Michele Ghiotti – Bocche che non sanno stare chiuse #3

LA POESIA CONTEMPORANEA ROMAGNOLA:
RABDOMANZIA DEL PERTURBANTE

Nicoletta Ceccoli, Harpya, 2007

Oltre alla “Romagna solatia”, c’è una Romagna lunare, selenitica, lupesca. Capace di sabba e cacce morte, di danze macabre e parodie sacre. Una Romagna gotica e ancor prima gota (nordica, di Berserkir), il cui lato infero e luciferino è addolcito e compenetrato dalla vocazione ludica, bambina dell’impulso. Non solo, quindi, la capacità del fanciullino pascoliano di meravigliarsi con vergine gioia e dare i nomi alle cose, ma anche la virtù, sempre infantile, di inquietarsi di fronte al mistero con primitivo terrore, inghiottendo le proprie parole. Genuino stupore di fronte al perturbante.

Volendo fare un po’ di archeologia si potrebbe fare un balzo indietro al Settecento, con il riminese Aurelio Bertola de Giorgi, anima raminga che fa la spola fra monasteri, caserme e accademie: è lui che rinnova la poesia arcadica, imitando i versi notturni e cimiteriali di Edward Young; anche Metastasio ne elogia le Notti, che oscillando fra la contemplazione del pittoresco e la meditazione malinconica aprono nella penisola un varco verso il romanticismo. Nell’Ottocento è il turno di un altro campione di indisciplina, il forlivese Olindo Guerrini, che nel 1877 dà alle stampe (sarà la prima di 32 fortunate edizioni, con vendite superiori a quelle di Carducci) i Postuma, firmati come Lorenzo Stecchetti, sedicente cugino morto di tisi. Un libro scapigliato fino all’oltranzismo, in cui, per farsi pietra di scandalo, il poeta saccheggia Baudelaire, Hoffman e tutto il repertorio dell’orrido per innalzare un misogino Canto dell’odio che rivaleggia in crudeltà e maledettismo con Lautréamont:

Quando tu dormirai dimenticata
sotto la terra grassa
e la croce di Dio sarà piantata
ritta sulla tua cassa
quando ti coleran marcie le gote
entro i denti malfermi
e nelle occhiaie tue fetenti e vuote
brulicheranno i vermi,
per te quel sonno che per altri è pace
sarà strazio novello
e un rimorso verrà freddo, tenace,
a morderti il cervello.

(da Il canto dell’odio).

Seguono la linea nera di Guerrini i giovanissimi Matteo Zattoni, Filippo Amadei e Clèry Celeste. Tutti forlivesi, tutti a loro modo efferati. Matteo Zattoni, nato nel 1980 a Forlimpopoli, ha all’attivo quattro raccolte – Il nemico (Il Ponte Vecchio, 2003), Il peso degli spazi (LietoColle 2005), L’estraneo bilanciato (Stampa, 2009) e la recente I figli che non tornano (Italic Pequod, 2021) – e numerose collaborazioni con associazioni culturali e riviste di settore (“Poesia” di Crocetti e “Atelier”). La sua è una poesia che, saldamente radicata nella tradizione novecentesca (in particolare in Sereni, Montale, Luzi e Pasolini), dispiega e attraversa il turbamento, la mancanza e la scomparsa nel continuo intreccio tra vissuto personale e storia collettiva, “Sono splendidi squarci luminosi che solo un verso prezioso e sensibile può aprire” (Maurizio Cucchi). Una scrittura nera, ma di una nerezza feconda, nilotica, di limo. Piene immaginative e concettuali che impregnano le desertiche pagine di figure di pece, simboli appiccicosi, sentenze nette, amare, necessarie. Quello di Zattoni è un darwinismo riluttante, sofferente, fatale: per sopravvivenza ci si adatta a tutto, anche al grigiore, alla cupezza, al perturbante. E il perturbante è, freudianamente, familiare (e viceversa): lo scenario è sepolcrale, foscoliano; si riconcorrono lupi hobbesiani (o lupe romane, allattatici e salvatrici?); appaiono spettri genitoriali in forma arborea, a metà fra gli sterpi danteschi e gli hollow men eliotiani; è ribadito il disagio mannaro dell’umanità (“anche le bestie si riproducono / ma non pretendono per questo nomi propri”); infine l’inevitabile constatazione che “la trasmissione della violenza è un sapere / dove mettere la fronte sul banco”:

Fuori è un rincorrersi di lupi
che sia il lamento più cupo del cuculo?
i genitori come alberi sempre-spogli
– avremo fatto bene a metterli al mondo?
tutte le forme del dubbio nei loro occhi
anche le bestie si riproducono
ma non pretendono per questo nomi propri
i figli che non tornano
sono riapparsi oggi con le mogli
non più felici di quando erano partiti
nei giardini delle elementari
la trasmissione della violenza è un sapere
dove mettere la fronte sul banco
e che nessun rifiuto equivale a un rifiuto
finché qualcuno non ti ferma la mano
vagamente a disagio li stanno aspettando

(Da I figli che non tornano.)

Coetaneo – e fratello nell’immaginario – di Zattoni è Filippo Amadei (Forlì, 1980), che ha pubblicato

le sillogi La casa sul mare (Il Ponte Vecchio, 2005), Saperti a piedi nudi (LietoColle, 2009) e Oltre le ringhiere (Raffaelli, 2014). La sua poesia persegue il taglio netto, l’autopsia, l’amputazione; così scrive in un inedito: “Al telefono la notizia è quella del ricovero / lo dice al nipote con estrema calma / una semplicità del tutto straordinaria.  / Ma la semplicità è una lama – anche sua mamma / quando era giovane tirava il collo alle galline / pensando al pranzo da cucinare.” C’è qui tutto l’ingombro del corpo: scansionato, ecografato, vivisezionato. Un body horror esistenziale, purificato da ogni impulso voyeuristico, più vicino alle sofferte indagini di Schiele e agli autoritratti di Francis Bacon che alla visionarietà allucinata di Carpenter. Così è descritta l’anatomia della malinconia in Genesi inversa:

Quando sono in dormiveglia il pomeriggio
sull’orlo di un sogno formatosi appena
di poche immagini ho una vertigine, a capofitto
cominciano a cadere i miei occhi
le ginocchia ritornano al petto, un anello
formano mani e tibie, un velo di placenta
sulle palpebre, la schiena si piega molle
i piedi si ritirano, nel grembo del sogno
sono un gomitolo di tendini e pelle
spasmi di vertebre nel liquido
viscido del buio − si azzera di nuovo tutto
il mio ultimo ricordo è la luce.

Ancora più esigente e sanguinaria è la scrittura di Clèry Celeste, classe 1991, direttrice editoriale di “Atelier poesia” on-line. Nel suo libro d’esordio, La traccia delle vene (Lietocolle, 2014), scintilla come un bisturi – o un ago – la precisione del dettato, ricco di termini medico-scientifici e capace di incidere immagini di rara esattezza e potenza, spesso incentrate sul mondo animale e vegetale. In questi testi prende forma e voce la vocazione endoscopica (nel senso etimologico di “guardare dentro”) che ha animato anche gli studi radiologici dell’autrice: i suoi sono versi implacabili, diagnostici, per cui vale la costatazione da lei rivolta alla sua occupazione ospedaliera (“Ho smesso di guardarli in faccia / magari ricordo i nomi” / ma finisci il lavoro / e il dramma è essere bravi / non sentire niente). È una poesia che non fa sconti, che esamina, che esplicita: c’è una disciplina artaudiana, una vera e propria rabdomanzia del perturbante, che viene colto nei terrifici scorci del quotidiano…

Il mio è il panico della chiusura
dell’ipermercato, quando le cose
stabiliscono un urlo morboso
e la carne in scatola si apre
le ferite. Dormono tutti col cappio
appeso, è solo una questione
di tempo.

…e nella trama delle relazioni, auscultate e compulsate con estrema, quasi insostenibile, lucidità:

Riesamino i segmenti
rigidi di noi come shanghai sul tavolino
e butto via ogni anno
come strappo i petali della margherita
“eri vero, eri falso”, è un gioco
poco felice
ti faccio a pezzi dentro
prima la mano che teneva la mia
poi il petto e parto seguendo
la traccia delle vene
risalgo alla radice
il cuore non lo trovo
.

