Federica Picaro – «È così che ci incontriamo»

Per tentare la luce del giorno
risaliremo il traffico dei morti –
ci vedranno tornare
quelli che stanno sull’orlo
e non temono, reggendosi
a stento, seduti lungo
il fiume di una città d’arte,
Gounod, ripetevi, la musica
lasciava seccare le labbra,
si vedevano fili d’erba tra i denti,
una nuova vita avanzava,
morente anche quella,
ma lungo il fiume di una città d’arte
col notiziario acceso (sopravvivenza, gridava,
per sospette calure estive),
niente marciava al suo posto,
neanche Gounod, a stento si reggeva.


*


In questa ora vuota
trafitta dalle offerte telefoniche
a mezza voce ti chiedo
qual è la sofferenza del giorno,
chi l’ha vinta da qualche parte,
se anche il punto più intimo
dei miei venti anni è affogato
nella gola dei buffoni e dei santi,
dei protettori dello sdegno –
c’è nella mezzanotte il senso
che abbiamo visto ieri, alla tv,
degli aborigeni, il fondo rosso
del cielo riempiva le poche ossa,
non avevano da dimostrare,
la terra era lieve perché si moriva
senza niente da dimostrare
a noi ogni ora è vana,
scivola di neve.
Mi definisce quel che mi salva.


*


Domenica ho aperto gli armadi,
li ho svuotati e richiusi,
come un’operazione a cuore aperto –
sono emersi detriti in seta, cotone,
microfibra, la pelle nera con bottoni argento,
ogni anno ha visto il suo cappello,
ora di lana ora di paglia,
alchemicamente la mia vita s’è vestita
ogni giorno di vento e cerniere.
Poi un poeta polacco, il pranzo,
un suono lontano che batte
alla finestra, forse è la storia
che tenta oggi di entrare,
bacchettarmi, “convinci gli assassini”.

Federica Picaro, nata a Napoli, classe 1995. Laureata in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autrice di un saggio Un tema su Pier Paolo Pasolini (L’Universale Editore, 2019). Ha collaborato con riviste online, sue poesie sono state pubblicate sul Journal of Italian Translation di NY. Ha tradotto per Raffaelli Editore poesie dall’inglese. Nel 2020 pubblica È così che ci incontriamo per Kipple Officina Libraria.

Ilaria Palomba – «Rabbia»

