Michele Ghiotti – Bocche che non sanno stare chiuse #3

LA POESIA CONTEMPORANEA ROMAGNOLA:
RABDOMANZIA DEL PERTURBANTE

Nicoletta Ceccoli, Harpya, 2007

Oltre alla “Romagna solatia”, c’è una Romagna lunare, selenitica, lupesca. Capace di sabba e cacce morte, di danze macabre e parodie sacre. Una Romagna gotica e ancor prima gota (nordica, di Berserkir), il cui lato infero e luciferino è addolcito e compenetrato dalla vocazione ludica, bambina dell’impulso. Non solo, quindi, la capacità del fanciullino pascoliano di meravigliarsi con vergine gioia e dare i nomi alle cose, ma anche la virtù, sempre infantile, di inquietarsi di fronte al mistero con primitivo terrore, inghiottendo le proprie parole. Genuino stupore di fronte al perturbante.

Volendo fare un po’ di archeologia si potrebbe fare un balzo indietro al Settecento, con il riminese Aurelio Bertola de Giorgi, anima raminga che fa la spola fra monasteri, caserme e accademie: è lui che rinnova la poesia arcadica, imitando i versi notturni e cimiteriali di Edward Young; anche Metastasio ne elogia le Notti, che oscillando fra la contemplazione del pittoresco e la meditazione malinconica aprono nella penisola un varco verso il romanticismo. Nell’Ottocento è il turno di un altro campione di indisciplina, il forlivese Olindo Guerrini, che nel 1877 dà alle stampe (sarà la prima di 32 fortunate edizioni, con vendite superiori a quelle di Carducci) i Postuma, firmati come Lorenzo Stecchetti, sedicente cugino morto di tisi. Un libro scapigliato fino all’oltranzismo, in cui, per farsi pietra di scandalo, il poeta saccheggia Baudelaire, Hoffman e tutto il repertorio dell’orrido per innalzare un misogino Canto dell’odio che rivaleggia in crudeltà e maledettismo con Lautréamont:

Quando tu dormirai dimenticata
sotto la terra grassa
e la croce di Dio sarà piantata
ritta sulla tua cassa
quando ti coleran marcie le gote
entro i denti malfermi
e nelle occhiaie tue fetenti e vuote
brulicheranno i vermi,
per te quel sonno che per altri è pace
sarà strazio novello
e un rimorso verrà freddo, tenace,
a morderti il cervello.

(da Il canto dell’odio).

Seguono la linea nera di Guerrini i giovanissimi Matteo Zattoni, Filippo Amadei e Clèry Celeste. Tutti forlivesi, tutti a loro modo efferati. Matteo Zattoni, nato nel 1980 a Forlimpopoli, ha all’attivo quattro raccolte – Il nemico (Il Ponte Vecchio, 2003), Il peso degli spazi (LietoColle 2005), L’estraneo bilanciato (Stampa, 2009) e la recente I figli che non tornano (Italic Pequod, 2021) – e numerose collaborazioni con associazioni culturali e riviste di settore (“Poesia” di Crocetti e “Atelier”). La sua è una poesia che, saldamente radicata nella tradizione novecentesca (in particolare in Sereni, Montale, Luzi e Pasolini), dispiega e attraversa il turbamento, la mancanza e la scomparsa nel continuo intreccio tra vissuto personale e storia collettiva, “Sono splendidi squarci luminosi che solo un verso prezioso e sensibile può aprire” (Maurizio Cucchi). Una scrittura nera, ma di una nerezza feconda, nilotica, di limo. Piene immaginative e concettuali che impregnano le desertiche pagine di figure di pece, simboli appiccicosi, sentenze nette, amare, necessarie. Quello di Zattoni è un darwinismo riluttante, sofferente, fatale: per sopravvivenza ci si adatta a tutto, anche al grigiore, alla cupezza, al perturbante. E il perturbante è, freudianamente, familiare (e viceversa): lo scenario è sepolcrale, foscoliano; si riconcorrono lupi hobbesiani (o lupe romane, allattatici e salvatrici?); appaiono spettri genitoriali in forma arborea, a metà fra gli sterpi danteschi e gli hollow men eliotiani; è ribadito il disagio mannaro dell’umanità (“anche le bestie si riproducono / ma non pretendono per questo nomi propri”); infine l’inevitabile constatazione che “la trasmissione della violenza è un sapere / dove mettere la fronte sul banco”:

Fuori è un rincorrersi di lupi
che sia il lamento più cupo del cuculo?
i genitori come alberi sempre-spogli
– avremo fatto bene a metterli al mondo?
tutte le forme del dubbio nei loro occhi
anche le bestie si riproducono
ma non pretendono per questo nomi propri
i figli che non tornano
sono riapparsi oggi con le mogli
non più felici di quando erano partiti
nei giardini delle elementari
la trasmissione della violenza è un sapere
dove mettere la fronte sul banco
e che nessun rifiuto equivale a un rifiuto
finché qualcuno non ti ferma la mano
vagamente a disagio li stanno aspettando

(Da I figli che non tornano.)