Lunare è anche la poesia di Isabella Leardini (Rimini, 1978) autrice, oltre che di due selezionate raccolte – La coinquilina scalza, Niebo, 2005 e Una stagione d’aria, Donzelli, 2017 – di un saggio che, rielaborando anni e anni di laboratori per adulti e ragazzi, fornisce preziosissimi strumenti per addentrarsi nel mistero della poesia e orientarvisi come lettori, dilettanti appassionati e aspiranti poeti (Domare il drago, Mondadori, 2018.)

Una scrittura lunare nel suo legame magnetico con le misteriose forze che regolano le maree. Lunare in riferimento alla luna calante di Ecate, dea della notte e della magia, dei crocicchi e della necromanzia.  

Al di là della limpidezza e della cantabilità del dettato, vi si scorge infatti una filigrana, una voce in controcanto,che, a una lettura approfondita, si rivela il “cuore di tenebra” della sua poesia. È il dettaglio capace di incrinare l’equilibrio dell’insieme, la scintilla di follia e disperazione che brilla anche nello sguardo apparentemente più saldo.

È un gotico marino, anzi balneare, in cui risuona il grido muto dell’estate violata dai turisti, in cui la memoria torna a infestare le pensioni diroccate dall’inverno, in cui l’amore intrude, svuota, inscheletrisce:

Siamo una scatola che non si chiude
come chiudono imperfette le conchiglie
lo spazio che basta per entrare
all’intrusione che rompe il segreto
e al pericolo scoperto di restare
svuotate all’improvviso. Così il mare
può brillare concavo nel buio
forma liscia di una gioia che indurisce
all’urto di ogni nascere e mancare.
Ogni amore ha la sua regola non detta
è lo strappo nascosto del vestito
animali che si muovono notturni
nell’inverno diverso del fondale.
Ma questo scheletro è una cattedrale
sarà l’impronta delle cose che resistono
scavate negli amori per durare.

(da Una stagione d’aria).

Un orrore polare, lovecraftiano, cosmico – imparentato con le vertigini del sublime e la

follia sciamanica dei popoli della steppa – risuona nella poesia di Davide Brullo, nato a Milano nel 1979 e riminese d’adozione. Un orrore che non è quindi abominio da fuggire, ma terrificante miracolo a cui assistere, tremenda rivelazione, oscura epifania. Prolifico scrittore (suoi i romanzi Rinuncio, Ingmar Bergman. La vita sessuale di Franz Kafka, Pseudo-Paolo. Lettera di San Paolo Apoastolo a San Pietro, Un alfabeto nella neve e le muriatiche Stroncature per GOG), traduttore (in primis dei Salmi e del Libro della Sapienza) e giornalista (fondatore di “Pangea” e direttore de “L’intellettuale dissidente”), Brullo ha pubblicato selezionatissime raccolte di poesia: Annali (Atelier, 2004), L’era del ferro (Marietti, 2007) e Abbecedario antartico (Raffaelli, 2017). Vero e proprio cenobita (sia in senso monastico che barkeriano), Achab-Kurtz della letteratura italiana contemporanea, insegue senza pietà, con sguardo rompi-ghiaccio di pioniere e fiuto di squalo, la sua balena bianca, fatta di visioni abbacinanti, versi aguzzi e indicibili profezie. Surrealismo prometeico, mal d’aurora montevideano, sacra follia:

«il nord mi annienta» cita
Puskin levigando l’orgoglio alla chiglia –
dormire tra i ghiacci impedisce
ai ricordi – ne è convinto – l’accumulo

qualcuno ha scritto che i morti
vivono proprio qui tormentando
il bianco che pareggia gli iceberg ai re

«ma con la neve ci eleviamo
sopra le canoe – sembrano labbra
sul ciglio della sillaba che sa radiare
questo gelo in gioia – sopra la luce
che allaga ciò che hai desiderato per tutti –
sopra il mantiche che proietta la sula
a Oriente e ne rimastica il ritorno – sopra
la mattina che ci vide corrodere
i venti con scie di ruggine…»

l’episodio si rovesciò e gli uomini
ridiventarono denti – «che cosa sa
il ghiaccio della mia vita?»

(da Abbecedario antartico.)

Bibliografia essenziale

  • Anselmi G.M., Bertoni A., Raimondi E., Una geografia letteraria tra Emilia e Romagna, CLUEB, 1997.
  • Della Monica W., Poeti e scrittori di Romagna. Trenta tra i maggiori autori romagnoli dell’età moderna e contemporanea, Il Ponte Vecchio, 2015.
  • Fantuzzi M., La generazione entrante. Poeti nati negli Anni Ottanta, Landolfi, 2011.
  • Martini G. (a cura di), Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90, Internopoesia, 2019.

Sitografia essenziale

Michele Ghiotti (23 novembre 1989) è nato a San Marino, dove vive e insegna Lettere al Centro di Formazione Professionale. Suoi versi sono stati selezionati dallo scrittore e poeta Davide Rondoni per il concorso In che verso va il mondo e dal poeta e critico milanese Maurizio Cucchi per La bottega di Poesia de «La Repubblica» (ed. Milano). Sulle riviste «Crack», «Carie» e «Retabloid» sono apparsi due suoi racconti brevi, Diario metempsicotico e A volte l’aria è più solida del cemento. Recentemente ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021)

Michele Ghiotti – Bocche che non sanno stare chiuse #2

LA POESIA CONTEMPORANEA ROMAGNOLA:
UN BARBARICO YAWP, UNA CONCRETEZZA VISIONARIA

Luca Monterastelli, Oh Seagulls, Oh Seagulls, Who’s Gonna Take Care of Our Skulls?, 2019, cemento armato

UN BARBARICO YAWP

Un lato del temperamento che, suggestionato da Pound, mi piace pensare come eminentemente romagnolo è l’esuberanza barbarica e pulsionale, il vitalismo agonistico che erompe dai versi di quei poeti che amano frequentare le terre estreme, liminali, desertiche. Quei poeti, insomma, che si spingono oltre il Reno e il Danubio per inoltrarsi nel selvatico, nel primitivo, alla ricerca dell’altro e dello straniero.

Davide Rondoni è sicuramente uno di questi. Già i titoli delle sue raccolte, da soli, evocano nella loro ruvida, cotogna schiettezza una propensione a non addomesticare le parole e la visione: Il bar del tempo (Guanda, 1999), Avrebbe amato chiunque (Guanda, 2003), Apocalisse amore (Mondadori, 2008), Rimbambimenti. Poesie di tipo romagnolo (Raffaelli, 2011), Si tira avanti solo con lo schianto (WhyFly, 2013), La natura del bastardo (Mondadori, 2017).

È una poesia indubbiamente cristiana, quella di Rondoni, figurale, biblica. Ma di un cristianesimo alemanno, srazzato, apocrifo, assolutamente non monastico, in qualche modo precristiano. Un cristianesimo che non schifa – ma anzi cerca con smania di prete da strada – il simposio, il saturnale, la suburra: ogni luogo, ogni momento può essere eucaristico. Ci sono una crudele innocenza di satiro e un’obliqua saggezza di sileno nel suo sguardo: nessuna vergogna di godere a cielo aperto, né di sognare o maledire ferocemente, né di commuoversi o pregare, divorati dalla gratitudine. Così, in un dettato che dalla cronaca si leva in profezia, Rondoni scoperchia il tabernacolo:

Quando anche tu ti fermerai in questo grande
autogrill e il viso stanco
vedrai rapido
sui vetri, sull’alluminio del banco,

sarà una sera come questa
che nel vento rompe la luce
e le nubi del giorno, sarà
un grande momento:
lo sapremo io e te soli.
Ripartirai
con un lieve turbamento, quasi
un ricordo e i silenzi delle scansie di oggetti,
dei benzinai, dei loro berretti,
sentirai alle tue spalle leggero
divenire un canto.

La felicità del tempo è dirti sì,
ci sei, una forza segreta
uno sgomento ti fa, non la mia
giovinezza che cede, non l’età
matura, non il mio invecchiamento –
la nostra vera somiglianza
è là dove non si vede.