Rabbia

una rottura definitiva si è consumata tra lei e il tempo uno ama irridere le differenze dire non capisco non capiamo sei oscura sei il bordo del precipizio mai completamente dentro mai completamente fuori ringhiera in tensione tra la caduta e il picco l’altra ama venirmi in sogno per strapparmi dal letto per sgozzarmi devo fare i conti con la rabbia potrebbe farmi commettere qualcosa di immane e in caso non dovesse riuscirci potrebbe ritorcersi contro di me – accade da più di vent’anni – questa cosa che chiamo la mia rabbia mangia un pezzo alla volta ogni figura nello specchio ogni quanto e io la sto a guardare inerme legata con corde strettissime – afasia minerale – i capelli sul viso fradici la sto a guardare è una crepa e si allarga – le dita infilate nella stoffa e i vermi di cui si riempiono – un intero continente nelle faglie del divano così nel cuore della rabbia i ricordi che ho voluto cancellare le strade buie e il mare e tutte le sue voci e tutti i vostri volti – quando è iniziata questa insaziabile guerra al mondo? quando finirà? quando potrò dire adesso sono fiera di te? quando? non credo potrò mai – la rabbia è diventata una ghiera mi taglia seziona non vuole saperne è un tiranno e non riconosce più nulla – i fiori – ho sempre amato i fiori ma lei li ha odiati amavo le rose e gli iris soprattutto gli iris tanto da farli diventare un nome – il mio – tutte le categorie dell’avere per poi ritrovarmi senza nome – senza neanche un me – posso parlare solo di te che non mi abbandoni mai e vieni ad allagarmi – nel fuoco, lo sai, vero, che dentro abbiamo il fuoco? – non hai più dove non hai più centro perfino il corpo è diventato un ricordo perfino la parola si va sfracellando – il fuoco ha divorato la pelle è un cratere che si spegne – l’acqua un calvario una montagna liquida che spegne ogni strepito adesso stai zitta ricorda tu non esisti ma ti piace per esempio entrare nelle chiese del centro – la Chiesa Nuova – nel trittico di Rubens ritrovi un surrogato della vita è il modo dell’arte di sviarti dal presente ti piace parlare al telefono con una donna che non sentivi da tempo ti piace immaginarti in treno mentre guardi fuori i campi di grano nella luce e poi il sole fino a ferirti la retina staccarla viaggiare nel fondo baluginante della luce dove neanche gli scarafaggi hanno più consistenza dove questa cosa di invecchiare e dichiararsi battuti non significa nulla l’autostrada per la Puglia e le strade sterrate fino al mare dove puoi rivedere certe ombre certe suggestioni di te tra le onde aveva un odore quel mare afflato di miliardi di epoche concentriche e volevi attraversarlo non per arrivare all’altra costa ma per raggiungere il centro della Terra aveva un fondo la visione ed era bucato non poteva finire e la voce non poteva smettere di dire il tuo nome anche se in quel nome non eri più nulla non ti riconoscevo e non ti riconosco più voglio sentire la mano che s’infila nella stoffa raccoglie le blatte che abitano i sottosuoli di tutte le case di tutte le fotocopie di te che ci sono ancora in giro potremmo giocare a sparare – una di loro o tutte – potremmo giocare a disintegrarle una per una di modo che rimanga l’unica – quella che non può fallire – potremmo attraversare il mare per arrivare all’indeterminato del pensiero è una spiaggia nei pressi di Otranto ma il resto non ha più importanza o consistenza d’altronde lo sai che la sabbia non esiste man mano che la sgretoli viene via come la pelle puoi solo tagliarti – ogni granello un coltello – tagliamo il cielo in uno strale di vetro scuoiamo il fondo del cielo per vederci riflessi nel confine è questo confine che mi ferisce mi fa sentire fragile e impacciata e non so più se una vita possa bastare non so più in questo non dire se sono abbastanza stanca da farmela bastare – nonostante le abbia vissute tutte nell’istante – devo decidermi a stare qui per il tempo necessario a convincermi ne sia valsa la pena.

Ilaria Palomba, 1987, pugliese, ha pubblicato tre sillogi poetiche: Mancanza (Augh!), Deserto (Fusibilia, Premio Profumi di poesia, 2018), Città metafisiche (Ensemble); cinque romanzi, tra cui: Homo homini virus (Meridiano Zero, Premio Carver 2015), Disturbi di luminosità (Gaffi) e Brama (Perrone); e un saggio: Io sono un’opera d’arte viaggio nel mondo della performance art (Dal Sud). Attualmente vive a Roma dove sta completando il corso di studi in Scienze filosofiche. Gestisce con Giordano Tedoldi il blog letterario Suiteitaliana.

Foto di copertina scattata da Dino Ignani

Riccardo Frolloni – «Corpo striato»

sogni I

Era lungo la scarpata e i massi e la merda delle vacche
e procedeva bene, a passo svelto, diritto di schiena, nell’aria
leggera della montagna, ognuno attento ai propri piedi
col sudore sotto la camicia e il fiatone, il mal di gola,
nel sonno devo aver perduto la coperta, slabbrato il pigiama
o dimenticato una finestra aperta, così uno spiffero,
un rumore dal fondo delle campagne s’intrufola,
diventa subito un fischio, mio padre già in cima
del primo promontorio, ce ne sarà poi un altro
e un altro ancora, ma neanche una parola, aveva il volto
sereno, da uomo, mi ammoniva di salire, di darmi
un tono, ma io arrancavo, passavo da altre parti, lo perdevo,
lentamente gli altri scomparivano nelle nuvole
o dietro ai sassi, io pure mi facevo più bianco con la pelle
fredda di sudore, mi dicevo non svenire ora, resta sveglio, svegliati.

*

movimenti I


Ci fecero uscire tutti dopo l’ultimo sguardo,
non avevo mai visto il giardino così, la gente

stava in piedi dappertutto, guardavano noi
mezzi scemi, rimbambiti dal piangere, allora

davvero qualcosa era accaduto: prima
la macchia, il cielo, i pioppi intorno, gli stessi.

C’era mia sorella ad aspettarmi e con un respiro
raccolsi tutta l’aria di casa, ed era ancora casa.