Coetaneo – e fratello nell’immaginario – di Zattoni è Filippo Amadei (Forlì, 1980), che ha pubblicato

le sillogi La casa sul mare (Il Ponte Vecchio, 2005), Saperti a piedi nudi (LietoColle, 2009) e Oltre le ringhiere (Raffaelli, 2014). La sua poesia persegue il taglio netto, l’autopsia, l’amputazione; così scrive in un inedito: “Al telefono la notizia è quella del ricovero / lo dice al nipote con estrema calma / una semplicità del tutto straordinaria.  / Ma la semplicità è una lama – anche sua mamma / quando era giovane tirava il collo alle galline / pensando al pranzo da cucinare.” C’è qui tutto l’ingombro del corpo: scansionato, ecografato, vivisezionato. Un body horror esistenziale, purificato da ogni impulso voyeuristico, più vicino alle sofferte indagini di Schiele e agli autoritratti di Francis Bacon che alla visionarietà allucinata di Carpenter. Così è descritta l’anatomia della malinconia in Genesi inversa:

Quando sono in dormiveglia il pomeriggio
sull’orlo di un sogno formatosi appena
di poche immagini ho una vertigine, a capofitto
cominciano a cadere i miei occhi
le ginocchia ritornano al petto, un anello
formano mani e tibie, un velo di placenta
sulle palpebre, la schiena si piega molle
i piedi si ritirano, nel grembo del sogno
sono un gomitolo di tendini e pelle
spasmi di vertebre nel liquido
viscido del buio − si azzera di nuovo tutto
il mio ultimo ricordo è la luce.

Ancora più esigente e sanguinaria è la scrittura di Clèry Celeste, classe 1991, direttrice editoriale di “Atelier poesia” on-line. Nel suo libro d’esordio, La traccia delle vene (Lietocolle, 2014), scintilla come un bisturi – o un ago – la precisione del dettato, ricco di termini medico-scientifici e capace di incidere immagini di rara esattezza e potenza, spesso incentrate sul mondo animale e vegetale. In questi testi prende forma e voce la vocazione endoscopica (nel senso etimologico di “guardare dentro”) che ha animato anche gli studi radiologici dell’autrice: i suoi sono versi implacabili, diagnostici, per cui vale la costatazione da lei rivolta alla sua occupazione ospedaliera (“Ho smesso di guardarli in faccia / magari ricordo i nomi” / ma finisci il lavoro / e il dramma è essere bravi / non sentire niente). È una poesia che non fa sconti, che esamina, che esplicita: c’è una disciplina artaudiana, una vera e propria rabdomanzia del perturbante, che viene colto nei terrifici scorci del quotidiano…

Il mio è il panico della chiusura
dell’ipermercato, quando le cose
stabiliscono un urlo morboso
e la carne in scatola si apre
le ferite. Dormono tutti col cappio
appeso, è solo una questione
di tempo.

…e nella trama delle relazioni, auscultate e compulsate con estrema, quasi insostenibile, lucidità:

Riesamino i segmenti
rigidi di noi come shanghai sul tavolino
e butto via ogni anno
come strappo i petali della margherita
“eri vero, eri falso”, è un gioco
poco felice
ti faccio a pezzi dentro
prima la mano che teneva la mia
poi il petto e parto seguendo
la traccia delle vene
risalgo alla radice
il cuore non lo trovo
.

Lunare è anche la poesia di Isabella Leardini (Rimini, 1978) autrice, oltre che di due selezionate raccolte – La coinquilina scalza, Niebo, 2005 e Una stagione d’aria, Donzelli, 2017 – di un saggio che, rielaborando anni e anni di laboratori per adulti e ragazzi, fornisce preziosissimi strumenti per addentrarsi nel mistero della poesia e orientarvisi come lettori, dilettanti appassionati e aspiranti poeti (Domare il drago, Mondadori, 2018.)

Una scrittura lunare nel suo legame magnetico con le misteriose forze che regolano le maree. Lunare in riferimento alla luna calante di Ecate, dea della notte e della magia, dei crocicchi e della necromanzia.  