Mio figlio, mio viaggiatore,
sarà il tuo inferno, la tua virtù
questo udito da cane o da angelo
che sente all’unisono il giro dei pianeti
e la pastiglia cadere nel bicchiere
due piani sotto, dove due vecchi
si accudiscono.
Sarà questo amore strepitoso
tuo padre, quello vero.

Fermati ancora in questo autogrill,
dal buio mi piacerà rivederti…

(Spread the love, da Il bar del tempo)

Ipercinetico enthusiasmós di derviscio, giocondità di fauno, sguardo ghignante di

trickster: quello di Roberto Mercadini (nato a Cesena nel 1978, ma residente a Cesenatico), scrittore, divulgatore e pirotecnico performer teatrale, è un canto insieme epico e surrealista, eroico e crepuscolare (suo concittadino è – guarda caso – Marino Moretti, autore di Poesie scritte col lapis), “in mangh ’d camisa, svidurê int e’ pét” (per dirla con Spallicci). Procede per accumulo, innesca maelstrom, vuole farsi Urlo alla Ginsberg, vuole dare voce, whitmanianamente, alle contradditorie moltitudini dell’interiorità e della visione. Nei suoiMadrigali per surfisti estatici (Il Ponte Vecchio, 2011) Mercadini leva uno YAWP barbarico, anzi, nello specifico, ostrogoto, che coniuga un certo fascino per la tradizione e l’affabulazione con una gioia tribale e iconoclasta. Così, sullo sfondo di un Ragnarok esopico, appare un colosso zoomorfo che pare uscito dalle Operette morali:

[…] “L’asino cosmico è la forza immensa
che sostiene e trascina
il peso del mondo:
mali, torti, dolori.
E una bestia antica,
macilenta, dolente,
con le orecchie smangiate,
spelacchiato,
azzoppato;
il carico gli si ispessisce sulla schiena
giorno a giorno
finché
– dai e dai –
una goccia farà tracimare la misura:
sarà uno scempio lieve,
un insulto distratto,
l’ultimo sguardo sufficiente d’un borioso,
l’ultima volta che non si chiede “permesso?”
e l’asino s’impunterà, sfinito.
Le ginocchia prenderanno a tremargli
paurosamente
poi di schianto
stramazzerà dando il raglio mortale:
un raglio
lungo, straziato, spaventoso
sopra i cieli.
Farà scoppiare i timpani,
la terra vacillerà come un ubriaco,
il sole cadrà in ginocchio,
i fiori balzeranno dal suolo come pantere.
Alé! L’universo in frantumi,
rovesciato
fuori dai sacchi.
La collana delle stelle si spezzerà,
cascheranno come perle su un pavimento,
gli oceani si azzufferanno,
gli imperatori diverranno neonati,
muti i poeti,
i pesci
canteranno il Tannhàuser.
Si squarceranno ustioni ovunque,
fiammerà un bianco di colombe abbagliate.
Poi
più nulla.
Nulla.
In eterno.
Perciò ti devi comportare bene,
boja de vigliac!”

(L’asino, da Madrigali per surfisti estatici.)

Immaginazione inaddomesticabile, belva rara votata alla cattività, quella di Sofia Fiorini. Una sensibilità estrema, di un Marsia scuoiato che non rinuncia a intonare il suo canto. L’autrice riminese, classe 1995, scelta da Antonio Riccardi come finalista al Premio Rimini per la poesia giovane, ha esordito con La logica del merito (Internopoesia, 2017). Il libro è diviso in cinque sequenze: Le promesse, Le croci, Il pegno della terra, I fiori, La grazia. “Simbolico” – scrive Andrea Massaro – “è il miscuglio tra termini religiosi e naturali, in una sorta di paganesimo che sacralizza tanto l’amore quanto la sofferenza”.

“Anche dove come la voce poetica cerca il suo oggetto in lavoratissime e preziosissime immagini, non viene meno una grazia – quasi feroce, ma viva e lucente” (Davide Rondoni.) C’è un sentimento del mondo selvaggio e primitivo, spietato e insieme pieno di pietas. Una lancinante devozione esistenziale, fatta di preghiere e maledizioni, di ex voto e sguardi eretici, di piccoli miracoli e piccole apocalissi. È una religione senza cielo quella della Fiorini: tutta terrena, sotterranea, fatta di suolo e di serre, di tana e terremoto.

Quando dicevi di odiare le porte
per sbatterle di più, farti sentire,
e maledicevi alle stagioni
gli stessi fiori rossi che accudivi,
sappi, io ho ascoltato ogni bestemmia;
te lo vedo ogni volta sulla faccia
che è la tua infedeltà concessa.
Se è così che provi a non morire,
ancora ti permetto di guardare:
sarò per te il ciclamino cremisi,
ti ripeterò nel tenermi al caldo.

(da La logica del merito.)

Ci troviamo di fronte a un atto di magia bianca e nera, insieme defixio e benedizione: i fiori rossi sono il simbolo della cura familiare, in un ibrido di premura e furioso senso di dovere. Vi fa da contraltare la consapevolezza che le urla e il malcontento sono “infedeltà concessa”, comprensibile e perdonabile: “Se è così che provi a non morire, / ancora ti permetto di guardare”. Il ciclamino cremisi – colore del martirio ma anche dell’istinto vitale del sangue – diventa infine emblema dell’io lirico, che, in un ribaltamento, sboccia e fiorisce per prendersi cura della nonna/madre mentre costruisce e protegge la propria identità.

UNA CONCRETEZZA VISIONARIA

Impossibile, passando in rassegna le varie facce del nostro prisma, non menzionare la concretezza visionaria, il coraggio improvvisatore, la febbre risolutoria che, mentre hanno permesso ad esempio agli uomini e alle donne della Riviera di inventare il turismo balneare, hanno fatto sì che i poeti di Romagna scrivessero versi pulsanti, vivi e concreti come non mai. Fiuto da segugi, furbizia volpina e scatto di leone (Machiavelli docet), nonché – per rimanere in tema – un senso circense e domatore (i.e. felliniano) dello spettacolo. Una spregiudicatezza nomade, zingara, da giostrai, da clown, trapezisti, girovaghi. Da mercanti di fiera, venditori ambulanti, abitatori e abbellitori della provincia suburbana.

Con lo stesso virtuosismo inventivo e la stessa prodigiosa capacità di sintesiil viserbese Elio Pagliarani ha foggiato la poesia forse più concreta e audacemente contemporanea mai scritta in Italia. Sperimentatore instancabile, protagonista delle neoavanguardie, Novissimo e “indipendente” del Gruppo ’63, trasformò un soggetto cinematografico in un poema-capolavoro, La ragazza Carla (Mondadori, 1962). Metodico, kubrickiano, fedele all’imperativo poundiano “Make it new” e armato della disinvoltura grafico-versificatoria majakovskijana, ha mescolato poema e racconto in versi, giocato con i generi e le forme, la metrica e il collage, usato e usurato la lingua parlata, sfilacciato la grammatica e la sintassi, predato cronaca e pubblicità per ricreare in presa diretta il continuum di una realtà che nessuno è riuscito, come lui, a riprodurre, costringendo i versi a farsi macchina da presa:

Di là dal ponte della ferrovia
una trasversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina.

Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che
[cammina
i camion della frutta di Romagna.

Chi c’è nato vicino a questi posti
non gli passa neppure per la mente
come è utile averci un’abitudine

Le abitudini si fanno con la pelle
così tutti ce l’hanno se hanno pelle

Ma c’è il momento che l’abito non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
o fa contatto
o prende la tangente
allora la burrasca
periferica, di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto

Solo pudore non è che la fa andare
fuggitiva nei boschi di cemento
o il contagio spinoso della mano.