*

materiali I

La casa era prima di terra e poi d’aria, l’acquedotto
ce lo siamo allacciato noi, con le nostre mani,

la terra infine la nostra e così comincia una stirpe,
seguono vigneti e alberi di prugne, il caco

d’inverno porta frutti rossi su rami secchi,
ancora come una mano afferra i ricordi di casa

col tempo sono stati piantati ulivi, strappati i filari.

*

sogno V

Un giorno ti porterò quassù dove si vede
un panorama bellissimo, le vallate tra i monti

ci affacceremo all’alba con la quasi luce
sarà come vedere un film lentissimo e farà freddo,

è qua che voglio essere seppellito,
………………………………………………ricordo da piccolo

una quercia carbonizzata da un fulmine, rimase lì per anni
e ancora nell’ambra della memoria,

sarà così questa morte, mi prenderà alle spalle
sarà una morte normale,

…………………………………..questa mattina
non deve mai iniziare, parlami di te un po’

……………..la volpe s’è appena addormentata, la notte è stata lunga

il cimitero non ha spazi, puoi leggere tutti i nomi

torniamo a dormire che è ancora presto
………………………………………………………………………..torniamo a letto.

Riccardo Frolloni nasce nel ’93 a Macerata. Laureato in Italianistica, pubblica la sua prima raccolta di poesie Languide istantanee Polaroid (Affinità Elettive Edizioni 2014). Ha tradotto il poeta canadese Richard Harrison Sul non perdere le ceneri di mio padre (‘roundmidnight edizioni 2018) e Non praticare il cannibalismo (Del Vecchio Editore 2020), antologia dell’opera di Ron Padgett. E’ stato direttore del Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna; ha lavorato per la School of Continuing Studies dell’Università di Toronto come lettore e assistente. Insegna italiano e latino.

Gian Ruggero Manzoni – Un inedito

Guerre, carestie, catastrofi, vortici d’aria e maree
pare che la natura rendano estranea, altra, un migrare lontano
che riversa l’uomo in un angolo, non complice a un sistema…
ma l’uomo applica concentrazione e spalle curve, spalle di fatica
dorso, cosce, quale mulo da soma
e s’impone, contro un destino che lo rende infimo e ridicolo,
sgomento, senza senso, senza scopo, e, di certo, senza ragione.

Gian Ruggero Manzoni (San Lorenzo di Lugo, Ravenna, 1957), scrittore, poeta, artista, teorico e critico d’arte, studioso dei nuovi linguaggi espressivi, ha al suo attivo oltre 50 pubblicazioni con case editrici come Feltrinelli, Sansoni, Scheiwiller, Skirà, Il Saggiatore, Castelvecchi. Quale poeta e artista ha partecipato nel 1984 e nel 1986 ai lavori della Biennale di Venezia. Ha diretto le riviste di arte e letteratura Origini e ALI.

Nevio Spadoni – «Poesie 1985-2017»

U m’ven fred

Mo cveica vôlta butènd l’öc in ẓir
a m’pôrt la môrt adös
e a cameñ göb
par di viùl ẓa batù.

Mi viene freddo
Ma qualche volta buttando l’occhio in giro / mi porto la morte addosso / e cammino gobbo / per viottoli già battuti.

*

E’ mêl

«A m’so scalarê»,
e’ des l’êt dè
a i su amigh.
I n’l’à piò vest.
A s’putràl bravê dri
a la nöt
parchè la lasa e’ pöst
a e’ dè?

Il male
«Sono uscito di carreggiata», / disse l’altro giorno / ai suoi amici. / Non l’hanno visto più. / Si potrà rimproverare / la notte / perché lascia il posto / al giorno?

*

e pu

murì l’è un segn com ‘na streta d’mân
pighês coma ch’al s’piga al spigh de’ grân
a la timpësta
un fridulez ch’e’ cmenza da la schena
e u t’ciapa tot; murì l’è un ësar néd
prema ad tènt étar
l’è inviês cun i scapen dla nòna biṣa
lasê al fotografi che e’ temp e’ roṣga
a la luntâna
sintì un mastighê ad urazion
dvanêdi cun al stech d’un brot singiöz
e pu? e pu?
e pu a v’e’ cuntarò un êtra vôlta.

poi
morire è un segno come una stretta di mano / piegarsi come si piegano le spighe di grano / alla tempesta / un brivido che comincia dalla schiena / e ti prende tutto; morire è essere nati / prima di tanti altri / è andarsene coi calzerotti della bisnonna / lasciare le foto che il tempo rosicchia / scorrendo / sentire un biascicare di orazioni / dipanate con le stecche di un brutto singhiozzo / e poi? e poi? / il poi ve lo racconterò un’altra volta.


