoccabili. L’intero spazio è punteggiato da vari box contenenti delle istruzioni alle quali il visitatore è invitato a partecipare e a dare il proprio contributo all’opera, pensando fuori dagli schemi.

Tutto il periodo di apertura della mostra è stato costellato dai Satellite Events: eventi con performers e musicisti in cui il focus era l’interazione e la partecipazione degli spettatori da un punto di vista più soggettivo, il tutto sempre rispettando i temi cardine di sicurezza e protezione.
Questa é stata la prima mostra antologica italiana di Aldo Giannotti, a cui seguirà “The grandstand” al Kunstpavillon di Monaco.

Nonostante il progetto si sia svolto nel corso del periodo estivo, Safe and Sound è stata una mostra che non ha fatto sentire il peso dell’afa bolognese, facendo trascorrere al visitatore un momento di leggerezza che sicuramente avrà lasciato un ricordo marcato, fra gli aperitivi e le giornate trascorse al sole della riviera.

Art Advisor – Latte Project Space

Art Advisor – Latte Project Space – Che la festa cominci.


Nella botte piccola sta il vino buono!

Chi lo dice che per realizzare una mostra bella ed efficace c’è bisogno di uno spazio museale formale o di un allestimento pomposo e forzatamente provocatorio? Nessuno.
La bellezza dell’arte sta nella semplicità di un quadro appeso ad un muro bianco, perché quando ciò che si esprime è un sentimento puro e sincero, non c’è bisogno di troppe sovrastrutture per comunicare il proprio progetto.
Latte Project Space è tutto questo: una stanza, uno studio artistico, uno spazio dove poter interagire liberamente con l’arte e con gli artisti, entrando direttamente in sintonia con un ambiente sì piccolo, ma carico di emozioni e di tante cose da dire.

La mostra “Che la festa cominci” è il progetto d’esordio con la quale, Francesca Cerfeda (artista e curatrice), inaugura il suo spazio espositivo ospitando quattro artisti differenti: Alessandro Placci aka PLUZ e Gionata Scardovi come quote romagnole, e Simona Anna Gentile e Claudia di Francesco come proposte esterne.

Le opere esposte sono varie ed eterogenee, disposte con semplicità, mantenendo ben in vista il filo conduttore che le lega tra loro: uno sguardo ironico ma accurato sui tempi correnti, unito a quel pizzico di follia necessaria per mettersi nuovamente in gioco nonostante le avversità.

Noi alla festa di Latte Project ci siamo divertiti, ci siamo immersi in un ambiente accogliente dove ogni dettaglio è importante e non viene abbandonato a sé stesso.
Se questo era solo l’inizio, non vediamo l’ora di scoprire le nuove proposte che Latte Project e Francesca ci riproporranno nei prossimi mesi. Che la festa riCominci!

Nota di merito al parcheggio di Taranto che spicca fra i ben più iconici monumenti delle capitali italiane nell’opera di Simona Anna Gentile. Chissà cosa succede in quel parcheggio.