Altrettanto concreto e visionario Mario Cicognani, grande autore ancora da riscoprire compiutamente: romagnolo di famiglia, bolognese di nascita, studente a Firenze e insegnante a Forlì e Milano, fu cultore di una “poesia secca, essenziale, fatta di cose; attenta, diremmo, a fotografare la vita” – e specialmente la periferia “del contado che si fa città”, popolata di “case in costruzione, distributori di benzina, officine, sale da ballo di basso grado […] camionisti, sciamare di ragazze dalle fabbriche, muratori giovanotti in motoretta” (Walter Della Monica). Si lasciò conoscere tardivamente, nel 1956, quando ormai quarantenne vinse a Cervia il Premio Trebbio con la lirica Metropoli:

Non hai l’astratta aureola dei santi,
acrobata murario, tu che scavi
sempre più cielo ed un più duro pane
ripaga il piede sull’abisso, l’acre
sudore: ma una semplice bustina 
di carta di giornale. E ora consoli
di una tregua il lavoro: ora contempli
da su, a cavallo di una congiuntura
precaria del traliccio, il panorama
dei parallelepipedi, la nera
rete di strade. Scatta in alto un nastro
d’asfalto tra i penitenziari, scorre
e ti allucina netta una teoria
repulsiva di blatte. Triste il cuore
si colma di una nausea di nafta. 

La sua è una scrittura che esprime l’amore per i “lati solidi e concreti della vita”, un amore freddo (ma solo in apparenza), schivo: un moderno amor de lonh, “che guarda con distacco le cose proprio perché le ama, perché sa che amarle vuol dire conoscerle, vederle nella loro oggettiva realtà.”

Un altro gigante silenzioso, che a lungo fece maturare i suoi versi, di una bellezza insieme mistica e tangibilissima, è Tito Balestra, nato a Longiano nel 1923, cultore d’arte e frequentatore di Guttuso, Ungaretti, Palazzeschi e Gatto (per il quale la poesia dell’amico “nella sua apparente popolare immediatezza è molto colta, nutrita proprio di buon sangue e di succhi antichi”). Sua quella che Tonino Guerra definì la poesia d’amore più bella del Novecento, in cui il sogno è così lucido che visione e realtà vengono a coincidere:

Anna ho comperato un pezzo di terra
ho un cavallo, una frusta e sollevo la polvere
e chiamo il vicino e gli tocco la spalla
oppure un altro, un sogno più piccolo,
io e te insieme abbiamo una stanza
e abbiamo vetri contro il vento e la pioggia
e un cuscino un po’ grande che basta per due;
guardami in faccia ho gli occhi castani.

Identica capacità di concretizzare il pensiero e distillare il sentimento ha la poesia dialettale Annalisa Teodorani, nata a Rimini nel 1978, di casa a Santarcangelo, dove ricopre il ruolo di Sindaca della Città della Poesia. Esponente di spicco del nutrito gruppo di poeti romagnoli che da decenni, sulla scia dei grandi maestri santarcangiolesi del “circal de’ giudèizi” – Raffaello Baldini, Gianni Fucci, Tonino Guerra, Nino Pedretti e Giuliana Rocchi – custodiscono e rinnovano il “parlar materno” (fra gli altri: Tolmino Baldassarri, Giuseppe Bellosi, Paolo Borghi, Paolo Gagliardi, Francesco Gabellini, Guido Lucchini, Leo Maltoni, Gianfranco Miro Gori, Fabio Molari, Giovanni Nadiani, Sante Pedrelli, Nevio Spadoni, Gino Vendemini), la Teodorani, dall’esordio Par sénza gnént(Per nulla, Luisè, 1999) aLa stasòun dagli amòuri biénchi (La stagione delle more bianche, Carta Canta, 2014) non ha mai smesso di ritrarre, deformare, scucire e ricucire la quotidianità. I suoi testi – spesso brevissimi, talvolta veri e propri haiku (Setèmbri: “Énca un zéi / e’ cmìnza a fè òmbra”; Settembre: “Anche un ciglio / comincia a fare ombra”) – presentano spesso capovolgimenti finali che ricordano l’aprosdoketon degli epigrammi classici e la sentenziosità degli apologhi zen: sono fulminei e succosi come un morso di mela, scattanti e ipnotici come lo scatto di una lucertola su un muricciolo. Così ritorna L’udòur de sàbdi (L’odore del sabato):

A n l’arcórd
l’udòur de sàbdi scapènd da scóla
arcórd snò ch’a séra lizìra
e l’aria d’atòunda
l’éra tótta da boi.
Non ricordo
l’odore del sabato uscendo da scuola
ricordo soltanto che ero leggera
e l’aria attorno
era tutta da bere.          


A suo modo erede della trasmedialità delle neoavanguardie e di Pagliarani è il lavoro di

Eugenia Galli (Rimini, 1996), alfiera di Zoopalco, associazione culturale che si occupa di promuovere la poesia orale nel suo incontro con la performance, il teatro, la spoken word music e l’e-lit. Seconda classificata al Premio Alberto Dubito di poesia con musica nel e nel 2018 (con la Monosportiva Galli Dal Pan), ha pubblicato alcuni suoi testi nelle antologie edite da Agenzia X: Rivoluziono con la testa (2017) e Il genere errante (2019). Nel 2017 e nel 2018 è stata finalista nazionale del campionato della LIPS – Lega Italiana Poetry Slam, di cui è coordinatrice regionale per l’Emilia-Romagna. Insieme a Tommaso Galvani ha tradotto la raccolta di K. Finneyfrock, R. McKibbens, M. Nettifee, Poesie per ragazze di grazia e di fuoco (Rizzoli, 2018). La sua è una poesia più che concreta, iperconcreta, iperrealistica, che nel momento della performance esplicita e fonde tutte le componenti del testo – ritmo, immagine e discorso (Pound parlerebbe di melopea, fanopea e logopea) – attraverso il corpo, insieme medium e soggetto dell’operazione artistica. Molti testi della Galli, infatti, ruotano intorno al grande rimosso dell’era digitale, offerto al pubblico – alla maniera della Abramović – nella sua concretezza, nel suo peso, nella sua realtà fatta di carne, pulsioni, desiderio e malattia. È una poesia, però, anche visionaria, potentemente cinematografica e immersiva. Una parola agonistica, che si guadagna con i morsi e le unghie ogni centimetro di verità, che ferisce l’ascoltatore con analogie acuminate. Così, in Padre, che pare rievocare la dolorosa ferocia della Plath, deflagrano l’archetipo e il ricordo:

 A mio padre e a Piergiorgio

Padre che già ti trasformi in tuo padre,
muto animale ordinato che conta
i figli che ritornano alla cuccia

Padre cane che hai visto e lottato,
ti sei guadagnato il pasto migliore
in barba a chi ti voleva avvocato

Cane che hai fatto per anni il padrone
e ti soffiavo sul muso impotente
la puzza di paura e altre bestie

Ora taci sulla ciotola –
che una sola parola non scateni
il cucciolo coi denti più affilati,
che non rida di te, vecchio lupo consumato,
capobranco per ancora chissà quanto
finché il tuo occhio chiuso fa paura
e trattiene tutti i boschi e tutti i mari
e le bestie in agguato sulla culla.

Padre, alla conta di un padre stasera
manca un figlio che è stato mio amico
preso dai mostri che tu scongiuravi.

Stai ancora in silenzio
mentre la mamma mi abbraccia e mi dice:
“Adesso devi solo ricordarlo
e mantenerne viva la memoria
e poi sputare in faccia a quelle bestie
di cui non hai paura”.

Michele Ghiotti (23 novembre 1989) è nato a San Marino, dove vive e insegna Lettere al Centro di Formazione Professionale. Suoi versi sono stati selezionati dallo scrittore e poeta Davide Rondoni per il concorso In che verso va il mondo e dal poeta e critico milanese Maurizio Cucchi per La bottega di Poesia de «La Repubblica» (ed. Milano). Sulle riviste «Crack», «Carie» e «Retabloid» sono apparsi due suoi racconti brevi, Diario metempsicotico e A volte l’aria è più solida del cemento. Recentemente ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021)

Michele Ghiotti – Bocche che non sanno stare chiuse

Eron, “Forever and Ever, nei secoli dei secoli”,
 pittura spray, 2010, San Martino in Riparotta (Rimini)


“THE ROMAGNOLO WAS LACKING”

Terra di teste eccentriche, di smanie nello sguardo, di sangue bulicante. Cuori irregolari, bestie rare. Mattoidi, avrebbe forse detto Lombroso. Cervelli fosforici, iperattivi, sempre in gestazione.

Insomma terra di poeti.

Censirli, anche solo contarli, sarebbe un’impresa. Specie per gli ultimi anni, che hanno visto emergere non pochi validi poeti, giovani e giovanissimi.