N. Spadoni, Poesie 1985-2017, Società editrice «Il Ponte Vecchio», Cesena, 2017

*

Che pëz ad pân

Che pëz ad pân
in cla manina
l’è dgvent una barchina
ch’la sbresa sór’a e’ piat.


Quel pezzo di pane
Quel pezzo di pane / in quella manina / è diventato una barchina / che scivola sul piatto.

*

Un pô d’sêl int la zoca
e’ bignarà avél, nö?
‘S’a scrivta pu,
ch’u n’leẓ piò incion!
A créd t’épa raṣon:
alora st’êta vôlta
a v’cuntarò na fôla.

Un po’ di sale in zucca / occorrerà averlo, no? / Cosa scrivi mai, / tanto non legge più nessuno! / Credo tu abbia ragione: / allora quest’altra volta / vi racconterò una favola.

*

Al lèngv di mur

L’è scret in tot al lèngv
che i mur de’ mònd i scor:
mur biench e culuré
ad ẓeẓ, ad pré, ad fër
ad nebia, ad giaz, ad fugh
e mur ad fil spinê
cun faz incarugnidi
e muṣ tot ingrugnì,
mur buté ẓo da e’ temp,
un temp sèmpra tröp lòngh.
‘Lè dciota u i nes al viôl
ch’al scor soltânt cla lèngva
ch’u j à insignê e’ sôl
par sparguiê int l’êria
l’udór d’una staṣon.

Le lingue dei muri
È scritto in tutte le lingue / che i muri del mondo parlano: / muri bianchi e colorati / di gesso, di pietra, di ferro / di nebbia, di ghiaccio, di fuoco / e muri di filo spinato / facce incarognite / e musi tutti ingrugniti, / muri abbattuti col tempo / un tempo sempre troppo lungo. / Lì sotto nascono le viole / e parlano solo quella lingua / che gliel’ha insegnata il sole / per spandere nell’aria / l’odore di una stagione.

Nevio Spadoni, nato a S. Pietro in Vincoli (Ravenna) nel 1949, vive dal 1984 a Ravenna, dove ha insegnato filosofia nelle scuole superiori. Le sue poesie sono comprese in diverse antologie italiane e straniere, e tradotte in più lingue. Nel 2017 ha pubblicato Poesie (1985 -2017) per la Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, e nel 2019, con la stessa Casa Editrice, è uscito il volume Tutto il Teatro. Vincitore di premi di poesia, tra i quali Il Boncellino, il Lanciano, Tratti Poetry Prize, il Gozzano, Salva la tua lingua locale, Premio internazionale Via Francigena, 3 classificato a “Poesia onesta”, Premio “Aldo Spallicci”, Premio speciale SIAE, Roma, 2016, Finalista Premio Alda Merini, Premio speciale della giuria Salva la tua lingua locale, Roma, Campidoglio 2018, collabora ad alcune riviste letterarie e al Resto del Carlino. Ha partecipato, su invito, a diversi Festival di letteratura: Seneghe, Alessandria, Roma, (Tempio Adriano) Ritratti di Poesia, 2016, Mantova, Tredozio. È autore inoltre di opere teatrali, andate in scena per “Ravenna Teatro” e “Ravenna Festival” in Italia e all’estero, fra le quali Luṣ e L’isola di Alcina, ottenendo per quest’ultima due nomination al Premio “Ubu”. Ha pubblicato le antologie Le radici e il sogno. Poeti dialettali del secondo ’900 (con Luciano Benini Sforza, Faenza MobyDick, 1996), e D’un sangue più vivo. Poeti romagnoli del Novecento (con Gianfranco Lauretano, Cesena, Il Vicolo, 2013).

Zoom 1.1 – Intervista ad Alessandro Turoni

Alessandro Turoni (Forlì, 1986) è il primo artista protagonista di Zoom, rubrica in cui faremo quattro chiacchiere con artisti, scrittori e realtà culturali attive sul territorio con lo scopo di porre una lente di ingrandimento su tematiche inedite, tra citazioni e iniziative concrete, tra passato e contemporaneo.
Guardando la produzione di Alessandro Turoni è impossibile non rimanere stregati dai particolari e dalla minuzia con cui le opere vengono realizzate. Sui suoi lavori viene ad animarsi un universo di soggetti che sembrano provenire da un mondo parallelo la cui vita si basa su tre concetti fondamentali: creazione, evoluzione e metamorfosi.