Al di là della limpidezza e della cantabilità del dettato, vi si scorge infatti una filigrana, una voce in controcanto,che, a una lettura approfondita, si rivela il “cuore di tenebra” della sua poesia. È il dettaglio capace di incrinare l’equilibrio dell’insieme, la scintilla di follia e disperazione che brilla anche nello sguardo apparentemente più saldo.

È un gotico marino, anzi balneare, in cui risuona il grido muto dell’estate violata dai turisti, in cui la memoria torna a infestare le pensioni diroccate dall’inverno, in cui l’amore intrude, svuota, inscheletrisce:

Siamo una scatola che non si chiude
come chiudono imperfette le conchiglie
lo spazio che basta per entrare
all’intrusione che rompe il segreto
e al pericolo scoperto di restare
svuotate all’improvviso. Così il mare
può brillare concavo nel buio
forma liscia di una gioia che indurisce
all’urto di ogni nascere e mancare.
Ogni amore ha la sua regola non detta
è lo strappo nascosto del vestito
animali che si muovono notturni
nell’inverno diverso del fondale.
Ma questo scheletro è una cattedrale
sarà l’impronta delle cose che resistono
scavate negli amori per durare.

(da Una stagione d’aria).

Un orrore polare, lovecraftiano, cosmico – imparentato con le vertigini del sublime e la

follia sciamanica dei popoli della steppa – risuona nella poesia di Davide Brullo, nato a Milano nel 1979 e riminese d’adozione. Un orrore che non è quindi abominio da fuggire, ma terrificante miracolo a cui assistere, tremenda rivelazione, oscura epifania. Prolifico scrittore (suoi i romanzi Rinuncio, Ingmar Bergman. La vita sessuale di Franz Kafka, Pseudo-Paolo. Lettera di San Paolo Apoastolo a San Pietro, Un alfabeto nella neve e le muriatiche Stroncature per GOG), traduttore (in primis dei Salmi e del Libro della Sapienza) e giornalista (fondatore di “Pangea” e direttore de “L’intellettuale dissidente”), Brullo ha pubblicato selezionatissime raccolte di poesia: Annali (Atelier, 2004), L’era del ferro (Marietti, 2007) e Abbecedario antartico (Raffaelli, 2017). Vero e proprio cenobita (sia in senso monastico che barkeriano), Achab-Kurtz della letteratura italiana contemporanea, insegue senza pietà, con sguardo rompi-ghiaccio di pioniere e fiuto di squalo, la sua balena bianca, fatta di visioni abbacinanti, versi aguzzi e indicibili profezie. Surrealismo prometeico, mal d’aurora montevideano, sacra follia:

«il nord mi annienta» cita
Puskin levigando l’orgoglio alla chiglia –
dormire tra i ghiacci impedisce
ai ricordi – ne è convinto – l’accumulo

qualcuno ha scritto che i morti
vivono proprio qui tormentando
il bianco che pareggia gli iceberg ai re

«ma con la neve ci eleviamo
sopra le canoe – sembrano labbra
sul ciglio della sillaba che sa radiare
questo gelo in gioia – sopra la luce
che allaga ciò che hai desiderato per tutti –
sopra il mantiche che proietta la sula
a Oriente e ne rimastica il ritorno – sopra
la mattina che ci vide corrodere
i venti con scie di ruggine…»

l’episodio si rovesciò e gli uomini
ridiventarono denti – «che cosa sa
il ghiaccio della mia vita?»

(da Abbecedario antartico.)

Bibliografia essenziale

  • Anselmi G.M., Bertoni A., Raimondi E., Una geografia letteraria tra Emilia e Romagna, CLUEB, 1997.
  • Della Monica W., Poeti e scrittori di Romagna. Trenta tra i maggiori autori romagnoli dell’età moderna e contemporanea, Il Ponte Vecchio, 2015.
  • Fantuzzi M., La generazione entrante. Poeti nati negli Anni Ottanta, Landolfi, 2011.
  • Martini G. (a cura di), Poeti italiani nati negli anni ’80 e ’90, Internopoesia, 2019.

Sitografia essenziale

Michele Ghiotti (23 novembre 1989) è nato a San Marino, dove vive e insegna Lettere al Centro di Formazione Professionale. Suoi versi sono stati selezionati dallo scrittore e poeta Davide Rondoni per il concorso In che verso va il mondo e dal poeta e critico milanese Maurizio Cucchi per La bottega di Poesia de «La Repubblica» (ed. Milano). Sulle riviste «Crack», «Carie» e «Retabloid» sono apparsi due suoi racconti brevi, Diario metempsicotico e A volte l’aria è più solida del cemento. Recentemente ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Preistoria primavera (Italic Pequod, 2021)

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