Per forza di cosa, quindi, questo articolo si limiterà ad aprire una breccia – anzi una crepa.

Infatti, in qualunque modo la si cerchi di agguantare, la materia sguscia via come un’anguilla di Comacchio, si imbosca con furia cinghialesca o sparge ovunque i suoi aculei di istrice. L’alta concentrazione di autori e la loro irriducibile eterogeneità sconsigliano qualunque tentativo tassonomico.

La possibilità di assestare un primo colpo di machete nella boscaglia, tuttavia, ce la offre Pound. Si tratta certamente di un appiglio arbitrario, ma suggestivo. Così l’alfiere del modernismo inizia il trentottesimo dei suoi labirintici Cantos:

And God the Father Eternal (Boja d’un Dio!)
Having made all things he dc
think of, felt yet
That something was lacking, and thought
Still more, and reflected that
The Romagnolo was lacking, and
Stamped with his foot in the mud and
Up comes the Romagnolo:
    «Gard, yeh bloudy ’angman! It’s me.»
Il Padreterno (Boja d’un Dio!)
Fatta ogni cosa saltatagli
In mente sentì
Manca ancora qualcosa
E pensandoci s’accorse
Mancare il Romagnolo.
Pestò il piede nel fango
E fuori saltò il Romagnolo:
    «Dio boja, eccomi qua.» (Ezra Pound, Cantos XXXVIII 1-9)

Di seguito i versi di Aldo Spallicci (1886-1973) rinnovati e ricuciti dal rapsodo americano:

E’ Signor, fat e’ mond, e’ va un pô in zir
e cun San Pir e’ pasa dó parôl;
e intant ch’j è int una presa, u i fa San Pir:
«La Rumagna t’l’é fata, e e’ rumagnôl?
U i vô dla zenta sora a sti cantir,
t’a n’vré zà fé la mama senza e’ fiôl?».
«Me a t’e’ farò, mo l’ha dal brot manir,
e a j ho fed ch’u n’gni azuva gnianca al scôl!».
E’ dasé ’d chilz par tëra cun un pè
e e’ fasé saltê fura ilè d’impët
e’ vigliacaz de’ rumagnôl spudé.
In mangh ’d camisa, svidurê int e’ pét,
un capalcìn rudê coma un fator:
«A sò iqua me, ciò, boia de’ S… !».
Il Signore, fatto il mondo, va un po’ in giro
e con San Pietro scambia due parole,
e mentre sono in un podere, gli fa San Pietro:
“La Romagna l’hai fatta, e il romagnolo? Ci vuol gente sopra questi campi,
non vorrai mica fare la mamma senza il figlio?”
“Io te lo farò, ma ha brutte maniere,
e credo che non gli giovi nemmeno la scuola”. Dette un calcio per terra con un piede
e fece uscir fuori lì dirimpetto
il vigliaccaccio del romagnolo sputato. In maniche di camicia, sbottonato sul petto,
un cappellaccio a ruota come un fattore;
“Sono qua io, allora, boia del S….!” (Aldo Spallici, E’ rumagnùl)

Da qui partiremo.

Dalla sacralità tutta profana, dal barbaro vitalismo, dalla concretezza visionaria. Dalle mani che non sanno stare ferme, dalle bocche che non sanno stare chiuse. Ma anche – è il rovescio della medaglia – dalla maschera dannata, dall’indole ferina, lunare.

Insomma dall’individuo che rivendica e proclama spudoratamente la sua esistenza:

La storia del mondo è la storia di temperamenti in contrapposizione. […] La civiltà moderna proviene dall’Italia, dall’Italia del Rinascimento [innanzitutto la Rimini di Sigismondo e la Romagna del Valentino – N.d.A.], la prima nazione che ruppe con il dogmatismo aquinate e proclamò l’individuo; rispettò la personalità. Questo brilla ancora nel «Così son io!» [Cfr. il poundiano-spallicciano “«Gard, yeh bloudy ’angman! It’s me.»/«Dio boja, eccomi qua.»”] dell’italiano comune quando gli viene chiesto il motivo delle sue azioni.

(Ezra Pound, Provincialismo, il nemico, 1917)

Lo si farà senza pretese di oggettività o sistematicità, nel tentativo – per forza di cosa riduttivo e parziale – di indagare in poesia quella che è forse la più evidente e peculiare fra le tante anime delle Romagna. Quella di cui il Padreterno, quasi desideroso di creare il suo bestemmiatore (la sua nemesi in miniatura, folletto-demiurgo che gli tenga testa in quanto a cosmogonie, rovesciamenti e diluvi universali), sente prepotentemente la mancanza. Quella di cui il mondo intero, sembra suggerire l’Omero del Novecento, patisce l’assenza:

The Romagnolo was lacking.

UN PROFANO “FARE SACRO”

Laggiù nel crepuscolo la pianura di Romagna. O donna sognata, donna adorata, donna forte, profilo nobilitato di un ricordo di immobilità bizantina, in linee dolci e potenti testa nobile e mitica dorata dell’enigma delle sfingi: occhi crepuscolari in paesaggio di torri là sognati sulle rive della guerreggiata pianura, sulle rive dei fiumi bevuti dalla terra avida là dove si perde il grido di Francesca: dalla mia fanciullezza una voce liturgica risuonava in preghiera lenta e commossa: e tu da quel ritmo sacro a me commosso sorgevi, già inquieto di vaste pianure, di lontani miracolosi destini: risveglia la mia speranza sull’infinito della pianura o del mare sentendo aleggiare un soffio di grazia: nobiltà carnale e dorata, profondità dorata degli occhi: guerriera, amante, mistica, benigna di nobiltà umana antica Romagna.
(Dino Campana, La Verna, Ritorno.)

Sin dai Canti orfici di Dino Campana, c’è in non pochi autori romagnoli, come del resto in molta poesia contemporanea, la ricerca di una sacralità premoderna, ancestrale, pagana. Una sacralità che non di rado – come suggerisce l’ambiguità del termine latino saceraffonda le sue radici nel profano, nello sconsacrato, nel quotidiano.

Eminentemente religiosa la poesia di Rosita Copioli (Riccione, 1948), foriera di uno sguardo e di una voce che scelgono e legano – il richiamo alla radice di religio pare quanto mai appropriato – nomi, icone e misteri (da intendersi ovviamente in senso tecnico rituale) del vissuto, della storia, della tradizione filosofica, esoterica e artistica. È una poesia tutta moderna e insieme tutta antica, innervata da una favilla sacerdotale, druidica, eppure mai anacronistica. Una poesia musiva, bizantina, che non teme l’astrazione, le forme ieratiche, marziali, eteree, l’ornamento (mai forma vuota, sempre forma mentis). Una scrittura che, dall’esordio del 1979 (Splendida lumina solis, Forum) fino a Le acque della mente (Mondadori 2016), passando per Il postino fedele (Mondadori 2008), non teme di confrontarsi con la preziosità dell’oro, lo splendore icario del sole, e l’altisonanza di un dettato solenne. Così in Beltà, riluce la sacralità del profano: “tutto ritorna”, nietzschianamente, irrompono sinestesie e corrispondenze, “dietro le siepi” si accendono “gli occhi dei nostri paradisi”, il tempo si fa concreto e vivo come lievito (“l’anno fermenta nelle case”). Animata da un’istanza alchemica, che respinge ogni reificazione, la parola non arretra di fronte all’enigma, ma vi si presenta davanti nuda e senza falsi pudori. Ne deriva una sorta di caleidoscopico sincretismo in cui si incontrano fiamme pentecostali, la “vite frondosa” di Bacco e il satori buddista (“una stagione non nata, la stagione che non / volge né ritorna, il passo senza misura / di anno senz’anni, e semprevivi”).