Abbiamo chiesto ad Alessandro di approfondire queste tematiche con noi attraverso alcune delle sue opere.


CREAZIONE

D: Anatomie inorganiche è un ciclo di opere che hai realizzato con lo scopo di evidenziare, attraverso l’incompletezza dei soggetti, il tuo processo creativo.
Riguardo a ciò, Luigi Pirandello scriveva che «il mistero della creazione artistica è il mistero stesso della nascita naturale».

Avendo il tuo operato le radici ben salde sull’esemplarità del mondo naturale, in che modo questo “mistero” comune viene svelato durante il processo di creazione dell’opera?

R: Il mio processo creativo è frutto di un processo mentale che parte dall’incontro della mia passione per la zoologia con altri miei interessi: botanica, scienza, anatomia, astronomia, etnologia, mitologia, evoluzione, chimica, archeologia ecc.. Dalla commistione di questi elementi nascono le idee per le opere.
Una volta chiaro il concetto, mi documento per ricercare la forma ideale dell’opera e scegliere i materiali e le tecniche con cui realizzarla.
In questo caso i topi sono realizzati con elementi di recupero e piccoli oggetti. L’idea è che queste forme possano essersi create per magia dagli oggetti e dai materiali di una soffitta abbandonata.
Anatomie inorganiche è dunque emblematico del concetto di creazione in quanto simula una nascita naturale da elementi artificiali.
Evidenzia inoltre il mio modus operandi, perché l’incompiutezza delle opere svela i materiali di cui sono composte.

Alessandro Turoni, Anatomie Inorganiche, Anatomia del topo

EVOLUZIONE

D: Nella tua opera Evoluzione in lotta abbiamo modo di osservare una piramide storico-evoluzionistica che mette in relazione una commistione di esseri viventi sormontati da un uomo intento a scattarsi una fotografia. In merito all’evoluzione, Oscar Wilde sosteneva che «l’uomo non avesse altre capacità di crescita, che fosse giunto fin dove poteva arrivare e, in conclusione, che non fosse andato molto lontano».

Con questa tua opera sembra che tu voglia mettere in luce e sottolineare l’autorità dell’uomo che domina la cima della piramide naturale ma allo stesso tempo, attraverso un piccolo cambio di prospettiva, quanto la sua posizione sia instabile e totalmente fuori contesto rispetto alla natura del mondo che lo circonda e in cui abita.

In che modo il pensiero dell’uomo può tornare a riallinearsi con l’equilibrio naturale a cui appartiene? E quale ruolo ha il concetto di “evoluzione” all’interno del tuo immaginario artistico?

R: L’evoluzione è uno dei fenomeni di cui mi interesso ed è l’elemento centrale di alcune opere, come questa.
Evoluzione in lotta mostra un processo verticale di evoluzione violenta, dove tutti gli esseri (dai più primordiali ai più evoluti) lottano fra di loro per garantirsi il vertice della piramide. Il vertice dell’opera è occupato dall’uomo contemporaneo che, sfruttando la sua posizione di superiorità e incurante della sofferenza che si consuma sotto di lui, è colto nel futile gesto di farsi un “selfie” con un cellulare legato al bastone. Questo gesto pone la tecnologia al di sopra dell’uomo stesso. Potrebbe essere un preludio a scenari futuri.
Ovviamente l’opera vuole essere una critica all’umanità, capace di scalare vette vertiginose e al tempo stesso di precipitare in abissi di squallore.
Credo che le energie che hanno portato l’uomo al vertice di questa piramide in maniera così rapida ed efficace sono le stesse che lo stanno conducendo verso una inesorabile fine.
Risulta più che mai evidente in questo periodo di pandemia, in cui l’organismo meno evoluto mina la sopravvivenza del più evoluto. Pertanto l’uomo dovrebbe essere così saggio da tornare sui suoi passi, risanando il grave squilibrio arrecato al pianeta da decenni di sfruttamento intensivo e tornando ad un rapporto di scambio sostenibile con la natura.