Guarda, tutto ritorna, anche i segni nel muro
e dietro le siepi gli occhi dei nostri paradisi
senza ragione d’esserci volgono a tornare,
ritornano per non dimentica, quanto trae
ciascuno il suo piacere – e adspice:
anche se a me tuttavia: perché la sera volge,
e l’anno fermenta nelle case, e si dispongono tutti
ad uscire i ragazzi sulle strade, e scendono tutti
per il loro amore: chi si guarda e chi, fuori
del buio, nella luce si prende e gli occhi
puntati nel cuore della luce: il silenzio
brillante della luce, l’ascolto.
Chi non si è accorto che non c’è tregua,
e che incessante brucia, ciascuno a suo piacere.
Così, dopo che ha visto, ciascuno la sua luce,
brucia la propria insania nell’ombra, e riesce,
nel lucore, come vite frondosa.
Mentre parliamo il silenzio volge nella sera
et sol crescentes descedens duplicat umbras:
e tuttavia brucia, e richiama
una stagione non nata, la stagione che non
volge né ritorna, il passo senza misura,
di anno senz’anni, e semprevivi,
piante perenni, che come succhia il tempo
le sue linfe gonfie si gettino al rigoglio
dell’amore che brucia.

(da Splendida lumina solis.)

Liturgica, sebbene in senso diverso, è anche la poesia Mariangela Gualtieri (Cesena, 1951), che proviene dal teatro e al teatro ritorna. Un teatro inteso in senso religioso, alla maniera greca, come spazio pubblico (circolare, comunitario, consacrato), altare di un’interiorità collettiva, dove la parola, amplificata dal suo legame viscerale con il suono, la musica, il gesto e la danza, si fa vaso di un pensiero in grado di ospitare l’alterità. Rito sonoro, bagno acustico, immersione battesimale che rende possibile il dialogo fra il dire ispirato del poeta e l’ascolto ugualmente ispirato del pubblico. “Rito è in fondo una manovra che carica i simboli”, afferma la Gualtieri, “e in questo caso i simboli sono le parole.” Maneggiare simboli, quindi, sporcarsi le mani, tracciare segni. Insomma poesia come pomerio, come geometria della rivelazione, perimetro sacro e insieme calpestabile. Non un “essere sacro”, ma un “fare sacro”, con tutta la portata concreta e pragmatica che il fare porta con sé.

Ne sgorga uno slancio vitale spudorato, evangelico, che non fugge il lato dionisiaco, violento e capovolgente, dello stare al mondo:

Anch’io voglio tutte le sbandate
essere viva fino allo scortico
essere tavolo pietra bestiale essere
bucare la vita coi morsi
infilare le mani in suo pulsare
di vita scavare la vita scrostarla
sfondarla spericolarla battermi con lei fino
ai suoi sigilli.
Per amore – per amore – tutto per amore.

(da Solenne, Fuoco Centrale, Einaudi 2003).

Tutta la poesia della Gualtieri è un continuo cantico creaturarum (ma anche creatorum et creationum), che scova e ritrae le anime animali e vegetali dell’uomo, in forma “di cagna, di passero stanco, di bruco, di mosca” (da Canto di ferro, Paesaggio con fratello rotto, Luca Sossella, 2007). Che osserva, dettaglia e ripete le operazioni di artigiano con cui si mette mano alla vita interiore.

Accanto alla pulsione mammifera e cacciatrice-raccoglitrice, c’è un sentimento pagano, di villaggio (pagus appunto), gentile (anche nel senso etimologico di gens – si pensi alla raccolta d’esordio Antenata, Crocetti, 1992). Sentimento di focolari (e Lari), di tana, di utero, di membrana cellulare:

Certi alberi vicini alle case
sostano in una pace inclinata
come indicando come chiamando
noi, gli inquieti, i distratti
abitatori del mondo. Certi alberi
stanno pazientemente. Vicini
alle camere nostre dove gridiamo
a volte di uno stare insieme
che ha dentro la tempesta
noi che devastiamo facce care
per una legge di pianto.

(da Naturale sconosciuto, Bestia di Gioia, Einaudi 2010.)

Sacrale, di una sacralità concreta, giornaliera, indissolubilmente legata ai genii locorum (e qui i loci sono innanzitutto quelli d’entroterra riminese) e ai penates (nel senso etimologico di penus, “nutrimento, provvista”), è la poesia di Luca Nicoletti (1961, Riccione). Ideatore e curatore di letture, mostre e rassegne, ha pubblicato tre raccolte di poesia: L’essenza del mosaico (Pazzini, 2006), Comprensione del crepuscolo (Passigli, 2015) e Il paese nascosto (Italic Pequod, 2019). Il fuoco di Vesta su cui Nicoletti arroventa la sua penna è l’intima connessione tra parola e immagine, testimoniata dalla madre Rosita, fotografa, e praticata con laboriosità benedettina in un continuo esercizio di illustrazione, da intendersi come lustrazione, ovvero purificazione, decantazione, chiarificazione del sentimento, del pensiero e del ricordo:

Gennaio pare ritagliarsi, in via definitiva
l’immagine distesa sulla luce chiara
che ci accoglie, senza grandi clamori,
in una sensazione meridiana ritrovata
nella stessa distanza, la piccola vista
parziale, e consumata, di questa finestra.
Le intermittenze dell’albero di Natale, fino
a ieri, ci avevano portato su un sentiero
diverso, l’attento monolite dello spazio
famigliare inventa di continuo espedienti
per non farci pensare alle vere oscurità
del bosco. Il breve periodo del dopo
albero è cominciato, e questo calmo
silenzio anticipa l’avvento di una luce
diversa, le ombre giganti si accorciano
di giorno in giorno, il loro mondo
orizzontale adesso ha fretta.

(Da Il paese nascosto.)

È un senso del sacro che, come si vede, sgorga dal fontanile dell’esperienza personale, della dimensione domestica e del paesaggio (urbano e naturale), ma in un’ottica postromantica che attraversa Pascoli e, per così dire, lo “aggiorna”, alla luce della frammentazione accelerata dell’io e del mondo di oggi. Sacra è infine, per Nicoletti, “un’idea umanistica e civile della vita e della storia [e ovviamente della poesia e dell’arte – N.d.A.], proprio quella che pare oggi così compromessa nel mondo contemporaneo” – così Giancarlo Pontiggia nella prefazione all’ultima raccolta – “in una prospettiva di domestica chiarità e di umile verità del cuore, senza nondimeno dimenticare quella cifra di ulteriorità, di indecifrabilità della condizione umana.”  

Sacra, ma decisamente più notturna, ctonia, sospesa nella penombra di rito psicopompo, è la voce di Martina Abbondanza (1993, Cesena – Il giorno tutto, Landolfi 2016; Le ombre sanno esattamente dove stare, La Vita Felice, in uscita). Con i suoi versi asciutti e taglienti come un’alba nordica, sillaba oracoli che chiedono di essere inverati. Animata da un’inquietudine luziana, si muove senza timore, con una fredda pietas, fra “le ombre che non hanno obbedito”. Ombre limbicole, pagane, intrappolate nell’attesa di una redenzione che sembra continuare ad attardarsi. E intanto prosegue la ricerca di una parziale ma irrinunciabile salvezza negli sprazzi veridici del quotidiano, quando, finalmente individuata, una particola di realtà si staglia contro i giorni falsi e bugiardi. La Abbondanza inaugura una mantica dell’ombra e dell’amore che vuole tenere insieme la fragile materia dell’esistenza e i desideri per lungo silenzio fiochi che portiamo dentro. Come Proba, prima poetessa cristiana, che nel suo centone virgiliano chiese ai versi del propheta nescius di cantare un epos evangelico, così la Abbondanza non desiste dal tentativo di tradurre “i lamenti / delle anime che non riescono a passare”.

Non ho imparato a tremare
come si deve.

Io so il tuo fianco
andare via al mattino
tra i fiori finti nei vasi.

Certi amori devono stare
nel buio dei portici
ma poi ritornano,
senza stagioni.

(da Il giorno tutto)

Infine sacrale, di una sacralità oceanica, taumaturgica, junghiana, è la poesia di Ivonne Mussoni (Rimini 1994), che dopo l’esordio con la plaquette A un quarto d’ora d’universo (Heket, 2013) ha pubblicato per Giulio Perrone La corrente delle cose ultime (2017) e Sirene (2021).

La sua è una scrittura che non teme di confrontarsi con i grandi temi del destino, della perdita e della conoscenza né con gli archetipi mitologici e antropologici. È una poesia duplice, ibrida, che mescola natura umana e animale, terrestre e marina, celeste e infernale, luce e ombra, sacro e profano:

Eravamo quasi donne
nel poco che mancava
lucertole, uccelli, meduse,
tempeste,
orsi e serpenti.
La cosa più vicina
all’essere perfette.
Era quel drastico esserne vicine
a farci sentire più forte il bene
e così il dolore,
a qualcuno è permesso l’inciampo del petto

l’errore

ma a quelli di tutta altra specie
più lontani dal silenzio smisurato dei fondali.

(da Sirene.)

Una poesia che non nega il lato abissale, vertiginoso della realtà, ma che sente la necessità di fecondare questo buio con la luce e l’aria del canto e dello sguardo

C’è una prima colpa nel perdere
la propria giovinezza,
quella colpa per sempre ci somiglia.
È tutto un ripetersi il resto
da lì si lascia andare ogni cosa,
le gambe, le mani
tranne la voce più forte di prima
per dire, alla fine, perdono,
chi siamo.
(da Sirene.)

Michele Ghiotti (23 novembre 1989) è nato a San Marino, dove vive e insegna Lettere al Centro di Formazione Professionale. Suoi versi sono stati selezionati dallo scrittore e poeta Davide Rondoni per il concorso In che verso va il mondo e dal poeta e critico milanese Maurizio Cucchi per La bottega di Poesia de «La Repubblica» (ed. Milano). Sulle riviste «Crack», «Carie» e «Retabloid» sono apparsi due suoi racconti brevi, Diario metempsicotico e A volte l’aria è più solida del cemento. Recentemente ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021)

Stefano Maldini – Intorno #2

LA ROMAGNA: UNA RETE DI VOCI

Sono un amante del viaggio, come dimensione sia fisica sia psichica: un attraversamento dei confini e una fonte di conoscenza di sé attraverso l’altro, che continuano ad arricchirmi e a rinnovarmi ogni volta. Da diversi anni ho tuttavia deciso di mettere radici in Romagna, in parte perché forse il mistero dell’origine è la meta cui tendono tutte le nostre ricerche, ma anche, e soprattutto, perché grazie alle attività della poesia e dell’insegnamento ormai ventennale ho riscoperto una peculiarità antropologica di questa terra che raramente ho visto così intensamente comparire altrove. Vorrei usare l’immagine della rete, che forse meglio di altre può spiegare cosa intendo: avverto da molti segnali che in questo momento la mia esperienza letteraria – fermo restando che naturalmente la scrittura si genera e si evolve fisiologicamente in solitudine – fa parte di un’avventura comune, cui partecipano gli altri scrittori della Romagna, e che il percorso di ciascuno è sostenuto in qualche misura anche da quello degli altri. Da dove nasce questa convinzione di speciale affinità? Non certo da una “scuola”, tanto gli stili e le visioni degli autori sono lontani e direi talora persino ostinatamente antitetici: dal poeta parlante portato sulle scene da Mercadini al grande impegno formativo e divulgativo della Leardini, dal rinnovamento della grande tradizione dialettale di Gabellini al canto corale della Gualtieri, dall’ironia tagliente e dolcissima di Lauretano alla misura esatta di Zattoni fino alla malinconia metafisica di Simoncelli, solo per citarne alcuni. Penso piuttosto a qualcosa che fa parte di un’anima, misteriosamente connessa da un lato a un orizzonte anche geografico che dalla dolcezza accogliente delle colline si allarga ad abbracciare lo spazio largo e infinito del mare, dall’altro a una tradizione sociale fortemente comunitaria, amante appassionata del rapporto col mondo. C’è in tutti gli autori romagnoli contemporanei la consapevolezza profonda che l’esperienza artistica certo nasce dalla solitudine ma mai dall’isolamento, che la poesia è essenzialmente voce che viene donata ai mille volti della realtà e della comunità perché, attraverso le singolarità, la vita possa luzianamente continuare a far udire tramite noi il suo canto: insomma, una disponibilità cordiale e persino generosamente passionale all’altro da sé, un DNA che ci accumuna, che potenzia e direi realizza appieno la naturale propensione della poesia a porsi come arte dell’incontro.

Sono fonti e insieme testimonianze di queste brevi riflessioni non solo le numerose e vivaci iniziative in ambito poetico condotte da associazioni, enti o singole personalità cui ho potuto assistere per così dire dall’esterno e per cui si rimanda ad altri articoli della rubrica, ma anche una serie di esperienze (quattro le principali di cui darò brevi cenni) di cui sono stato promotore a partire dall’epicentro di Cesena e che hanno tratto la loro forza anche dall’attenzione degli amministratori locali, in particolare l’assessore alla cultura Elena Baredi e la direttrice della Biblioteca Malatestiana Donatella Savoia, e dei dirigenti scolastici del Liceo Monti, in cui insegno letteratura e storia, Giancarlo Domenichini e Simonetta Bini: tutte personalità che hanno nutrito fiducia nell’esperienza artistica e nella forza delle giovani generazioni, ma soprattutto hanno compreso l’importanza di sostenere una presenza della poesia viva e continua all’interno del discorso pubblico.

La prima esperienza legata al mio ritorno in Romagna è stata nel 2009 “Foglie di luce dal mare”, un evento-spettacolo replicato più volte, in cui dialogano testi miei e di vari autori prevalentemente italiani, illustrazioni dello scenografo Federico Marchese, musiche del gruppo folk dei Marcabru, giocato intorno a cinque temi chiave dell’esperienza umana: la nascita, l’universo femminile, gli affetti, la paternità e la morte. La seconda è stata nel 2014 la rassegna “Padretempo”, un’esplorazione del rapporto tra la produzione (appunto la paternità) e la fruizione dell’opera d’arte, che ha visto alternarsi eventi e concerti live a una mostra espositiva presso la Chiesa di Santa Cristina a Cesena, coinvolgendo numerosi artisti, musicisti e intellettuali del nostro territorio e non solo: scultori e pittori come Francesco Bocchini, Raffaele Bueno, Federico Guerri, Giuseppe Papagni, Massimo Pulini, Erich Turroni, Sergio Pari; poeti come Alessandro Castagna, Mariangela Gualtieri, Roberto Mercadini, Rossella Renzi, Annalisa Teodorani; attori come Sergio Scarlatella e Ilario Sirri, fino allo psicanalista Massimo Recalcati. Terza esperienza importante per la diffusione e il radicamento della poesia, rivelatasi contagiosa per la sua continua rifioritura e per la riflessione che ha generato, è stato il progetto “Di posto in posto, di verso in verso”, realizzato tra il 2013 e il 2014 insieme a Gianfranco Lauretano, Franco Casadei e Roberta Bertozzi in un clima di grande amicizia: singoli cittadini, famiglie o associazioni hanno aperto le porte delle loro case e dei loro giardini invitandoci perché portassimo per mano un pubblico sempre molto interessato e partecipe lungo i sentieri e i segreti della poesia, la nostra ma non solo. Si è trattato di un modo per creare nuove relazioni, per far scoprire la magia del linguaggio, ma anche per imparare dalla parola poetica ad abitare le domande più cruciali, per fare memoria insieme del grande mistero dell’umano. La quarta esperienza, infine, è “I poeti sono vivi”, attiva dal 2014 e tuttora in corso: nelle classi del Liceo Monti di Cesena che aderiscono si legge un’antologia dello scrittore invitato, stimolando gli allievi a un rapporto diretto, non mediato, col testo poetico, che confluisce poi in una discussione interpretativa guidata prima di approdare all’incontro col poeta e al dialogo con lui. Sono così giunti numerosi autori da tutta Italia, tra cui Stefano Simoncelli, Fabio Franzin, Isabella Leardini, Francesco Tomada, Francesca Serragnoli, Alessandro Di Prima, Franca Mancinelli, Valerio Grutt, Clery Celeste, Daniele Mencarelli, Matteo Zattoni, Francesco Gabellini e Filippo Amadei, che hanno aperto il loro laboratorio ai giovani lettori ma che, soprattutto, hanno trasformato la percezione della poesia, rendendola vicina, attuale, mostrando che essa è tuttora praticata e soprattutto praticabile.