Alessandro Turoni, Evoluzione in lotta

METAMORFOSI

D: Il concetto di “metamorfosi” sembra essere una potenziale chiave di lettura con la quale poter comprendere il mistero della “vita”.
Ti va di raccontarci come si animano “la vita e le sue forme” all’interno del mondo che crei e riesci a esprimere attraverso l’arte?

R: Quasi tutta la mia produzione artistica è incentrata su forme di vita tratte dal mondo naturale, dalla mitologia, dai racconti, ma anche ispirate dai ritrovamenti archeologici. Rispetto a questa ultima fonte di ispirazione, è centrale per me la figura di Darwin, come pure lo studio dei cambiamenti morfologici che hanno portato forme primordiali a mutare negli esseri che oggi popolano il pianeta.
L’opera La vita e le sue forme raffigura un mostro ibrido costituito da tanti esseri diversi – pesci, rettili, mammiferi, uccelli – in una posa dinamica. Dalla schiena del mostro fuoriesce un enorme corallo.
Quest’opera è un omaggio al darwinismo: l’ibrido rappresenta il legame evolutivo e di parentela che intercorre fra tutti gli esseri viventi, mentre il corallo rappresenta la forza inarrestabile della vita, che si combina e muta per generare forme sempre nuove.

Alessandro Turoni, La vita e le sue forme

A. Assirelli

Stefano Simoncelli – «Lettera a una principessa»

LETTERA A UNA PRINCIPESSA


a Valeria M.


Dicono che me la sto cavando
e può darsi sia vero. Leggo, scrivo
e guardo la tua fotografia, l’unica
che ho conservato, carezzandoti
con la punta del dito
mentre sorridi benissimo
come le volte che ti raccontavo
qualcosa di divertente o una sciocchezza
se ti vedevo triste, malinconica, il muso lungo.

“Cosa c’è, principessa?” ti chiedevo
sapendo che la colpa era mia,
sempre e soltanto mia,
ipocrita che non sono altro,
tale e quale a mio padre che detestavo
finendo per imitarlo e amarlo più di me stesso.

Non me la sto cavando. Affondo ogni giorno
un poco, invecchio, stravedo e se allungo
una mano dall’altra parte del letto
o se per uno spostamento d’aria
si spalanca o si chiude una porta di colpo,

se mi sembra di sentire appena un respiro
alle spalle, se sussurrano il mio nome
da qualche parte che non vedo
è a te, principessa, che penso.

agosto 2020.

Stefano Simoncelli è nato nel 1950 a Cesenatico, ma da diversi anni vive ad Acquarola sulle colline di Cesena. È stato uno dei redattori di «Sul Porto», la rivista di letteratura e politica che catturò negli anni Settanta l’attenzione e la collaborazione di poeti come Pasolini, Bertolucci, Caproni, Sereni, Fortini, Raboni Orelli e Giudici. Nel 1981, con la raccolta Via dei Platani (edita da Guanda con la presentazione di Raboni e postfazione di Fortini), ha vinto il Premio Internazionale Mondello Opera Prima. Nel 1989, è uscito il libro Poesie d’avventura nella collana Gli Spilli, diretta da Enzo Siciliano e edita da Gremese. Nel 2004, dopo un lungo silenzio, è iniziato il sodalizio con la casa editrice anconetana Pequod che ha pubblicato la raccolta Giocavo all’ala (Premio Gozzano) e nel 2006 La rissa degli angeli. Nel 2012 è uscito Terza copia del gelo (Premio biennale “Diego Valeri” giuria popolare) e nel 2014 Hotel degli introvabili. Nel 2015 il racconto in prosa poetica Il collezionista di vetri (ed. Italic arte) con fotografie di Daniele Ferroni e la plaquet Notizie interferenze sibili edita dai Quaderni di Orfeo e curata da Marco Rota . Nel 2017 la silloge Prove del diluvio con cui ha ottenuto il premio “Europa in versi“ e “Città di Fabriano“. Nel maggio 2018 ha letto sue poesie nella trasmissione radiofonica “Fahrenheit” ed è uscita la silloge Residence Cielo. Nel 2019, per Italic Arte, la plaquette La paura dei tuoni con chine del pittore Silvano Barducci e introduzione di Mario Santagostini. Nel 2020, con l’inseparabile Pequod, è uscita la silloge A beneficio degli assenti, e gli è stato assegnato il premio Giorgio Orelli/Bellinzona.

Foto di copertina scattata da Daniele Ferroni