In tutte queste situazioni, come ho provato a sintetizzare all’inizio, sono apparsi evidenti lo spirito di collaborazione e quello di gratuità che hanno animato gli artisti partecipanti, da quelli più rilevanti in ambito nazionale a tutti gli altri; un tipo di approccio non affatto scontato, forse un genius loci, che fa venire in mente, accanto a quella della rete, anche l’immagine del coro a più voci; un clima che raramente si respira così intensamente altrove, tanto che viene riconosciuto come nostra peculiarità da chi si trova, invitato da fuori, a svolgere il ruolo di ospite e ne viene in qualche modo coinvolto, persino talora travolto. Forse si potrebbe ipotizzare che per noi romagnoli anche la poesia sia un ospite che l’intera comunità deve trattare con cura, così da metterla nelle migliori condizioni per esprimersi; forse in fondo è davvero lei, per noi poeti di questa terra così generosa e così accogliente, l’ospite più sacro.

Nato a Cesena nel 1972, Stefano Maldini insegna Lettere al Liceo Monti della sua città.

Allievo di Ezio Raimondi, ha curato opere, organizzato eventi e coordinato progetti per diverse istituzioni, tra cui il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna. Tra le guide dedicate all’Italia, le più importanti sono Provincia di Forlì Cesena (Touring Club, 2003) e Puglia (Mondadori, 2003).

In ambito letterario è autore delle raccolte poetiche Deserto bianco (2020),La festa di un giorno normale (2012) e Luce instancabile (2005), edite da Raffaelli; ha inoltre ideato insieme a Federico Marchese il progetto Padretempo e lo spettacolo Foglie di luce dal mare (da cui è tratto l’omonimo volume), nei quali vari linguaggi artistici dialogano tra loro. Un suo testo con incisione di Federico Guerri, Oceano tra le mie dita, è stato inserito nella collana “Orme leggere”(2019); in memoria di Tolmino Baldassari ha infine realizzato con l’artista Massimo Pulini e lo stampatore Giampiero Guerri l’opera in edizione numerata Sarà questa la vita (2011).

Bum, morto! (CartaCanta, 2014), il suo primo romanzo, racconta la storia di un ragazzo disabile dal punto di vista del padre e del fratello che, dopo anni di lontananza, si riavvicina a casa.

Matteo Fantuzzi – Intorno #1

Comunque, caro Matteo, il tema sarebbe – chiamiamola così! – la Romagna poetica, luogo in cui risiedono tanti autori e molte autrici così come le attività collaterali non mancano; sarebbe dunque interessante scoprire, tramite queste riflessioni di invitati e subentranti, se si tratta di una rete che collabora e dialoga al proprio interno con chissà quali tendenze, obiettivi, o se siamo davanti ad attività ed esperienze letterarie a sé stanti, individuali, nel senso che evaporano nel momento stesso in cui si manifestano, senza chissà quale visione; insomma, come vedi, ma anche soprattutto se la vedi, questa Romagna poetica, e le tue considerazioni, positive o negative che siano, come magari è andata a mutarsi rispetto a quando tu hai iniziato, e se ci sono collegamenti e scambi tra il dialetto e l’italiano, e via dicendo fin l’eterno…

Quando nel 2006 ho curato per l’editore Campanotto La linea del Sillaro venivo da un percorso di festival di poesia sviluppati tra l’Emilia e la Romagna, l’intento era quello di rappresentare un territorio complesso che viveva una duplice condizione: la presenza di molti autori (importanti, conosciuti, stimati, centrali e/o innovativi), ma dall’altra la mancata coesione territoriale.

Se ci spingiamo in Romagna, terra di mille paesi e campanili, terra dove nemmeno la lingua è una, dove nel giro di pochi chilometri cambiano in maniera sostanziale i dialetti, in tutto questo la poesia, espressione almeno fino a poco tempo fa nettamente popolare non può che uscirne ammaccata.

Manca da tempo in Romagna un progetto editoriale imponente, un corrispettivo di Guanda a Parma, per intenderci. Non mancano gli editori coraggiosi: Walter Raffaelli a Rimini continua a portare avanti la propria collana curata e supportata da Gianfranco Lauretano, con altrettanto coraggio si muove L’Arcolaio a Forlì grazie a Gianfranco Fabbri, manca purtroppo da qualche anno Moby Dick a Faenza per la perdita davvero prematura e difficilmente colmabile di Guido Leotta e Giovanni Nadiani che tanto hanno fatto per la traduzione e la poesia straniera in Italia, anche delle lingue minori. Manca lo spirito che tra gli anni Settanta e Ottanta aveva animato la casa editrice Forum/Quinta generazione a Forlì da cui sono partiti molti dei poeti che oggi formano la colonna vertebrale della poesia italiana. Isabella Leardini, riccionese, dirige una collana, anche con titoli importanti, ma è Vallecchi a Firenze.

In Romagna mancano i festival dopo la fine di Parco Poesia a Riccione prima e Rimni poi: Parco Poesia è stato il festival di poesia di inizio anni Duemila, quello che oggi viene riproposto con molteplici sfaccettature in tutta Italia: la nuova poesia in contatto e dialogo con la poesia più riconosciuta. C’è un ponte, forse non programmatico ma facilmente avvicinabile: è la rivista Sul porto di Cesenatico: Ferruccio Benzoni, Stefano Simoncelli e Walter Valeri decidono di creare un dialogo programmatico col mondo italiano rimanendo però adesi alle proprie radici. L’interlocutore di riferimento sarà Raboni che a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta dedica loro una delle uscite della collana da lui diretta proprio in Guanda.

In Romagna non mancano le letture: Santarcangelo come Faenza, fino a pochi anni fa Forlì con l’attività di Poliedrica interrotta dalla morte di Stefano Leoni, nemmeno le riviste mancano. Nasce qui Clandestino, una delle punte delle riviste militanti italiani a cavallo di fine millennio:  Davide Rondoni, Alberto Casadei e il già citato Gianfranco Lauretano. Sarà lo stesso Rondoni a dirigere per molti anni il centro di poesia dell’Università di Bologna, ma Bologna appunto, perché in qualche modo in Romagna le differenze, i campanili, sembrano prevalere.

Neppure i premi mancano nel recente passato: premio Rimini dedicato alla giovane poesia (ancora Isabella Leardini), premio Spallicci a Castrocaro Terme (segreteria affidata a Gianfranco Fabbri): neppure i luoghi mancherebbero, la Ravenna di Dante e dei trebbi poetici immaginati da Walter Della Monica (ideatore del Premio Guidarello e del Centro Relazioni Culturali di Ravenna), la San Mauro di Pascoli, la Cesenatico di Marino Moretti (e degli spazi di Casa Moretti).

Cosa manca in tutto questo ? Manca un luogo collettivo, una identità collettiva in grado di garantire la diffusione della poesia e degli autori che gravitano in questo territorio, manca un progetto di coesione, una spinta che esca dai confini delle province, dalle strette di questo o quell’altro piccolo progetto. Manca una attenzione universitaria reale e in parte non dipendente da Bologna-Ferrara-Urbino. Servirebbe innanzitutto parlarsi, vedersi, cercare un punto d’incontro, capire le esigenze, comprendere le aspettative territoriali.

Spendere un pomeriggio o una sera a parlarsi, tutti quelli che vogliono fare poesia impegnandosi, serve un luogo, un coordinamento, un ascoltarsi e un farsi ascoltare. Il pubblico in Romagna sa farsi volere bene, è attento, incoraggia. Da queste parti il poeta è ancora una delle anime della comunità, come il prete e come il farmacista.

Dovremmo solo incontrarci ripeto, questa serie di articoli è un ottimo punto di partenza per prendere responsabilmente in mano la situazione. Ora sta noi andare avanti.

Matteo Fantuzzi (1979). Nato e cresciuto in provincia di Bologna, vive a Lugo di Romagna, in provincia di Ravenna. Nel 2008 ha pubblicato Kobarid, opera poetica con cui ha vinto il Premio Letterario Camaiore, nella sezione giovani. Nel 2017 ha poi pubblicato La stazione di Bologna, per la casa editrice Feltrinelli, Premio Matteotti della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Ha curato La linea del Sillaro, La generazione entrante e, assieme a Isabella Leardini, Post ’900. Lirici e narrativi. Dopo avere scritto su l’Unità scrive oggi per Strisciarossa coordinando UniversoPoesia.